Addio a Hebe de Bonafini, voce storica delle Madri di Plaza de Mayo

Ieri ci ha lasciati Hebe de Bonafini, leader storica delle Madri di Plaza de Mayo, le coraggiosissime donne argentine col fazzoletto bianco che da più di quarant’anni lottano per sapere cosa ne è stato dei loro figli, scomparsi nel nulla durante gli anni terribili della dittatura militare (1976-1983), e per questo passati a essere riconosciuti con l’atroce epiteto di “desaparecidos”.

Hebe è stata una leader autorevolissima, non solo del suo movimento, ma di tutta la sinistra latino-americana, e come tale riconosciuta dalle icone di quel continente, da Fidel Castro a Evo Morales, con cui ha animato i movimenti anticapitalisti in questi ultimi decenni. Storica anche la sua amicizia con Diego Armando Maradona.

Durante la dittatura, A Hebe furono sottratti due figli: Jorge Omar e Raúl Alfredo, e sua nuora, María Elena Bugnone, colpevoli di far parte dei movimenti peronisti di sinistra. Di loro non ha saputo più niente. Ma, al pari di tutte le altre madri, non ne ha mai voluto ammettere la morte: sia durante le prime, temerarie dimostrazioni all’epoca dei generali (tra cui celebre quella nel corso dei Mondiali del ’78, per attirare l’attenzione dei media internazionali), sia in ogni giovedì durante la marcia attorno all’obelisco di Plaza de Mayo a Buenos Aires (davanti al parlamento), il loro grido di battaglia è stato “aparición con vida”, e cioè che i loro figli dovessero riapparire tutti vivi, rifiutando sempre le proposte di compensazione economica che furono formulate a partire dal ritorno della democrazia col presidente Raúl Halfonsín, perché avrebbe significato riconoscere il loro decesso.

Alle Madri interessava, invece, che i responsabili venissero puniti.

Mi è capitato di incontrarla in tre occasioni.

La prima fu nel 2000, ero un giovane studente di scienze internazionali e diplomatiche a Forlì e la prof. Giuliana Laschi un giorno la portò a lezione. In aula entrò un uragano, non solo perché Hebe era una donna fisicamente possente e con un’oratoria gestuale capace tanto di affascinare quanto di incutere timore, ma anche perché sapeva esattamente ciò di cui stava parlando, e lo faceva riuscendo a trasmettere alla platea il pathos del doloroso vissuto suo e delle sue compagne. Mi colpirono molto la ricostruzione minuziosa dei fatti e delle responsabilità, e le accuse dettagliate, in particolare nei confronti del cardinale Pio Laghi, all’epoca nunzio apostolico, a parere di Hebe uno dei maggiori corresponsabili dello scellerato patto tra dittatura e chiesa argentina in quel periodo (e per il quale durante i processi che seguirono finì per essere ascoltato più volte anche l’attuale pontefice).

Ne rimasi folgorato, e mi appassionai perdutamente di quell’epopea politica, civile e privata, che nella figura incombente di Hebe riassumeva la tragedia di un intero popolo, gran parte del quale di origine italiana.

La ritrovai a Genova nel 2001, in occasione di un altro indimenticabile dramma nazionale, le giornate del G8, segnate da scontri e violenze, da sirene e lacrimogeni, tra i quali però si muoveva con una naturalezza incredibile, abituata a ben altre repressioni pur di affermare la voce degli ultimi.

E poi l’ultima volta a Buenos Aires, nel 2007, quando per quattro giovedì di seguito riuscì a partecipare alla loro marcia, in una delle quali le scattai la foto che segue, a cui tengo molto. Dopo la manifestazione, le seguii fino all’università popolare che avevano aperto in uno dei quartieri della città, un luogo bellissimo. Lì scoprii la “Radio Voz de Las Madres”, di cui Hebe è stata anima fino a quando gli anni e il fardello che si portava dentro non glielo hanno impedito. Mi colpì una cosa, che segnò la memoria di quel viaggio: il libro con tutti i nomi dei desaparecidos, tra cui un mio omonimo, originario della mia terra, scomparso all’età di trent’anni. Lì mi resi conto quanto quella sciagura fosse così vicina, fosse di tutti noi.

Grazie Hebe, grazie di tutto. Sei stata un esempio, inimitabile.