Chi va a coltivare i campi?

EDITORIALE – Secondo le stime della Coldiretti ogni anno nelle filiere agricole italiane lavorano 370mila braccianti regolari che arrivano dall’estero, soprattutto dall’Est Europa e pari al 26% della forza lavorativa totale, che però, con la pandemia in atto e le conseguenti misure restrittive adottate per limitarne il contagio, rischiano di venire meno tanto da pregiudicare il raccolto durante la stagione più importante per l’agricoltura italiana.

Problema di non poco conto, poiché se da un lato le autorità pubbliche hanno garantito l’apertura dei supermercati ed il relativo approvvigionamento fino ad oggi, nel prossimo futuro, senza che ci sia la manodopera necessaria per la raccolta, non solo una notevole quantità di frutta e verdura rischia di andare al macero, ma anche i relativi scaffali nei vari punti vendita li potremmo trovare vuoti.

Quali soluzioni adottare per far fronte a questo ennesimo problema?

La stessa Coldiretti, insieme a Confagricoltura e con la condivisione dell’idea da parte della Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, ritengono che la soluzione migliore sia quella di reintrodurre i voucher, in quanto costituiscono un sistema semplice per assumere un lavoratore, rappresentando allo stesso tempo uno strumento per far fronte alle difficoltà di molti italiani che, senza più reddito, possono trovare un impiego temporaneo.

I sindacati dal canto loro si oppongono a questa soluzione, giacché denunciano che l’emergenza coronavirus non può essere l’occasione per deregolamentare il mercato del lavoro, considerato che le regole esistenti per assumere manodopera già permettono una più che ampia flessibilità.

A parere di chi scrive, il loro timore è che la reintroduzione dei voucher in agricoltura possa rappresentare l’apripista ad un loro più ampio utilizzo anche in altri settori, ritornando al sistema previgente prima della sostanziale modifica introdotta del Governo Gentiloni nel 2017, apportata per non far svolgere il requisito referendario in merito proposto allora dalla CGIL che ne chiedeva l’abolizione.

Il Governo, dal canto suo, sembra orientato ad adottare una sanatoria che permetta di regolarizzare gli immigrati clandestini presenti in Italia, ma non tutti i 600mila, solo quelli necessari per il fabbisogno agricolo, perché, come riferito dalla Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, in audizione alla commissione Affari Costituzionali della Camera il 22 Aprile 2020, “bisogna far emergere chi lavora in nero anche per una questione di sicurezza”.

Su tale tema, così come raccontato anche da questo giornale nei giorni scorsi, nella nostra Regione si è sviluppato un dibattito, a seguito anche della proposta avanzata dalla Coldiretti Basilicata di impiegare i 4mila lavoratori forestali, oltre ai disoccupati ed ai cassaintegrati, nei campi per far fronte al venir meno della manodopera straniera

Iniziativa subito avvalorata dal Consigliere Regionale di Basilicata Possibile, Piergiorgio Quarto, peraltro ex Presidente della Coldiretti Basilicata, il quale ha fatto appello al Presidente Bardi di prendere i provvedimenti opportuni al fine di salvare la filiera agricola lucana, che rischierebbe di essere fortemente compromessa dalla mancata raccolta.

Però, anche nella nostra Regione questo ha trovato la forte opposizione dei sindacati regionali di categoria, i quali accusano la Coldiretti e chiunque avanzi tale proposta di “dilettantismo, approssimazione, superficialità e mancata conoscenza del settore idraulico forestale”.

Dello stesso avviso sono state le considerazioni esposte in merito dall’ex Assessore all’Agricoltura, ora Consigliere regionale di Italia Viva e di opposizione, Luca Braia, che accusa il Governo regionale di essere in ritardo circa l’attivazione delle 151 giornate lavorative per tutti gli impiegati alla forestazione, ritenendolo, nel frattempo, responsabile circa la situazione di degrado in cui versano i migranti situati a Palazzo San Gervasio.

Anche l’ex Assessore, dunque, opta per una sanatoria degli immigrati sia per motivi di sicurezza sanitaria loro riguardanti che di raccolta nei campi agricoli.

L’ambito della forestazione in Basilicata, come in tutto il Meridione, è un settore molto delicato da un punto di vista politico e sociale. Nel corso degli anni i forestali sono stati un bacino di voto verso cui la classe politica ha sempre tenuto un occhio di riguardo, soprattutto in una Regione dove nel 2018 si è registrato un tasso di disoccupazione pari al 12,5% (quella giovanile addirittura del 38,7%) ed un tasso di attività nell’ambito lavorativo pari al 56,6% (9% in meno rispetto al dato nazionale).

In Basilicata, dove il costo della vita non è molto alto, anche le 151 giornate lavorative, accompagnate dall’indennità NASPI, garantiscono delle condizioni di esistenza accettabili.

Anche questo fa si che, agli occhi dell’opinione pubblica, gli stessi lavoratori forestali siano visti come una sorta di privilegiati, in quanto, a fronte di una discreta retribuzione percepita durante l’anno, non si riscontra un’attività lavorativa particolarmente gravosa.  

Pertanto, non mi meraviglierei che la proposta della Coldiretti, se da un lato può essere fortemente contestata dagli stessi lavoratori interessati, dall’altro abbia il plauso ed il sostegno da parte di una fetta consistente dell’opinione pubblica lucana, proprio per quanto detto sopra.

Lo stesso ragionamento potrebbe farsi per chi sostiene che nei campi agricoli l’attività di raccolta, data l’emergenza, dovrebbe essere effettuata dai percettori del reddito di cittadinanza.

 A mio parere quella che si consuma in questi casi è la cosiddetta ”guerra tra i poveri”, in senso metaforico ovviamente, nella quale trova terreno fertile buona parte della politica e della classe dirigente in generale, che invece di risolvere il problema, aizza lo scontro tra le varie fazioni.

Tuttavia, impiegare i lavoratori forestali nei campi agricoli non credo possa essere ritenuta la soluzione migliore, anche perché questo comporterebbe lo svolgimento da parte loro di una diversa mansione rispetto a quanto previsto dal CCNL loro applicabile, con il rischio di far sorgere un contenzioso, per nulla auspicabile data la situazione di emergenza da risolvere.

Altre nazioni hanno dovuto affrontare lo stesso problema, tipo il Portogallo, che, dal canto suo, data la situazione e il numero di immigrati impiegati nei campi, ha optato per una loro regolarizzazione, in linea con quanto vuole fare il Governo Conte.  

Una soluzione del genere già viene molto criticata da una buona fetta dell’elettorato, dato il periodo dove le priorità sembrano essere altre, ma una classe politica che si rispetti deve guardare oltre, soprattutto quando si tratta poi di dover risolvere un problema che effettivamente sussiste.

Penso ai proprietari delle aziende agricole che rischiano di vedere buona parte del loro raccolto perso proprio per mancanza di manodopera, ai titolari dei supermercati con gli scaffali vuoti e alla gente comune senza frutta e verdura nelle proprie case.

Con tale emergenza, di questa situazione ne beneficerebbero tutti e questo Governo darebbe finalmente un segno di discontinuità rispetto al precedente in materia di immigrazione, così come promesso al momento della sua nascita, considerato che, ahimè, fino ad ora segnali concreti in tale direzione non se ne sono visti, andando addirittura per il verso opposto (basti immaginare al decreto di inizio aprile che ha chiuso i porti italiani).

Gli ultimi pagano il prezzo più alto nei periodi di crisi.

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