#23novembre1980: ivl24 dà voce ai ricordi

23 novembre 1980. 23 novembre 2020. Ore 19.34. Era una tranquilla domenica di autunno. Sono passati 40 anni. Un terremoto che sconvolse l’Irpinia e in parte la nostra Basilicata. Un terremoto che colpì il cuore di tante popolazioni, che ancora oggi vivono nel triste ricordo di quegli attimi. Una scossa interminabile di 90 secondi che provocò ingenti danni, e purtroppo migliaia di caduti.

Oggi, a quarant’anni esatti, vogliamo ricordare quella giornata con i contributi, le testimonianze, le foto, i video di chi ha vissuto quel momento. Inoltre, vi presentiamo tre editoriali a firma del nostro direttore, Giacomo Bloisi, Carmine Cassino e Mimino Ricciardi. Una preziosa raccolta che ivl24 offre ai suoi lettori. Per non dimenticare.

PEPPE PROVENZANO (Ministro per il Sud): “Non ne ho memoria, non ero ancora nato. Così ho guardato molte volte le foto, le immagini di disperazione, di macerie, di quel pezzo di Sud spazzato via in novanta interminabili secondi, il 23 novembre di quarant’anni fa. Le province di Avellino, Salerno e Potenza furono segnate in maniera indelebile da una delle catastrofi naturali più gravi del Novecento. Alla frattura storica quella notte se ne aggiunse un’altra, che divise storie, vite e luoghi tra tutto ciò che era stato «prima» e ciò che sarebbe stato «dopo il terremoto».«Fate presto» fu l’imperativo del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Giunsero in massa, da ogni parte d’Italia, per soccorrere i terremotati. A scavare a mani nude fra le macerie di quelle aree già periferiche e marginali. A costruire rifugi e fognature A dare conforto ai bambini ed agli anziani. A onorare i defunti, che significa aiutare i vivi.Di quel grande sentimento di coesione nazionale, restano nei comuni delle aree interne irpine e lucane le insegne di vie e piazze che portano i nomi delle città del Nord da cui arrivarono gli aiuti. Lo sperpero di risorse senza precedenti, invece, che seguì tra gli scandali e le speculazioni l’emergenza e la ricostruzione, aprì una frattura nuova nel Paese e segnò il declino delle politiche per il Sud, trascinando nel discredito quell’azione pubblica nel Mezzogiorno che, prima della sua degenerazione, aveva contribuito in misura decisiva allo sviluppo nazionale. Poi furono anni di abbandono, da un’ingiustizia altra ingiustizia.Oggi, quarant’anni dopo, la condizione di emergenza riguarda tutto il Paese, che attraversa la crisi più grave della sua storia. Abbiamo messo in campo risorse senza precedenti, grazie allo straordinario lavoro fatto in Europa, che rappresentano un’occasione unica nel quadro di rilancio di una politica organica per il Sud. Non vogliamo e non possiamo ripetere gli errori del passato. La rigenerazione amministrativa (pensata con il Piano Sud 2030 e avviata in questa Legge di Bilancio) servirà anche a questo, a coinvolgere tutte le migliori intelligenze per realizzare uno sviluppo sostenibile, guardando proprio a quelle aree marginalizzate che tornano ad essere centrali nel dibattito pubblico, come devono esserlo nelle politiche grazie al nuovo impulso dato alla Strategia Nazionale delle Aree Interne. In un editoriale su il Mattino del 1981, Leonardo Sciascia spiegò come il terremoto nel Belìce del 1968 mise a nudo le fragilità economiche e sociali di quei luoghi e, come le case non si potevano ricostruire con i vecchi criteri, così non si poteva ricostruire la vita economica e sociale. Sciascia scriveva: Dicono «Ricostruire», No: «Costruire». Credo che il concetto valga ancor più oggi, dopo anni di crisi e ora di pandemia. È ciò che siamo chiamati a fare, presto e bene: costruire le nostre comunità con una saggezza nuova, garantire i diritti di cittadinanza, liberare il potenziale di tutte le persone in tutti i luoghi“.

