Biden, la buona politica e la crisi dei sovranisti. Ma il vaccino contro il Covid-19 non curerà la politica

La vittoria di Biden non è solo una vicenda d’oltre Oceano, lontana da noi che abbiamo altri scenari politici ed economici, ma parla a tutti e racconta una storia nuova. Certo, non sarà questa sconfitta – ancora non riconosciuta – a determinare la fine del trumpismo e del sovranismo, anche quello di casa nostra, ma è evidente che quel modello, capace di vincere le elezioni con la facilità della propaganda ma non di governare la complessità, è entrato in crisi. Ed è una crisi che si farà sentire dovunque si annidino sacche di populismo – di destra e sinistra- infantile e vanesio, rigonfio di aria compressa e incompetenze. Questa crisi del modello trumpiano, nella gestione della cosa pubblica, si è manifestata nel momento più duro della nostra vita, nel bel mezzo di questa pandemia che ancora erode e mortifica la nostra esistenza e miete ogni giorno morti e feriti, e dalla quale speriamo davvero di poterne uscire il prima possibile e di rilanciare con forza e vigore la vita sociale, i consumi, la sfera affettiva compromessa dal distanziamento fisico che è diventato sociale. A dicembre nessuno poteva prevederlo, certo, ma ora siamo a novembre e qualche domanda piena di dubbi ci assale. Perché gli ospedali sono nuovamente al limite? Perché chi governa non ha saputo adottare una maggiore rigidità – così come alcuni esponenti della maggioranza proponevano- nelle scelte strategiche per prevenire che la situazione peggiorasse? Abbiamo imparato sulla nostra pelle che il virus va anticipato e non rincorso. Perché le opposizioni (Salvini e Meloni, per dirle meglio) si trincerano in slogan e battaglie senza senso, cavalcando la rabbia dei giusti e la violenza degli sciacalli? Questa adolescenza dei leader della destra prima o poi diventerà maturità? Perché dobbiamo assistere al balletto delle dichiarazioni dei presidenti di regione mentre i sindaci, a mani nude, lottano per la tenuta sociale delle proprie comunità? Perché i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari, non sono più i nostri eroi ma solo l’anello più debole della catena? Perché non si fa ancora ricorso ai fondi del Mes? A quale prezzo dobbiamo pagare le resistenze culturali di chi ha già dimostrato inconsistenza governativa e debolezze politiche? I democratici italiani, e quelli alla loro destra e sinistra, sono in grado di dettare seriamente l’agenda al governo? Dei negazionisti meglio non parlarne, non faranno la storia e saranno inevitabilmente zittiti dall’ostinazione dei fatti (ma loro non lo sanno e continueranno nelle loro intemerate sui social dove ogni giorno scopriamo scienziati, politologi, esperti di qualsiasi cosa laureati presso l’Università della vita).

E’ vero, non siamo a marzo.
Oggi abbiamo una nuova speranza che arriva, guarda caso, dalla scienza con l’annuncio delle ottime performance del vaccino elaborato da Pfizer e Biontech – la ricerca e non la magia- ed è una luce in fondo a questo tunnel lunghissimo e profondamente buio, nel quale ci siamo ritrovati a camminare senza torce e senza molte armi per poterci difendere. Ma questa luce che si inizia ad intravedere non può certo accecare il nostro sguardo e distogliere la nostra attenzione dalle crepe di un sistema politico e di gestione amministrativa, a matrice populista, che contribuisce a compromettere quei buoni risultati raggiunti dall’Italia nella prima fase della pandemia. L’estate ha messo a nudo non solo i corpi sulle spiagge affollatissime e nelle discoteche diventate troppo facilmente, e prevedibilmente, focolai di infezioni e moltiplicatori di contagi, ma anche la superficialità di noi italiani e di parte delle classi dirigenti territoriali, cresciute con il mito del tycoon americano e alimentate dalla macchinetta della propaganda dei sovranisti d’Italia, che non ha saputo guardare oltre il falò di Ferragosto. Paghiamo oggi le spese di un’indigestione di incompetenze e irresponsabilità, servite in abbondanza sul bacchetto della nostra cupidigia.
Nei prossimi mesi un vaccino ci aiuterà a sconfiggere il nemico invisibile, il virus, ma non sarà la cura ai mali di questo nostro tempo. Ci vorrà tempo, ci vorrà buona politica ed una visione di futuro che sia inclusiva, che tenga dentro i diritti di tutti e non la tutela dei privilegi dei pochi. In America, come qui da noi, qualcosa forse sta cambiando, molto deve e può ancora migliorare. Prima o poi sarà sotto gli occhi di molti il fallimento di chi doveva fare la rivoluzione ed invece si è preoccupato solo di avere il posto migliore al pranzo di gala. Si dice che il futuro sia dei coraggiosi, degli impavidi, dei cinici. Invece il futuro è dei giusti, degli empatici, di chi ha il coraggio della misura e la saggezza della temperanza. Perché il futuro è un lavoro duro, complesso, in cui non ci si può inventare.