EITORIALE – C’è un sentimento indefinibile che attraversa il nostro territorio ogni anno perlopiù a settembre. Difficile definirlo con una sola parola. È un insieme di speranza, inquietudine, nostalgia e coraggio. Settembre è il mese in cui ricomincia la scuola. Migliaia di ragazze e ragazzi tornano tra i banchi, con davanti un nuovo anno da vivere, nuove conoscenze da acquisire, sogni ancora tutti da costruire. Nello studio, nella cultura, nella formazione c’è una delle possibilità più concrete che abbiamo per immaginare un futuro diverso.
Ma settembre è anche il mese delle ripartenze. Le valigie non più di cartone vengono chiuse, sull’autostrada del Mediterraneo tornano a concentrarsi i flussi di lavoratori e universitari che lasciano il territorio per riprendere il proprio percorso. Molti giovani e tanti padri e madri di famiglia lasciano nuovamente il Sud per raggiungere altre città, altri Paesi. Partono alla ricerca di un lavoro, di una prospettiva, di quell’El Dorado che troppo spesso sembra trovarsi sempre altrove. E ogni partenza porta con sé qualcosa che non può essere messo in valigia: le radici, gli affetti, gli amici, le famiglie, i luoghi nei quali si è cresciuti.
Poi ci sono coloro che restano. Restano non perché non abbiano ambizioni, né perché non conoscano il mondo. Restano perché decidono, talvolta contro ogni ragionevole previsione, di provare a costruire qui il proprio futuro. È una scelta che richiede al Sud una certa dose di coraggio.
«Ci troviamo al Sud del Sud del Sud», una definizione che appartiene alla nostra storia e che racconta una condizione geo-politica, culturale, economica e sociale, ma che non dovrebbe mai trasformarsi in una sentenza sul nostro destino.
Perché il Sud non è soltanto ciò che manca. Il Sud è anche ciò che possiede e che, troppo spesso, non riesce a mettere a sistema: talenti, competenze, cultura, paesaggio, creatività, capacità imprenditoriali, associazionismo, volontariato, giovani professionalità, patrimoni storici e ambientali. Risorse che, prese singolarmente, possono sembrare insufficienti, ma che insieme possono diventare una forza straordinaria.
Il problema, forse, non è soltanto quello di avere meno opportunità. È anche quello di non essere riusciti, ancora abbastanza, a mettere in relazione quelle che già esistono.
Il nostro territorio ha bisogno di sinergie. Tra istituzioni e imprese, tra scuola e mondo del lavoro, tra associazioni e amministrazioni, tra generazioni diverse. Ha bisogno di una visione capace di trasformare le tante energie presenti in una comunità in un progetto comune.
Perché non possiamo continuare a considerare il Sud come una terra che si anima per l’estate e si svuota a settembre. Durante le ferie e le vacanze estive, è forte il flusso di quanti fanno ritorno nei luoghi delle proprie origini, spinti dal desiderio di riabbracciare i familiari, ritrovare affetti e riscoprire quei luoghi che custodiscono ricordi e frammenti della propria storia. Le piazze si riempiono, le spiagge si affollano, le feste patronali riportano nei paesi volti che non vedevamo da mesi. È bello, necessario, persino commovente. Ma non può bastare.
Un territorio non può vivere soltanto del ritorno estivo di chi è stato costretto ad andare via. Non può accontentarsi di essere il luogo delle vacanze per chi altrove ha costruito la propria vita.
Il vero obiettivo dovrebbe essere un altro: fare in modo che un giorno qualcuno possa scegliere di tornare non soltanto per trascorrere quindici/venti giorni d’agosto, ma per lavorare, investire, crescere i propri figli, aprire un’attività, fare ricerca, creare cultura.
E fare in modo che un ragazzo non debba necessariamente partire per dimostrare quanto vale. Il petrolio, lo smartworking, il blue mind, il benessere psico-fisico non sono ad oggi leve sufficienti o quantomeno adeguatamente sfruttate.
Settembre ci pone dunque davanti a una domanda: che cosa stiamo facendo affinché chi parte possa tornare e affinché chi resta possa avere una ragione in più per farlo?
Non esistono risposte facili, c’è della complessità, ma non è impossibile. Servono politiche, investimenti, infrastrutture, servizi, lavoro qualificato. Ma serve anche una diversa consapevolezza collettiva.
Il Sud non deve essere raccontato soltanto attraverso le sue difficoltà, deve imparare a conquistarsi anche le proprie possibilità.
E forse settembre, con le sue partenze e i suoi nuovi inizi, è il momento giusto per ricordarcelo.
Perché ogni valigia che parte racconta una perdita, ma ogni giovane che sceglie di restare racconta una possibilità. E quella possibilità, oggi più che mai, merita di essere sostenuta, valorizzata e trasformata in futuro.
Domani è un altro giorno e in tanti si apprestano a vivere un altro anno scolastico, per tanti è un nuovo inizio e a tutti si augura un anno di agitazioni culturali e di crescita personale.
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