Al di là del filo spinato: la testimonianza di Vincenzo Labanca nel Giorno della Memoria

RIVELLO (PZ) – «Meditate che questo è stato». Con un semplice e disarmante imperativo Primo Levi, nella sua poesia “Se questo è un uomo”, richiamava, all’indomani della tragica esperienza nel campo di Auschwitz-Monowitz, al dovere della meditazione, della riflessione ma soprattutto della memoria. Per lo scrittore e chimico torinese, ricordare era un modo per impedire che ciò che era accaduto venisse cancellato. Voleva dire parlarne: per testimoniare, per non dimenticare, per evitare che qualcosa di simile ad Auschwitz si ripetesse nella storia. Il dovere del ricordo fu per Primo Levi una missione esistenziale, che onorò fino al giorno in cui lasciò la vita terrena: una vita forse schiacciata dal peso del dolore subito e dal senso di colpa nei confronti dei compagni che non ritrovò più al di là del filo spinato. Tanti sopravvissuti all’inferno nazifascista hanno avuto la forza di raccontare. Altri, invece, non sono riusciti a ripercorrere con la mente la brutale e traumatica esperienza e hanno preferito custodire le dolorose ombre del passato in un angolo recondito del cuore. In entrambi i casi, è stato necessario un grande coraggio per continuare ad andare avanti, nonostante le cicatrici indelebili dell’orrore patito. Tra le tante voci di lucani che, tornati alla vita, hanno deciso di testimoniare e di negare l’oblio, c’è anche quella di Vincenzo Labanca.

Nato a Nemoli il 25 aprile 1923, si trasferì a Rivello con la famiglia durante l’adolescenza. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu chiamato alle armi poco più che ventenne e inviato in Grecia con le truppe di occupazione. All’indomani della firma dell’Armistizio dell’8 settembre 1943, fu fatto prigioniero dai tedeschi e trasferito in un campo di prigionia per internati militari. Dallo Stalag XVII A, poco distante da Vienna, fu successivamente trasferito nello Stalag XVII B di Krems. Nel campo trascorse due lunghi anni, sottoposto a tutte le torture che, attraverso libri di storia, film e documentari, abbiamo imparato a conoscere: fame, sete, freddo, lavori forzati, malattie, maltrattamenti. Vincenzo Labanca ce l’ha fatta. È tornato a casa. È riuscito a salvarsi. Ha costruito una vita dopo il lager, fatta di genuinità, lavoro e bontà, circondato dall’amore di sua moglie Antonia, dei suoi nipoti e pronipoti, accolto dalla sua Mascalcia, a Rivello. Ma non dimenticò mai ciò che l’inchiostro eterno delle atrocità subite nel campo di concentramento aveva inciso sul suo corpo e nella sua mente. Decise così di narrare quelle atrocità ai familiari, agli amici, a chiunque, mosso dal desiderio di sapere, di ascoltare e di conoscere la storia, si avvicinasse a lui chiedendogli di raccontare. Raccontare dell’8 settembre del ’43, dell’interminabile viaggio sul treno verso il campo di internamento, dei fucili tedeschi puntati addosso durante le marce a piedi, della doccia fredda, della rasatura, del disinfettante rosso cosparso sul corpo appena arrivato, delle prime scene di morte viste in quel luogo mostruoso e disumano. Scene che, purtroppo, si sarebbero ripetute ancora e ancora sotto i suoi occhi. La testimonianza, vivida, lucida e puntuale di Vincenzo Labanca sulla sua esperienza nell’inferno di Krems è diventata un libro: “Il reduce”. L’opera ha visto la luce grazie ad Antonio Cirillo, magistrato, giornalista e scrittore, che ha raccolto la sua testimonianza, stimolandone i ricordi e mettendo nero su bianco episodi, vicissitudini, parole cariche di pathos e dense di commozione. Leggere “Il reduce” significa prendere per mano Vincenzo Labanca e compiere con lui un viaggio nella memoria; significa piangere con lui, soffrire con lui, empatizzare con il suo dolore e la sua paura. Significa prendere consapevolezza di quanto straziante, crudele, illogico sia stato l’Olocausto. Significa guardare il male in faccia, e dargli un volto. Ma significa anche provare tenerezza quando Vincenzo ricorda una donna che, di nascosto, gli lanciò dalla finestra un pezzo di pane e delle patate lesse: un gesto semplice che oggi apparirebbe scontato, ma che in quella situazione e in quel preciso momento storico rappresentò un atto di compassione salvifico, quasi miracoloso. Oggi Vincenzo Labanca non c’è più. Ma il suo ricordo è vivo in chi ha avuto l’onore di conoscerlo e in chi lo ha visto sempre presente, in prima fila, a commemorare con coraggio e determinazione, ogni 4 novembre, accanto alla sezione Autieri di

Rivello, i suoi compaesani caduti in guerra, i compagni che non fecero mai ritorno a casa e la Patria tanto amata, e per la cui libertà anche lui aveva pagato un prezzo. Per questo, nel corso degli anni, è stato insignito, a livello nazionale, di numerose onorificenze, medaglie e riconoscimenti ad attestarne il valore militare e umano. In piazza Umberto I, a Rivello, sulla facciata dell’ex casa comunale, una targa oggi ricorda il suo nome, i 650.000 internati italiani catturati dopo l’8 settembre, i 60.000 che non fecero più ritorno. Vincenzo era stato uno di loro. Vincenzo, dal cuore grande e dal carattere buono, era mite e discreto. Lavorava con passione la terra e la amava, forse perché il germogliare dei suoi frutti lo riconduceva alla vita, dopo aver conosciuto sulla propria pelle il dramma della morte. Ma soprattutto è stato per anni la memoria viva di Rivello e di tutta la Valle del Noce. In un’epoca in cui il tempo rischia di far sbiadire la storia e in cui gli errori del passato, che avrebbero dovuto non ripetersi mai più, tornano terribilmente a farsi “presente”, leggere un nome vuol dire leggere tanti nomi. Tutti i nomi. Vuol dire ancorare la coscienza storica a un volto familiare e potersi orientare all’interno di un ricordo civico e condiviso. Ci capita spesso di percorrere vie, strade, piazze e parchi che portano il nome di figure che hanno tracciato un solco nella memoria collettiva, non perché il loro sacrificio o il loro esempio sia stato maggiore di quello di altri, ma per offrire un riferimento comune e riconoscibile. Se Vincenzo fosse ancora tra noi, probabilmente guarderebbe quella targa con la stessa umiltà e dignità con cui ha sempre raccontato il suo vissuto, convinto di non aver fatto nulla di straordinario. E invece di straordinario ha fatto tanto : si è fatto parola, dando voce a chi ha conosciuto l’abisso della deportazione, a chi è tornato nel silenzio e a chi, purtroppo, non è tornato.

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