Scenografie per visitatori o comunità da abitare? A quasi dieci anni dalla legge 158/2017, il destino dei piccoli Comuni rimane ancora in bilico
di Giuseppina Stigliano
EDITORIALE – Sarà la fine di settembre il tempo dei bilanci per il turismo nei piccoli comuni, quando, esaurite le fiere, le sagre e le feste patronali, le luci si spegneranno e con esse anche quelle dei riflettori su eventi e cartelloni estivi.
A livello nazionale, abbiamo già le prime ottimistiche notizie, sia sul primo semestre, che sul ferragosto 2026. Il Ministero del Turismo inquadra il settore come in crescita esplosiva: le presenze aumentano complessivamente del 4,4%, con una crescita del 2,3% della componente italiana e del 6% di quella estera.
In aumento, sempre secondo i dati diffusi dal Ministero, anche l’affluenza turistica nei piccoli comuni (+5,3% di arrivi e +4,6% di presenze), sempre più meta di un turismo diffuso, alla ricerca di autenticità, tradizioni e qualità della vita.
Ma dietro il successo raccontato dalle statistiche, sorge spontanea una domanda. Cosa accade ai piccoli comuni quando finisce la stagione turistica?
Emerge inevitabile, un paradosso: mentre aumentano i visitatori, continuano a diminuire residenti, servizi essenziali, scuole, attività economiche permanenti e occasioni di lavoro stabile. Così i paesi rischiano di diventare “belli da visitare”, ma sempre più difficili da abitare. E’ una realtà sotto gli occhi di tutti, non occorre ricercare fonti per averne conferma!
La Legge 158/2017 sui piccoli Comuni, nata per contrastare lo spopolamento e mantenere vivi i paesi, purtroppo, secondo UNCEM, l’Unione dei piccoli comuni montani, non ha raggiunto il suo obiettivo: “I fondi sono stati ritenuti insufficienti e spesso caratterizzati da ritardi, frammentazioni e procedure complesse che ne hanno limitato l’efficacia”.
Negli ultimi anni, il termine “borgo” è diventato un potente strumento di marketing territoriale. In molti casi, però, la promozione turistica si è concentrata più sull’immagine che sulla vita reale delle comunità. Il rischio è trasformare i paesi in luoghi da cartolina, scenografie pittoresche da consumare durante un weekend o una vacanza estiva, svuotandoli progressivamente della loro funzione sociale.
“Danza l’estate sulla nostalgia, non vorrei andare più via…”, recita la canzone di Serena Brancale, “Al mio paese”.
Ma un paese non è un luogo di nostalgia o il posto da cui andare via, non è museo a cielo aperto. Non è un set folkloristico costruito per intrattenere i visitatori. È una comunità composta da persone, relazioni, attività produttive, servizi e tradizioni che continuano a vivere nel presente.
Il turismo dovrebbe essere, quindi, uno strumento a servizio della collettività, una risorsa per consentire a chi ha deciso di rimanere, di continuare a vivere nel paese o per convincere qualcuno che è andato via, a tornare, e può rappresentare una grande opportunità solo quando si innesta su una comunità viva e resiliente. Dove mancano abitanti, lavoro, servizi e prospettive per i giovani, anche il turismo rischia di diventare una ricchezza effimera.
Significative, in questo senso, le parole più volte richiamate da Carlin Petrini, fondatore di Slow Food: “Non c’è turismo senza la felicità delle comunità”. Una frase che sintetizza un principio fondamentale: l’attrattività di un territorio nasce dalla qualità della vita di chi lo abita ogni giorno, non soltanto dall’interesse di chi lo visita occasionalmente.
Un territorio che vive soltanto di turismo stagionale, rischia di perdere la propria anima.










































