NOEPOLI (PZ) – «Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura, rappresentando per me una forma di riscatto sociale».
È quanto avrebbe affermato Valter Lavitola nel corso delle dichiarazioni spontanee rese davanti ai giudici del Tribunale del Riesame, secondo quanto riferito dai suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola.
Il collegio si è riservato di decidere sulla richiesta di concessione degli arresti domiciliari avanzata dalla difesa. I legali avrebbero individuato come possibile luogo di detenzione un’abitazione in Basilicata nella disponibilità dell’indagato.
Nel corso dell’udienza Lavitola avrebbe inoltre spiegato di aver agito con l’intento di proteggere Sigfrido Ranucci da un possibile attentato del quale sosteneva di aver avuto notizia.
«Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci – avrebbe dichiarato –. C’era la necessità di tutelarlo, tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre l’ho chiamato per chiedere che gli fosse rafforzata la scorta».
La difesa contesta inoltre l’ipotesi di un movente politico prospettata dalla Procura di Roma. Secondo quanto riferito dagli avvocati, Lavitola avrebbe ribadito che Ranucci non avrebbe mai manifestato l’intenzione di candidarsi o di intraprendere un percorso politico.
Anzi, sempre secondo la ricostruzione dei legali, il giornalista si sarebbe più volte lamentato del fatto che fosse lo stesso Lavitola a sollevare l’argomento.










