GIANNI PITTELLA (all’epoca, consigliere comunale del PSI a Lauria e consigliere Regionale di Basilicata): “Come tutti coloro che l’hanno vissuto, ho nitido il ricordo di quella sera del 23 novembre del 1980. Con mio padre, eravamo impegnati in una lunga e affollata riunione sulla riunificazione socialista nella sede politica di via Scotellaro, dove oggi sorge la mia casa. Erano più o meno le 19 e 30 quando il pavimento ci apparve d’improvviso ballare come sul Titanic. Insieme ai compagni fuggimmo tra le scale e aspettammo che quei novanta secondi cessassero. Fummo fortunati, altri non lo furono. Non lo furono in tanti comuni dell’Irpinia e in tanti comuni della nostra Lucania dove molti persero la vita e altrettanti casa e beni. Non lo furono i fedeli in preghiera nella Chiesa di Santa Maria Assunta a Balvano. Settantasette morti, quasi tutti adolescenti. Se ci penso, mi sento male. Cominciai da subito, in auto, a girare per i comuni lucani e per quelli irpini di confine, per provare a dare aiuto, a individuare i danni e le necessità principali. Si aprì allora una stagione di ricostruzione, con luci e ombre ma con uno sforzo straordinario e soprattutto di grande unità tra le forze politiche, di grande consapevolezza. Uno spirito che dovrebbe animare anche oggi i nostri tempi difficili“.

GIOSI FERRANDINO (europarlamentare PD): “Dopo 40 anni il terremoto di Irpinia e Basilicata resta una ferita aperta. La “malanotte” descritta in modo impeccabile sul Mattino da Gianni Festa non è mai finita, sono solo cambiate le vittime.Dai 3000 morti e gli oltre 280mila sfollati alle generazioni che, a causa di quelle macerie, hanno dovuto rinunciare a sogni, ambizioni, alla possibilità di poter vivere con dignità la propria terra. Il discorso a reti unificate con il quale Pertini denunciava ritardi nei soccorsi è un pezzo della nostra Storia comune. Quel discorso, forse, andrebbe riproposto ancora e ancora, come momento di quanto, dopo 40 anni ed un fiume di denaro, ancora non è stato fatto. Perché è vero: il miglior modo di ricordare i morti, è quello di pensare ai vivi“.

VINICIO CAPOSSELA (musicista): “23 Novembre, il giorno in cui le frane cessarono di essere ferme.Chi stava lontano cercava di informarsi, con una angoscia indicibile non riuscendo a mettere a fuoco nulla. Assieme alla terra era tremato quello che si immaginava di sapere di un mondo apparentemente immutabile e che era finito in maceria. Quaranta anni dopo si possono mettere in fila eventi e conseguenze e provare a immaginare che semi stiamo piantando per i prossimi quarant’anni.Nella grande mole di informazioni dell’anniversario di una tragedia, qualche piccola segnalazione di r-esistenza e un invito a rivedere “E’ una domenica sera di Novembre” di Lina Wertmuller“.

IDA LEONE (Potenza): “Parlavo a telefono con un’amica e non sapevo spiegarmi perchè mi sentissi il cuore battere a mille, e che fosse quel rumore assurdo, fino a che non mi sono girata e ho visto l’enorme pesante specchiera della camera da letto dei miei fare avanti e indietro lungo il muro, miracolosamente attaccata al suo chiodo, come se fosse di cartapesta.Sembrano pochi, 90 secondi, un minuto e mezzo, un soffio di vita, un angolo infinitesimo di una giornata. Ma provate a contare lentamente fino a 90 ed immaginate che intanto la casa vi balla attorno, il pavimento ondeggia sotto i piedi, i quadri sbattono contro il muro e alla fine cadono, spaccando cornici. Io c’ero. E un’altra cosa: in quel freddo novembre poi sfociato in un nevoso dicembre vennero a darci una mano da dovunque. Volontari toscani, militari lombardi, vigili del fuoco veneti e decine di altri da ogni parte d’Italia. Senza Facebook, senza sospetti e con grande, grandissima abnegazione, soffrendo freddo e tristezza insieme a noi. Grazie a tutti, per tutto“.

ANTONIO PISANI (all’epoca, Assessore Provinciale a Potenza): “Il 24 mattina di quaranta anni fa,giovane assessore provinciale, dopo aver tentato invano di mettermi in contatto telefonico con la Provincia, partii per Potenza dove giunsi intorno alle 9,30.La città era deserta. Riuscii a raggiungere con difficoltà, a causa dei detriti che ingombravano le strade, piazza prefettura.Era una scena apocalittica:tetti crollati, detriti ovunque, non un’anima viva. Riuscii a rintracciare l’ing. capo dell’ente il compianto ing. Antonio Motta con il quale decidemmo di trasferirci nei locali del museo provinciale dove ci raggiunsero il Presidente e molti altri amministratori e insieme tentammo di riorganizzarsi. Il dato più sconfortante da rilevare è che all’epoca non esisteva alcuna forma di protezione civile come oggi la conosciamo“.

