40 anni fa il terremoto in Irpinia e Basilicata

EDITORIALE – Per capire bene cosa è stato, o meglio cosa ha determinato l’evento catastrofico di cui occorre, oggi, la ricorrenza quarantennale, bisogna andare a fare un giro in un quartiere di Potenza. Un quartiere chiamato Bucaletto. Per comprendere il passato, dunque, bisogna partire dal presente, come spesso avviene. Osservare con attenzione cosa quella frattura, non solo geologica, ha cagionato a livello sociale negli anni che seguirono al suo manifestarsi. Bisogna fare un giro tra quelle umili “baite”, metà legno metà cemento ma anche con molto amianto, che in comune con quelle più appariscenti delle località sciistiche hanno solo il fatto di essere localizzate in altura, sulla montagna, in un luogo in cui la neve non manca e il freddo manifesta tutto il suo mordente.

Quelle abitazioni prefabbricate ormai consumate dal tempo costituiscono una testimonianza delle conseguenze di quel devastante terremoto. Furono infatti progettate negli anni Ottanta per raccogliere le famiglie sfollate dopo il sisma che colpi duro l’area appenninica a cavallo tra Campania e Basilicata, nelle province di Avellino, Benevento e Potenza, e che fu di tale intensità da produrre riverberi su un territorio molto più vasto, tanto che anche nel capoluogo lucano si fece sentire con una certa forza.

il quartiere di Bucaletto, a Potenza

Come spesso avviene nei processi di rigenerazione urbana, il progetto iniziale era molto ambizioso: fare di quell’area periferica un nuovo modello di comunità, in cui accompagnare la costruzione di nuovi alloggi con la delocalizzazione di servizi prevalentemente concentrati in centro città. Dovevano sorgere anche un parco, una chiesa, e soprattutto nuove case che andassero a sostituire quei prefabbricati dall’inusuale forma pentagonale, pensati come una soluzione di emergenza. Dopo quarant’anni, il quartiere di Bucaletto è un emblema dello squasso prodottosi nella storia del Mezzogiorno a partire dalle 19:34 di quel 23 novembre del 1980. Un esempio che trova numerose imitazioni in molte altre realtà colpite dal terremoto (come ad esempio quelle dell’area napoletana, come il Parco Verde di Caivano o i “bipiani” di Ponticelli) e che disegna una delle rughe più profonde della sempre più vecchia, ma drammaticamente sempre più irrisolta, questione meridionale.

La prima pagina de Il Mattino del 26 novembre 1980, quando ancora molti comuni colpiti dal sisma non avevano ricevuto nessun tipo di soccorso

Certo, qualcosa nel tempo pure è stato fatto: ci sono alcuni palazzi, moderni, ben visibili dall’autostrada che corre ai piedi dell’area, un parco giochi, una pista ciclabile, una scuola primaria; nella parte alta del quartiere si trova inoltre uno dei ristoranti più celebri della città, Triminiedd, santuario della cucina potentina, che qui trovò sistemazione proprio dopo il sisma, sorgendo davanti ai prefabbricati ancora esistenti. Ancora troppi, come troppa è la gente che si ritrova a vivere al loro interno, misurandosi sia con problematiche ambientali di non poco conto -se si considera che quelle strutture, come detto, sono fatte in buona parte di amianto- sia con problematiche sociali, visto che nel corso di questi anni il mancato sviluppo e reale adeguamento del quartiere lo ha fatto diventare la periferia “difficile” di Potenza, in cui al disagio si sono spesso mescolati fenomeni di microcriminalità.

E questo nonostante la pioggia di miliardi che si riversò su questi territori per la ricostruzione. Una ricostruzione che, a distanza di quarant’anni, in molti casi ha fallito, minata dalle usuali dinamiche di sperpero di risorse e corruzione. Tutto questo ce lo ha ben raccontato la cronaca giudiziaria di questi anni, che fece emergere anche il ruolo che ebbe la criminalità organizzata (come i clan di camorra) nel gestire l’immane mole di denaro pubblico che sarebbe dovuta servire a rilanciare lo sviluppo di aree all’epoca già contraddistinte da condizioni di tardato sviluppo economico, e che invece da quel trauma ne sono uscite, sotto molti aspetti, più povere.

Per il resto, la cronaca di quei giorni è ormai nota ai più: interi paesi cancellati, quasi tremila morti, novemila feriti e circa duecentottantamila sfollati. Ritardi pazzeschi nei soccorsi, tanto da far divenire feticcio di quei giorni una pagina de Il Mattino che titolava a caratteri cubitali: “FATE PRESTO”. E poi perdite immani per il patrimonio artistico e architettonico, che rimane il cuore pulsante delle aree interne da cui bisognerebbe ripartire con determinazione, per voltare finalmente pagina dopo quarant’anni.