“Da Trasnova a PMC, da Brose a Tiberina, Melfi paga il prezzo di una transizione non governata“
MELFI (PZ) – “Dal tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy convocato ieri su Trasnova, Logitec e Teknoservice non è uscito nulla. Settantasei lavoratrici e lavoratori vengono lasciati a casa. Le aziende hanno rifiutato gli ammortizzatori sociali, hanno chiuso ogni porta, hanno scelto di non cercare una strada diversa. E oggi, mentre quelle famiglie fanno i conti con un futuro che si è ristretto di colpo, Stellantis prepara il suo piano industriale di maggio e si avvia a presentare numeri in crescita. Questo è il paesaggio reale di Melfi nel marzo 2026: il grande gruppo rilancia (forse), l’indotto muore”. Lo dichiarano le consigliere regionali del M5s, Alessia Araneo e Viviana Verri.
“L’unica prospettiva concretamente nominata al tavolo – proseguono – è la disponibilità di un’azienda campana ad assumere una ventina di lavoratori, con sedi a Casoria e a Milano. Venti posti su settantasei. E alcune di quelle sedi, per chi ha costruito la propria vita a Melfi, significano emigrare. Non è una soluzione: è uno spostamento geografico del problema, che lascia il territorio esattamente dove si trova: senza risposte, senza prospettive, senza un interlocutore che si assuma una responsabilità vera”.
“Dal tavolo di stamattina su PMC e Brose – aggiungono Araneo e Verri – il quadro non è meno grave. Gli ammortizzatori di Brose scadono il 18 aprile. Quelli di PMC il 30 aprile. Il prossimo incontro al MIMIT è fissato al 1° aprile. Tra quella data e le scadenze ci sono diciassette giorni per Brose, ventinove per PMC. Non è un margine: è una forbice che si chiude, e al suo interno non c’è ancora un investitore nominato, non c’è un piano industriale scritto, non c’è una data certa. I lavoratori si aspettavano oggi un nome, un’azienda, un impegno. Sono usciti con un altro rinvio. Quello che sta accadendo a Melfi — nella logistica come nella componentistica, da Trasnova a PMC, da Logitec a Brose, da Teknoservice a Tiberina — non è una somma di vertenze separate da gestire una per volta in sale ministeriali. È un modello che va nominato come tale: un committente che alleggerisce la propria esposizione sociale scaricando sull’indotto il costo di scelte che l’indotto non ha mai condiviso. Lavoratori che perdono il posto nel momento esatto in cui il grande gruppo dovrebbe tornare a crescere. Non è un paradosso: è una strategia. E fin quando non viene chiamata con il suo nome, ogni tavolo resterà un rito senza esito”.
“In questo quadro – spiegano – il silenzio della giunta regionale è esso stesso una posizione. La Regione Basilicata ha strumenti, ha tavoli, ha voce nei confronti del governo nazionale. Stamattina, quando il sindacato ha chiesto che la Regione facesse decollare concretamente un bacino occupazionale territoriale — strumento già sperimentato con successo in quest’area nel 2015 e 2016, oggi abbandonato — l’unica risposta istituzionale è stata una generica dichiarazione di disponibilità. Non una proposta. Non uno strumento. Non un nome”.
“Noi siamo al fianco di questi lavoratori e di queste lavoratrici – concludono Araneo e Verri – e lo saremo fino a quando non verrà trovata una soluzione vera: continuità del lavoro, nel territorio, senza che il costo di questa crisi ricada ancora una volta su chi non l’ha provocata. Chiediamo al governo impegni vincolanti sull’investitore in PMC e Brose, sulla continuità occupazionale per i lavoratori della logistica, sugli ammortizzatori garantiti senza interruzione fino alla chiusura di ogni vertenza. Chiediamo alla Regione di smettere di assistere e di agire: attivi il bacino occupazionale territoriale, si faccia carico di questi lavoratori come priorità politica e non come voce residuale in un verbale ministeriale. Il tempo che resta è poco. La responsabilità di chi governa è di non sprecarlo. Quella di chi rappresenta questi territori è di non tacere”.








































