25 novembre. NON BASTA!!!

Sensibilizzare e manifestare contro la violenza sulle donne non basta più! Non basta più nemmeno denunciare.

Né basta il 25 novembre e neppure l’8 marzo, se queste date si riducono solo a un pretesto per riconsiderare gli effetti di una discriminazione di genere che affonda le sue radici nella cultura patriarcale, dura a morire, e in scelte e orientamenti politici che finiscono per vanificare i diritti duramente conquistati dai movimenti femminili.

Il femminicidio, lo stupro, i maltrattamenti colpiscono sicuramente l’opinione pubblica, ma, a ben guardare, producono soltanto un “riflesso condizionato”. Quest’ultimo infatti non genera la consapevolezza della gravità dei tanti episodi di cronaca, non modifica in modo radicale le condizioni culturali e i contesti in cui si colloca la violenza di genere…così ogni anno siamo lì con le scarpette rosse o con le mimose a ricordare le vittime o la discriminazione.

Esiste, poi, una violenza quotidiana, che non gronda sangue, meno impressionante: quella delle conquiste negate, dell’arretramento dei diritti, della violazione della parità e dell’autodeterminazione giuridicamente sancite.

La pandemia in Italia ha messo in evidenza le criticità di un intero sistema e niente sembra salvarsi: l’organizzazione sanitaria, l’economia, la scuola, i trasporti, l’ambiente…neppure la condizione delle donne. In particolare, la crisi sanitaria impatta pesantemente sull’occupazione femminile e sul rapporto uomo-donna: la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro annota che, dall’inizio della pandemia, per le donne più di un posto di lavoro è andato perso, specialmente al Sud; il Ministero dell’Interno parla di un incremento consistente dei femminicidi durante il lockdown, consumati proprio fra le pareti domestiche.

Della serie quello che non funzionava prima, grazie al virus tende a peggiorare. E non impareremo nulla: anche questa crisi, forse, andrà sprecata!

Intanto continua la mattanza: nel giorno istituito contro la violenza di genere giungono le notizie di altre due donne uccise. A Catanzaro e a Padova.

Lettera a firma della prof. Rita Galietta