Oltre al Covid-19, la burocrazia rischia di affossare la ripresa economica

Burocrazia è un termine che deriva dal francese “bureaucratie” (bureau=ufficio + cratie=crazia) e, secondo l’Enciclopedia Treccani, non è altro che “quell’insieme di apparati e di persone al quale è affidata, a diversi livelli, l’amministrazione di uno Stato o anche di enti non statali”.

Per quanto essa debba considerarsi funzionale e necessaria all’apparato statale, nell’immaginario collettivo e anche nella realtà dei fatti, ahimè, ha sempre rappresentato un ostacolo alla libera attività economica e professionale.

La politica, proprio per venire incontro alle esigenze della comunità, da decenni promette di snellire l’apparato burocratico al fine di rendere più veloce il compimento di ogni singola pratica.

Sarebbe intellettualmente disonesto affermare che nulla sia stato fatto in questi anni, basti pensare alla normativa sull’autocertificazione ed alla legge 241/1990 e ss. mm., “legge sul procedimento amministrativo”, ma non si può negare che questo non risulti sufficiente.                         

La cartina di tornasole di tale assunto è rappresentato dalla portata dell’efficacia e dall’applicazione delle misure economiche approvate dallo Stato per l’emergenza Coronavirus che sono ben lontane da ritenersi pienamente esaudite.

Prendiamo per esempio quanto disposto dal D.L. 8 Aprile 2020, n. 23, cd. “Decreto Liquidità”, ai sensi del quale il Fondo di garanzia per le Pmi consente alle banche di inviare le richieste di garanzia su finanziamenti fino a 25mila euro, purché tale somma data in prestito non superi il 25% del fatturato dell’attività avuto nell’anno 2018.

Pertanto, ogni singola attività d’impresa o professionale può avanzare una richiesta di finanziamento pari ad ¼ dell’ultimo fatturato dichiarato fiscalmente, fino ad una somma di € 25.000,00 e ad un tasso sotto il 2%, con la garanzia per l’istituto bancario che la mancata totale o parziale restituzione del prestito è coperta dallo Stato.

Ai sensi di legge, l’imprenditore e/o il professionista devono presentale il modulo scaricabile dal sito www.fondidigaranzia.it, contenenti al suo interno delle autodichiarazioni, allegando allo stesso il solo documento d’identità.

Fin qui, all’apparenza, tutto semplice, fino a quando non si è trattato di darne attuazione.

Ed ecco che entra in campo la burocrazia.

Difatti, con la premessa che le banche non sono vincolate ad accettare la richiesta, le stesse nei confronti di chi ha fatto la domanda hanno preteso ulteriori adempimenti quali: la dichiarazione dei redditi anno 2018, l’obbligo di avere un c/c professionale, la proposta di coprire con tale somma lo scoperto all’interno del proprio c/c, l’obbligatorietà di istituzione di un c/c precedente e così via.

Non c’è da meravigliarsi se, come rilevato dai dati forniti dalla Cgia di Mestre al 6/05/2020, su una platea di 5.250.000 potenziali beneficiari, le richieste sono state pari solo al 5.6%, mentre quelle evase solo lo 0.9%.

Parlare di Flop non è sbagliato, tutt’altro.

Anche il D.L. 17 marzo 2020, n. 18, cd. “Decreto Cura Italia” ha disposto per i lavoratori autonomi titolari di P.IVA un indennizzo pari ad € 600,00 per il mese di marzo, che, secondo quanto dichiarato dal Governo, dovrebbe poi essere riconosciuto anche per il mese di Aprile (ancora non si è visto niente) e per il mese di Maggio.

Tuttavia su 4mln e 400mila domande presentate all’INPS per il mese di Marzo, quasi ¼ di queste non sono state ancora evase e, come dichiarato dal presidente dell’Istituto di Previdenza Pasquale Tridico, ci sono buone prospettive che vengano per la maggior parte rifiutate (perché l’IBAN indicato nella domanda è sbagliato, mancanza di requisiti, il non aver coperto i 30 giorni di contribuzione nell’anno 2019 e così via).

Inoltre, come dimenticare che il portale dell’INPS, presso cui doveva presentarsi la domanda, nei primi giorni è andato in tilt per le numerose richieste percepite.

Lo stesso discorso vale per la Cassa integrazione in deroga (CIGD), prevista dall’art. 41 del decreto Cura Italia, riconosciuta eccezionalmente anche per le attività avente un solo dipendente. La normativa prevede che le autorizzazioni per la CIGD siano effettuate dalle Regioni con uno o più decreti del Ministro del lavoro e delle Politiche Sociali di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, e comunque subordinate alla verifica preventiva della compatibilità finanziaria da parte dell’INPS.

Tutti questi passaggi, non hanno fatto altro che allungare i termini e, secondo i dati dell’INPS, solo il 19% dei lavoratori aventi diritto al momento ha ricevuto i soldi.

Non basta un articolo di giornale per segnalare tutte le inefficienze, ma mi preme porri l’attenzione sulla vicenda riguardante la storia un libero professionista avente domicilio fiscale e sede in due Regioni differenti, per comprendere la portata draconiana della burocrazia che affligge noi cittadini.

Invero, nel caso di specie, la Regione dove ha la sede dell’esercizio il nostro sfortunato protagonista prevede, per l’emergenza Covid, un contributo economico a favore delle partite IVA aventi però il solo domicilio fiscale presso l’ente territoriale medesimo, mentre la Regione presso la quale ha il proprio domicilio fiscale prevede una simile misura per i professionisti che però abbiano la sede in quella Regione.

È chiaro che così come scritto il malcapitato lavoratore autonomo, con un’esperienza quasi decennale alle spalle, pur avendo i requisiti economici, molto probabilmente non beneficerà di alcun aiuto, mentre chi si trova in una situazione uguale ma contraria potrà avere il doppio contributo.

Siamo all’assurdo.

Per entrambe le Regioni sarebbe bastato solo scrivere meglio il bando ed evitare eventuali soprusi, mentre il legislatore dal canto suo dovrebbe semplificare la dicotomia economia, giuridica e fiscale al fine di evitare queste imbarazzanti situazioni.

Per quel che riguarda la nostra Regione, con la pubblicazione dell’Avviso pubblico “Misura straordinaria Emergenza Sanitaria Covid-19 – Bonus Liberi Professionisti, da lunedì 11 Maggio i liberi professionisti aventi sede in Basilicata e possessori di determinati requisiti, potranno presentare telematicamente la domanda per l’erogazione di un contributo pari ad € 1.000,00.

Con tutti gli scongiuri del caso, imploriamo a che non si verifichi quanto esposto sopra.