5G: tra pensiero magico e tribunali

EDITORIALE – Il 5G come tutte le novità tecnologiche, anzi come tutte le novità, sta scatenando dibattiti e prese di posizione in tutta Italia, spesso irrazionali e connotate da quel pensiero magico che tanti danni ha arrecato negli ultimi anni al discorso pubblico e alle decisioni della politica.
Si pensi solo che sono oltre 500 i Comuni italiani ad aver applicato (scorrettamente) il principio di precauzione, per bloccare gli adeguamenti degli impianti e, talvolta, anche la sperimentazione stessa di questa nuova tecnologia.
Come in ogni diatriba che si rispetti, accanto e in contrapposizione ai No 5G e alle loro tesi da incubo elettromagnetico, c’è chi chiede di procedere a passo più spedito. Lo reclamano in un appello indirizzato al Governo ben undici fra fondazioni, centri economici e istituti specializzati: il Centro Economia Digitale, Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni, la Fondazione Luigi Einaudi, la Fondazione Magna Carta, la Fondazione Guglielmo Marconi, la Fondazione Aristide Merloni, la Fondazione Adriano Olivetti, la Fondazione Ottimisti&Razionali, la Fondazione Prioritalia, l’Istituto Bruno Leoni e l’Istituto per la Competitività (cfr.: ne avevamo parlato qui ).
Giova precisare che, in relazione al principio di precauzione, spesso frainteso e adottato come una clava da improvvisati ecologisti al fine di impedire qualsiasi attività umana che abbia un possibile impatto sulla salute umana e sull’ambiente (ossia tutte le attività umane…) in merito alla tecnologia 5G è intervenuto, sin dal 28 aprile scorso, il Centro Nazionale per la Protezione dalle Radiazioni e Fisica Computazionale dell’Istituto Superiore di Sanità a dipanare ogni dubbio.
Testualmente: “L’evoluzione della telefonia mobile (la cui “quinta generazione”, o 5G, ne rappresenta lo sviluppo più recente) è stata caratterizzata da una copertura del territorio sempre più fitta, con sempre più numerose antenne che servono aree (“celle”, da cui il termine telefonia “cellulare”) di dimensioni sempre più ridotte, per limitare il numero di persone che intendono utilizzare il servizio contemporaneamente nella stessa cella. Per coprire tali celle di dimensioni più ridotte sono necessarie potenze sempre più basse, con una conseguente riduzione dei livelli ambientali di campo elettromagnetico cui possono essere esposte le persone. Inoltre, le dimensioni ridotte delle celle portano anche ad una maggiore vicinanza tra telefoni cellulari e antenne fisse, con la conseguente riduzione delle potenze emesse dai telefoni cellulari e quindi delle esposizioni degli utilizzatori.”.
E ancora: “Un’altra causa di preoccupazione per il pubblico è rappresentata dal fatto che è previsto anche l’utilizzo di frequenze (circa 27 GHz) molto diverse da quelle attualmente utilizzate per la telefonia mobile (800-2,6 GHz), e ciò ha portato a parlare di frequenze “inesplorate” dal punto di vista degli effetti sulla salute. In realtà sono stati già condotti alcuni studi sulle onde a qualche decina di GHz (più vicine alle frequenze di circa 27 GHz). Inoltre quelle usate dal 5G appartengono comunque all’intervallo delle radiofrequenze, i cui meccanismi di interazione con il corpo umano sono ben compresi, e i limiti di esposizione internazionali (e a maggior ragione i più cautelativi limiti italiani) consentono di prevenire totalmente gli effetti noti dei campi elettromagnetici anche a queste frequenze.”.


Tali rassicurazioni sull’uso di questa tecnologia sono state rilasciate anche sulla scorta dei dati forniti dalla Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP) per la protezione dai campi elettromagnetici a radiofrequenza, un organismo scientifico indipendente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Ma il populismo, la paura irrazionale e l’irresponsabilità scorrono profondi in questi tempi di nuovo medioevo.
E allora è chiaro che in questa Italia litigiosa si sarebbe finiti a combattere anche con le carte bollate.
Così il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, sezione staccata di Catania, ha emesso la prima ordinanza cautelare in materia.
Più specificamente un’ordinanza di sospensione dell’ordinanza sindacale contingibile e urgente n. 133 del 27 aprile 2020 del Comune di Messina avente ad oggetto: “Divieto di sperimentazione e/o installazione del 5g”.
Il Comune di Messina è, tra l’altro, uno tra i più grandi tra quelli che hanno adottato provvedimenti per bloccare l’installazione di reti di quinta generazione.
Perché è rilevante questa pronuncia?
Innanzitutto poiché il TAR ha precisato che la valutazione sui rischi dei campi elettromagnetici, adombrata dalle ordinanze dei sindaci anti-5G, compete solo e soltanto all’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (Arpa).
Inoltre, applicando immediatamente il dettato dell’art. 38, comma 6, del d.l. 16 luglio 2020, n. 76, cd. Decreto Semplificazioni sulle ordinanze no-5G, il Tar catanese ribadisce che i Comuni possono intervenire per impedire l’installazione solo su specifici siti del proprio territorio ed esclusivamente sulla base di motivi localizzati.
I Comuni, viceversa, non possono prescrivere un blocco totale.
La trattazione del merito all’udienza è fissata per il 3 dicembre prossimo.
Per ogni opportuno approfondimento, si allega l’ordinanza.