PEPPINO MOLINARI (ex esponente DC): “23 Novembre 1980 io c’ero quella notte a Balvano con i soldati del 91 Battaglione “Lucania “ 10 ed 11 scaglione 80 con gli ufficiali Iliceto,Palazzeschi,Femminella e Della Morte che si prodigarono “a mani nude “nei primi soccorsi ad aiutare la popolazione subito dopo la terribile scossa delle 19,34.Il primo ad arrivare a Balvano fu Emilio Colombo allora ministro degli esteri,accolto dal sindaco Ezio Di Caro .Il giorno dopo vennero in visita nei comuni distrutti dal terremoto il Presidente della Repubblica Sandro Pertini (nella foto con il sindaco di Pescopagano mai dimenticato Lorenzo Rubinetti) ed il Presidente del Consiglio Arnaldo Forlani.Un ricordo ed un pensiero speciale all’onorevole Giuseppe Zamberletti commissario straordinario per le aree terremotate della Campania e della Basilicata che tanto ha fatto per la nostra regione e la protezione civile.Bene ha fatto il Comune di Potenza ad intestargli la sala della protezione civile. Bene ha fatto il comune di Potenza a dare la cittadinanza onoraria all’Esercito anche se con amarezza devo rilevare che questa è l’unica regione,peraltro sismica,a non avere nessun presidio militare operativo dopo la soppressione ingiusta nel 2009 del glorioso 91 esimo Battaglione Lucania.Fino a quando ho svolto il ruolo di parlamentare e di componente della commissione difesa (2006) il 91 esimo era lì ,poi è stata un’altra storia ed abbiamo visto come è finita.,ma oggi non è il giorno della polemica ma del ricordo e della memoria“.

