EDITORIALE – Quando penso a Daniel, il primo posto in cui riesco a rivederlo è sempre lo stesso. Il cortile del nostro condominio di via XXV Aprile, nel quartiere Sant’Antonio di Lauria. È lì che siamo cresciuti, tra due palazzi di tre piani che per noi ragazzini era praticamente tutto il mondo.
Con i genitori e i suoi due fratelli abitava nell’appartamento al primo piano, io con la mia famiglia al secondo. Non serviva neanche scendere per capire se fosse già giù. Bastava affacciarsi al balcone e ascoltare. La sua voce arrivava prima di tutti: era quella che inventava il gioco, decideva le squadre, tirava fuori lo scherzo della giornata. Daniel era così. Sempre un passo avanti, soprattutto quando c’era da fare “casino”.
Frequentavamo molto quel cortile insieme a tutti gli altri ragazzini del condominio. Col passare del tempo, inevitabilmente, siamo diventati amici. Daniel era il più vispo di tutti. Aveva sempre la battuta pronta, trovava il modo di trascinarci e, allo stesso tempo, aveva una spontaneità negli affetti che a quell’età non era così comune.
Nicola e Giancarlo, i fratelli maggiori, facevano naturalmente la loro parte, aizzandolo volentieri in qualche marachella. Poi arrivava la voce di mamma Rachele o del padre Pepè da uno dei balconi a richiamarci. Ci fermavamo, almeno per un po’. Anche perché con Rachele finiva quasi sempre allo stesso modo: prima la sgridata e poco dopo pane e Nutella per tutti. E noi, naturalmente, eravamo già pronti a ricominciare.
Quel cortile era il nostro punto di ritrovo. Non servivano appuntamenti. Si scendeva e prima o poi qualcuno arrivava. E quando spuntava Daniel, generalmente, qualcosa succedeva.
Crescendo, quel cortile diventò anche il nostro primo, abbozzatissimo campetto di pallavolo. Un campo molto approssimativo, a dire il vero: la rete era un semplice filo di spago, le righe tutte da immaginare e discussioni infinite per stabilire se una palla fosse dentro o fuori. Ma a noi bastava così.
Daniel giocava con lo stesso entusiasmo che metteva in tutto. Poi il volley diventò una cosa seria.
Alla C.S. Pallavolo Lauria, sotto la guida di Giuseppe Iannarella, fece tutta la trafila delle giovanili, raccogliendo titoli provinciali e regionali nelle categorie Under 14, Under 16 e Under 18. Nel 1997 e nel 1998 arrivò anche la convocazione nella selezione regionale della Basilicata per il Trofeo delle Regioni. In Trentino, in una di quelle esperienze che per un ragazzo restano impresse per sempre, arrivò un tredicesimo posto che allora aveva il sapore di un traguardo importante.
Giocò anche in Serie C regionale e in B2 nazionale. E attorno a lui continuavano a esserci alcune delle facce di sempre, amici prima ancora che compagni di squadra. Ragazzi con cui aveva condiviso palloni e giornate intere quando il campo non aveva ancora un parquet, una tribuna o delle righe vere.
Dopo arrivò Bologna. Daniel si era trasferito lì per studiare Lingue. Una nuova città, l’università, una vita che cominciava ad allargarsi oltre Lauria e oltre quel mondo nel quale eravamo cresciuti.
Poi, all’improvviso, quel maledetto giorno di settembre del 2001. Aveva ancora tutta una vita da immaginare. Sono passati venticinque anni.
Scriverlo fa un certo effetto, perché quando si pensa alle persone con cui si è cresciuti il tempo segue regole tutte sue. Noi siamo andati avanti. Abbiamo studiato e lavorato. Chi ha costruito famiglie, cambiato città e preso strade diverse. Daniel, invece, è rimasto giocoforza il ragazzo di allora. Nei nostri pensieri e nella nostra quotidianità.
Quei ragazzini del cortile, oggi diventati uomini, si vedono molto meno. Qualcuno di noi è rimasto a Lauria, qualcun altro vive altrove. È la vita. Eppure, quando capita di ritrovarsi, Daniel prima o poi torna. Basta una battuta. Un episodio. Un “ti ricordi quella volta?”. A volte non c’è neppure bisogno di finire il racconto, perché chi c’era ha già capito.
Ed è forse questa la cosa più strana del tempo: porta via tantissimo, ma non riesce a portarsi via tutto.
Il nostro cortile di via XXV Aprile è ancora lì. Naturalmente oggi lo guardiamo con occhi diversi. È molto più piccolo del mondo enorme che ci sembrava allora.
Eppure, ogni volta che torno li, inevitabilmente il pensiero va a Daniel. E se chiudo gli occhi riesco quasi a sentirla ancora quella voce. Vispa, sfacciata, allegra. La voce che dal cortile continuava a chiamarci giù a giocare anche quando fuori era già buio.
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