‘Bisogna essere attenti per essere padroni di sé stessi’: in memoria di Germano Nicolini

EDITORIALE – Se n’è andato il Comandante Diavolo, al secolo Germano Nicolini. Protagonista della resistenza al nazifascismo sull’appennino emiliano, ha rappresentato uno dei più grandi paradossi del contraddittorio immediato dopoguerra, quando quelli che si erano macchiati di crimini o connivenza con il fascismo riuscirono a farla franca, mentre chi aveva rischiato la vita per restituire la libertà democratica al paese fu fatto oggetto di una manifesta ostilità politica da parte del nuovo ordine istituzionale, sfociata in molti casi in persecuzione giudiziaria, il tutto per stemperare l’impeto rivoluzionario di quegli uomini decisi a spingere oltremodo il processo di rigenerazione e trasformazione della società italiana. Un afflato alla rivoluzione che però nel paese del post-liberazione non era più nell’ordine delle cose.

E in quest’ottica che va letta anche la vicenda di Nicolini, sebbene il reato per il quale fu condannato a ventidue anni di carcere in realtà non lo aveva commesso. In quel clima di ricerca spasmodica di una necessaria riconciliazione nazionale – al cui raggiungimento non si sottrasse lo stesso Comandante Diavolo, una volta recuperata la libertà e l’agibilità politica – particolarmente complessa fu la situazione nella bassa padana, in quella parte di territorio delle province di Modena, Bologna e Reggio Emilia conosciuto come “triangolo rosso” (o, come ribattezzato dalla storiografia anticomunista, “triangolo della morte”). In quell’ambito la pacificazione fu più difficile a causa delle profonde tensioni pubbliche e private che attraversavano quella società, dominata dalla presenza partigiana e in cui i crimini contro la popolazione civile ai tempi dell’occupazione nazifascista erano stati particolarmente efferati. Ciò aveva generato una profonda frattura sociale, alimentando un clima di vendetta che si manifestò apertamente dal 1945 in poi, concretizzatosi in uno scontro tra gruppi armati comunisti e vecchie gerarchie, soprattutto ecclesiastiche. Lo scontro sfociò in numerosi omicidi di ex dirigenti o militanti fascisti, e soprattutto di membri del clero, che da quelle parti avevano spesso svolto un ruolo collaborazionista con le forze occupanti. Tutta questa dolorosa vicenda ha ritrovato una certa eco all’inizio del nuovo millennio, recuperata da una letteratura storica della revisione, di cui principe indiscusso è stato il giornalista Giampaolo Pansa, recentemente scomparso. L’omicidio per cui Nicolini venne condannato ingiustamente nel 1949 a ventidue anni di carcere (di cui dieci scontati) fu quello di don Pessina, parroco di Correggio, freddato nella sua parrocchia il 18 giugno 1946 da tre ex partigiani, ma tra i quali non figurava Nicolini, che a quel tempo rivestiva l’incarico di sindaco della cittadina in provincia di Reggio Emilia.

Intervista a Germano Nicolini, alias Comandante Diavolo, realizzata qualche anno fa

Nicolini scontò sia l’ostilità della Chiesa, che vedeva in lui il riferimento di un’intera comunità in cui la fede comunista contava più di quella cattolica, sia del suo stesso partito di appartenenza, il PCI fortemente stalinizzato del dopoguerra, che comunque non gli perdonava il fatto di essere un comunista di cultura  e formazione cattolica. La sua vicenda di mala giustizia verrà risolta solamente a inizi anni ’90, quando la riapertura del caso (grazie alle rivelazioni dei veri autori del delitto) portò alla revisione del processo, conclusosi con la piena riabilitazione del Comandante Diavolo (assistito da un giovane Giuliano Pisapia), il quale va ricordato soprattutto per la sua indomita azione partigiana nei periodi duri della lotta sulla linea gotica, la linea del fronte interno negli ultimi anni del conflitto. Nicolini fu infatti comandante del terzo battaglione della 77ª brigata delle Squadre di Azione Patriottica (SAP) “Fratelli Manfredi”, e per questo suo impegno ricevette nel 1997 – dopo la conclusione della sua vicenda giudiziaria – la medaglia d’argento al valor militare.

Autore di alcune pubblicazioni – tra cui la più nota è la sua biografia politica, Noi sognavamo un mondo diverso. Le speranze del comandante diavolo, scritto a quattro mani con Massimo Storchi – Nicolini ha passato gli anni della sua maturità e della vecchiaia a impegnarsi nella promozione dei valori democratici della lotta di liberazione, divenendo un punto di riferimento all’interno dell’ANPI, l’associazione nazionale dei partigiani d’Italia. Rilevante è pure il suo ruolo nella cultura di massa – grazie anche a quel suo particolare nome di battaglia – come dimostrano le canzoni che gli sono state dedicate, si pensi a Al Dievel dei Modena City Ramblers. Però la citazione più evocativa rimane quella fatta dai CSI nel loro bellissimo album intitolato, non a caso, Linea Gotica:

«Comandante Diavolo, Monaco Obbediente / Giovane Staffetta, Ribelle Combattente / La mia piccola patria dietro la linea gotica / Sa scegliersi la parte».

Che la terra gli sia lieve.