DONATO RAMUNNO (dirigente FdI – Rionero in Vulture): “Me lo ricordo bene….Che strano caldo che faceva quella sera. Una frase che è diventata un ironico epitaffio. Eravamo andati a trovar mio nonno Donato nel suo meraviglioso palazzetto del rione coste, il rione antico di Rionero, e poi da lì saremmo andati, come tutte le domeniche, a far visita a Mia zia Rubina. Chissà per quale oscuro motivo, la fiammante 128 sport di mio padre, di color Verde brillante, la facemmo partire a spinta perché senza alcun preavviso non si mise in moto. Un piccolo segno premonitore della catastrofe che sarebbe iniziata da lì a poche ore. Arrivammo a casa della zia verso le 19 e 15. C’era un’aria pesante, incredibilmente quasi afosa per il mese di novembre, intrisa dell’odore acre dello zuccherificio che da San Nicola di Melfi arrivava a volte fino a Rionero, proprio come quella sera. Poi all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, un boato tremendo scosse le nostre coscienze e le nostre vite.Cadde la televisione dove guardavamo il secondo tempo di Juventus-Inter. Ho ancora nelle orecchie il rumore delle tante porte che sbattevano come impazzite. Sembrava la casa dell’esorcista.Ci affacciammo alla finestra, vidi delle persone scappare…mi ricordo una signora che correva senza meta con un bimbo in braccio…sembrava Anna Magnani in “Roma città aperta”.Poi scendemmo per strada rotolandoci per le scale. Appena scesi ci accolse il crollo del palazzo che ci stava difronte. Mia madre mi stringeva forte e ci abbracciammo tutti per due lunghissimi interminabili minuti, insieme ad altre decine di vicini.Poi un silenzio surreale…le persone iniziarono a vagare spaesate e sperse e senza un perché, come in un girone dantesco dell’inferno, in cerca non so di cosa, di tutto e di niente. Iniziò la prima lunghissima notte del post terremoto.Noi andammo a casa nostra per constatare se il palazzone del condominio dove abitavamo fosse ancora in piedi, ma sopratutto per accertarci che i nonni Angelo e Genoveffa fossero sani e salvi. Poi tornammo a casa di mio nonno Donato, nel suo palazzo nobiliare, nella certezza che fosse ancora in piedi. E così fu. Mio nonno che aveva già vissuto il terremoto del ‘30, un uomo di altri tempi e di altra tempra, tolse la polvere dal letto e disse ai figli: sciat’ a dorm’ ca duman avita scì a fatià…e dormì nel suo letto e nel suo palazzo quasi intatto come il suo lignaggio. Noi tornammo nello spiazzo di casa di zia Rubina in rione Sant’Antonio, dove arrivò a turno tutta la famiglia allargata di quasi un centinaio di persone e gli amici più stretti, passando la notte mangiando in modo spropositato e vegliando nelle macchine di famiglia. Le civiltà contadine per scongiurare ed esorcizzare la morte e gli eventi nefasti mangiano, mangiano e mangiano.Chi dei vostri nonni non vi ha mai chiesto: “hai mangiato figlio mio?” per enfatizzare la vita!La mattina dopo le notizie non erano notizie, ma erano leggende da fantascienza. Si parlava di attività vulcanica, di risveglio del Vulture, tipo Gozzilla, di esplosione dei laghi di Monticchio, di colate di lava, di apertura della terra. Qualcuno giurava di aver visto un isola nel lago grande e molti di aver visto le fiamme levarsi dalla cima del monte Vulture. Fu probabilmente allora che iniziai a fare il geologo.Poi piano piano arrivarono le notizie vere, di ciò che realmente aveva sconquassato la nostra terra, e arrivarono anche le notizie di cronaca nera, con il loro carico di morte e distruzione. La nostra unica felicità, di bambini spensierati come tutti i bambini, fu la chiusura delle scuole per un tempo indefinito.Nei giorni successivi arrivarono l’esercito, i container con gli elicotteri a doppia elica, i vagoni dei treni merci con dei tir giganteschi e le tende militari che occuparono lo stadio della Vultur e devastarono il palazzetto dello sport che venne così malamente inaugurato. Sembravano scene del film “Apocalypse Now”…ma purtroppo era tutto vero, altro che film. Per passare il tempo di giornate interminabili, giravamo con la 127 di mio cugino Peppino per tutto il Vulture e anche oltre, che ci portava in giro a curiosare, cercare, vedere, toccare con gli occhi la distruzione del terremoto.Un pomeriggio arrivammo a Sant’angelo del Lombardi…vidi in una piazza una distesa di corpi cosparsi di una polvere bianca…mio padre mi disse di non guardare…ma io guardai.Non ci sono mai più tornato nella mia vita in quel paese.Nelle settimane successive si tornò lentamente ad una specie di normalità…per così dire.Le scuole riaprirono in luoghi assai di fortuna, altro che DAD. Io terminai la quarta elementare in una specie di grande garage convertito a scuola. L’unica elemento di sicurezza richiesto, era che si trovasse a piano terra.Chi aveva una casa agibile o poco danneggiata tornò ad abitarla, dopo che squadre di tecnici designati per fare sommarie verifiche segnavano su tutti gli edifici con delle lettere in rosso lo stato di agibilità: “A” agibile; “I” inagibile, se la memoria non mi tradisce. Tipo l’angelo che segnó le case degli egiziani nel giorno della Pasqua ebraica.in tanti, troppi, emigrarono chi verso il nord, chi verso l’estero, in cerca di una casa e di un lavoro perso e non solo, e per costruirsi un futuro migliore.Moltissimi altri, migliaia e migliaia di lucani, vissero per anni in prefabbricati, e qualcuno, purtroppo, ci vive ancora.Il resto, è il resto di niente…arrivarono leggi speciali per la ricostruzione e per lo sviluppo del mezzogiorno d’Italia. Il “cratere” dell’area colpita dal terremoto diventó un “oceano”. La politica e la classe dirigente diedero il peggior esempio di se stesse! Affaristi, corruzione, corrotti e corruttori. In Basilicata e in tutta l’area terremota del sud Italia, quello sviluppo legato al terremoto non avvenne mai, tranne per poche piccole realtà industriali che si insediarono nei nostri territori e che ancora oggi operano nella nostra regione. Per il resto aree industriali fantasma, opere pubbliche completate dopo 40 anni, vecchie prima di essere inaugurate, 30 miliardi di euro spesi per una una ricostruzione che in alcuni paesi non è ancora terminata e una scellerata spesa pubblica di cui ancora paghiamo e pagheremo il conto. Quel terremoto non finirà mai probabilmente. È una cicatrice profonda che non si cancellerà mai!E questo è tutto quello che mi ricordo! A chi ha vissuto quel 23 novembre dell’80….e a chi non non l’ha vissuto, augurando che si educhi alla cultura dell’altruismo, della solidarietà, della fratellanza, del rispetto della natura, della resilienza.Solo cosi potremo affrontare il futuro senza paura e senza rischi, in una terra che purtroppo resta fragile dal punto di vista sismico e non solo!“.

