EDITORIALE – Oggi 25 Aprile mi ritrovo a scrivere su Libertà, Liberazione ed inevitabilmente Epidemia.
Sorvolo sull’inutile e nonché stucchevole polemica sulla questione della presunta “sinistrosità” della Festa della Liberazione e della sua presunta natura “divisiva”;
molti hanno provato a dare delle reintrepretazioni a questa ricorrenza o a darle nuovi significati (a dire il vero molte le ho trovate fantasiose ed anche grottesche), ma la più subdola, la più sottile è la proposta di definirla Festa della Libertà.
Non voglio commentare l’ingenuità di questa proposta, ingenuità che ritrovo sia in in chi l’ha fatta e sia in chi l’ha ricevuta e fatta propria, ma mi voglio limitare a riportare la definizione che la Treccani fa dei due termini:
Libertà: l’essere libero, lo stato di chi è libero. Liberazione: l’atto, il fatto, di liberarsi o di essere liberato.
Quindi la liberazione è un ATTO che ci porta, o riporta alla Libertà.
Noi, in questa giornata di sole, ricordiamo quell’atto collettivo, perpetuato da donne e uomini, che ci ha regalato la libertà di cui oggi godiamo.
Festeggiamo la causa, non l’effetto.
Oggi però è una festa di Liberazione particolare, forse la più difficile dal dopoguerra in poi. È la più difficile e complicata per l’individuo, per la collettività e per le Istituzioni.
Molti hanno voluto trovare un parallelismo tra la questa festa e la fine della chiusura delle restrizioni dovute alla pandemia.
Il 4 Maggio un nuovo 25 Aprile? No .
Non è corretto e neanche giusto.
Si rischia di togliere significato e dignità a due eventi che sono lontani nel tempo ed anche nel significato ed al ruolo che rivestono, e rivestiranno, nella Storia del nostro Paese.
Non voglio soffermarmi sul significato storico e sociale del 25 Aprile, ma su un’ analogia individuata da molti.
Molti hanno definito questo periodo una guerra;
dare le definizioni è rassicurante, perchè da forma a qualcosa, la rende concreta. L’ ignoto è quanto di più spaventoso possa esserci.
La guerra però presuppone un nemico, un nemico riconoscibile, un nemico con la divisa di un altro colore;
in questa guerra il nemico non c’è, o se c’è, è invisibile.
Chi è però il nemico? Il virus mi si dirà.
O è chi ci potrebbe contagiare? Il passante che potremmo incrociare andando in edicola o andando al supermercato? Potrebbe essere l’amico che vorremmo abbracciare o baciare, ma le restrizioni ci impongono di non farlo?
Ecco la differenza.
Il nemico non c’è. Non c’è il nemico identificabile come tale e come tale essere il destinatario delle emozioni che solitamente scatena un nemico: odio, rabbia, rancore.
Siamo arrabbiati col virus, lo odiamo. E come possiamo dar seguito alle nostre emozioni?
Non è una guerra, e se lo è, è una guerra sui generis, senza un nemico con cui potersi arrabbiare, a cui poter “dedicare” le nostre emozioni più forti.
Queste emozioni però ci sono. E che ne facciamo?
Questa domanda emerge perchè si è soliti portare fuori le emozioni, ma purtroppo il più delle volte non per ri-conoscerle, capirle, vedere e conoscere il loro percorso, ma per farle diventare altro da noi.
I social network sono il luogo di elezione per far ciò: lasciare, o forse lanciare, le emozioni fuori da noi ed aspettare che che diventino una massa indefinita in attesa di una elaborazione collettiva che però è anch’essa altro da noi.
Allora, ribadisco anche qui, la necessità di cercare e s-coprire quelle parti che abbiamo tenuto nasco(ste).
L’opportunità soggettiva di cui avevamo già parlato è anche un’opportunità collettiva.
È un’opportunità collettiva che può concretizzarsi, solo se prima si agisce individualmente pensandosi anche come facenti parte di una Società a cui è nostro dovere dare il nostro contributo. L’opportunità che ci viene fornita è quella di poter (ri)pensare ad un nuovo modello di società, dove il concetto di bisogno sia sovrapponibile ai veri bisogni dell’ Uomo.
Tutti noi stiamo avvertendo la mancanza di contatti umani, di socialità.
Ci manca il poter prendere il caffè al bar con gli amici, fare una chiacchiera sciocca passeggiando con un amico, visitare una città, che conosciamo bene, ma in compagnia dei nostri cari per condividere con loro le emozioni che tale città ci suscita.
I social network ed altre piattaforme sono state utilissime in questo periodo, ma hanno dimostrato tutti i loro limiti, limiti che hanno in genere i surrogati.
Forse abbiamo capito che avere alcuni beni che a torto riteniamo (spero ritenevamo) essenziali, è un modo per riempire un vuoto che vuoto non è, ma mancanza e come tale non riempibile.
È un’opportunità di riflessione su ciò che è stato, su ciò che è e su ciò che sarà.
Per fare tale riflessione è bene capire quel che è, senza dare altri significati o trovare analogie che ci porterebbero ad altro e non a quello che è.
Buon 25 Aprile.










