GIANNI QUAGLIARELLA (giornalista Rai): “Tre giri del centro senza trovare un buco per la 500. Poi lo trovo, davanti al Due Torri. Miracolo, penso. Scendo. Ma è un attimo. Dal cine la folla fugge come impazzita. La terra mi manca sotto i piedi, le vetrate del vicino municipio vanno in frantumi una dietro l’altra, le lampade dei lampioni si attorcigliano sopra di me. Buio, corro senza fiato verso piazza sedile. Polvere, paura, smarrimento. Sono in salvo. Torna la luce, tetti delle case giù, sulle macchine in sosta vicino al tempietto di San Gerardo. Io non dimentico. Potenza, domenica 23 Novembre 1980, ore 19:34“.

ALFONSO PECORARO (giornalista Quotidiano del Sud della Basilicata): “Quaranta anni fa, per la prima volta in vita mia ho visto una volpe. Niente di strano se non fosse stato che non ero in un bosco. Domenica mattina, intorno alle 9. Correva impazzita lungo via Vaccaro, nel quartiere Pagliarelle, proprio di fronte casa di mia nonna, dove ero solito andare a dormire il sabato sera. Era bellissima quella volpe, di un rosso particolare, scuro, che dava quasi al marrone, con una coda che pareva essere stata cotonata dal miglior parrucchiere. Un automobilista tentava di investirla, un passante la rincorreva forse per strapparle quella coda che, si diceva, “porta fortuna”. Era impazzita. Era bellissima. Stava scappando, mi dissero qualche giorno dopo, perchè aveva percepito il pericolo e quasi voleva comunicarlo agli uomini: “Fuggite con me”. Avevo 9 anni, era il 23 novembre del 1980 e faceva un caldo che pareva agosto. L’indomani avrei voluto raccontare quella insolita scena ai miei compagni di classe della V elementare di via del Popolo. Così come sarebbe stato ovvio, come accadeva sempre il lunedì, parlare del campionato di calcio di Serie A: era il giorno di Juventus-Inter e inevitabilmente metà classe tifava per Bettega e l’altra metà per Altobelli. La sintesi di quella partita era trasmessa proprio a quella maledettissima ora. Non ci fu il tempo di vedere come andò a finire, nemmeno il pensiero di spegnere il televisore. Alle 19,34 fu solo l’attimo della fuga, del precipitarsi verso la strada dal quinto piano di un palazzo, fortunatamente costruito da poco, di Poggio Tre Galli. Incontrai lungo quella via una mia compagna di classe, non le dissi della volpe. Nella mia pura innocenza credevo veramente che il giorno dopo ci saremmo rincontrati tra i banchi di scuola e avrei raccontato della volpe in fuga. Tornai a scuola due mesi dopo, a gennaio inoltrato. Ma non lì, nello storico edificio che affianca oggi l’ingresso degli ascensori di via del Popolo. Sprofondò il pavimento del primo piano, proprio dove c’era anche la mia aula. Col senno del poi benedico il fatto che la terra si scatenò contro la mia Potenza di domenica, quando la scuola era chiusa. Se non fosse stato così, sarebbe stato impossibile per chiunque mettersi in fuga, come quella bellissima volpe che vidi fuggire dalla sua paura, in una assolata domenica che non dimenticherò mai per tutta la mia vita. E non perchè la Juve battè l’Inter 2-1“.

MICHELE CRISTIANI (Infermiere Professionale di Rapone): “È stata una brutta esperienza vedere le case che si piegavano e la strada che era come un’onda del mare io ero in macchina e non guidavo la macchina andava da sola alla fine delle scosse ho trovato tutte e quattro le gomme rotte, nell’aria odore di zolfo e un rumore cupo e le grida della gente, il giorno seguente mi sono presentato sul posto di lavoro e con altri colleghi siamo andati a prestare soccorso nei paesi dell’Irpinia, Teora, Conza della Campania immagini terribile che rimasero per tanto tempo nella mia mente“.