Cima da Conegliano, un veneto a Miglionico

EDITORIALE – La Basilicata a livello artistico è davvero una BELLA SCOPERTA e spesso sono i paesini quelli che ci sorprendono di più in quanto a tesori nascosti. Nel Materano oltre all’ormai celebre città dei sassi merita sicuramente una visita il borgo di Miglionico. Celebre sia per il suo castello detto del Malconsiglio, teatro della famosa congiura, sia per un altro gioiello artistico il polittico del pittore veneto Cima da Conegliano.

Custodito in una cappella della Chiesa di Santa Maria Maggiore, questo capolavoro dell’arte del XVI secolo originariamente destinato all’altare di una chiesa francescana, fu acquistato nel 1598 da Don Marcantonio Mazzone già arciprete di Miglionico e illustre musicista, letterato e precettore a Mantova del figlio del principe Vincenzo Gonzaga: San Luigi Gonzaga.

 Nel 1782 l’opera fu smembrata e ricomposta, su iniziativa dei baroni Del Pozzo, nell’intelaiatura barocca di un organo dismesso. I Del Pozzo, inoltre, fecero aggiungere nel pannello in basso a destra anche lo stemma di famiglia, quest’ultimo però durante il restauro del 1965 andò perduto.

Certamente le estrosità, l’abbondanza e la ricchezza tipiche dello stile barocco che contraddistinguono la cornice sono in contrasto con lo stile mesto, raccolto, solenne e con il pathos ed il raccoglimento delle figurazioni dipinte.

Il polittico riveste un ruolo di fondamentale importanza per il popolo di Miglionico, tanto che quest’ultimo nel 1962 fu protagonista di una rivolta volta ad impedire che l’opera lasciasse il paese per essere restaurata. Molto probabilmente, ciò avvenne perché era sorto il sospetto che il polittico potesse essere destinato definitivamente ad altra sede.

Nello stile adottato da un Cima da Conegliano ormai maturo, che in alcune parti del polittico si serve della mano di aiuti, si ravvisano gli influssi di Giovanni Bellini e di Antonello da Messina. L’artista veneto, infatti, ben presto “… assimilò la lezione di Antonello, basata sulla resa monumentale delle figure con il punto di vista ribassato, ripresa da G. Bellini, facendo sì che la figura proponga un’idealizzante lisciatura di volumi, una quiete di rappresentazione che rende un effetto di solenne classicità che è quasi greca” (L. Menegazzi – C. da Conegliano).

Il polittico dipinto a olio su tavola è composto da diciotto pannelli disposti in quattro ordini. La gamma cromatica utilizzata sia per le figure sacre sia per il paesaggio di sfondo è fredda e luminosa, spicca solamente la nota coloristica più accesa data dall’utilizzo del rosso.

Al centro vi è la Madonna con il Bambino assisa su di un monumentale trono marmoreo, sul cui piedistallo campeggia la scritta “IOANES / BAPTISTA / P / 1499”, chiaro riferimento all’anno di realizzazione dell’opera oltre che firma dell’autore. La Vergine con lo sguardo rivolto verso i Santi in basso è raffigurata, con il volto ovale e paffuto tipico della tradizione bellinese, seduta e abbigliata con un abito rosso scuro e un mantello blu con il bordo a contrasto di color arancione, le sue vesti sono contraddistinte da pieghe nette e possenti, sembra quasi che anch’esse siano solidificate e rese con lo stesso marmo del trono che ella abita pienamente con tutta la sua maestosità. La sua è una posa scultorea, reca in braccio il Bambin Gesù rappresentato in posizione eretta, come se fosse a sua volta un trono marmoreo. Gesù ha lo sguardo diretto verso il basso e con una mano fa il tipico gesto benedicente, mentre con l’altra afferra un lembo del velo della Madre. Il trono marmoreo è di dimensioni notevoli, tanto da soprastare nettamente i due protagonisti, alle spalle vi è un drappo teatrale che sembra essere calato dal cielo ed in basso tre gradini che fungono da accesso al trono, chiaro riferimento alla Trinità. 

Alle spalle del gruppo sacro si apre un paesaggio che contraddistingue l’intero polittico fatto da colli, monti, un corso d’acqua e alcune abitazioni, ma soprattutto un cielo attraversato da nubi che sembrano muoversi da un pannello all’altro sospinte da un misterioso alito di vento.

Un paesaggio ideale, nel quale il fatto sacro può manifestarsi in tutta la sua grandezza e solennità. Secondo alcuni studiosi il paesaggio in esame potrebbe identificarsi con un tipico paesaggio dell’entroterra veneto, forse proprio di Conegliano, paese d’origine dell’artista.

Ai lati della Vergine sono dipinti a figura intera alcuni santi, tutti poggianti su una sorta di pavimento marmoreo che serve a delineare la profondità. Partendo da sinistra abbiamo San Francesco abbigliato con il saio bruno, abito tipico dell’ordine da lui fondato, e il cingolo con tre nodi simbolo dei tre voti di povertà, castità e obbedienza dei francescani. Il Santo è facilmente riconoscibile per i suoi consueti attributi: il Crocifisso, il libro della Regola che tiene rispettivamente nella mano destra e sinistra, mani contraddistinte da un altro suo attributo canonico le ferite delle stigmate. Il Santo patrono d’Italia è reso con un’espressione rapita ed assorta mentre volge lo sguardo verso il basso. 

Nel pannello accanto è dipinto San Girolamo abbigliato con l’abito cardinalizio dal colore rosso, questa consuetudine è dovuta ad un’errata interpretazione medievale che lo voleva cardinale. Ha in mano un libro suo attributo che simboleggia sia il suo essere studioso sia la Bibbia, egli infatti fu un revisore della Vulgata, l’antica traduzione della Bibbia sui testi greci.

 A destra della Vergine è dipinto San Pietroche nella tunica e nel pallio riprende i colori degli abiti della Vergine e anche la loro possente solidità. Il Santo è riconoscibile per i consueti attributi delle chiavi e del libro allusivo del Vangelo da lui redatto; e Sant’Antonio da Padova chiaramente identificabile per l’attributo del giglio che rappresenta la sua purezza e la lotta contro il male, egli è rappresentato in giovane età, in questo caso la giovinezza si collega con il personaggio ideale, puro, buono, che accoglie tutti. Il Santo come altri del polittico ha lo sguardo assorto rivolto verso il basso ed è abbigliato con il saio scuro, simbolo della sua appartenenza all’ordine dei francescani.

Nel registro superiore, rappresentati a mezzo busto sono altri santi e sante della Chiesa cattolica, sulla sinistra vi è San Ludovico di Tolosa riccamente abbigliato con un sontuoso piviale di broccato blu adornato dal giglio di Francia, in capo reca la mitra arricchita con gemme, mentre in mano ha il pastorale anch’esso prezioso. La presenza dei gigli di Francia ad ornamento delle sue vesti si spiega in virtù del fatto che nel 1297 volle mettersi in viaggio per Roma per partecipare alla canonizzazione di Luigi IX, re dei francesi, di cui era pronipote. Morì a causa di febbre durante il viaggio, senza riuscire mai a raggiungere Roma. Il Santo per via di ciò è da sempre rappresentato con gli attributi del vescovo sopra un saio francescano e con gli attributi regali. Affianco a lui vi è Santa Chiara d’Assisi seguace di San Francesco, fondatrice dell’ordine femminile delle Clarisse, infatti è abbigliata con il saio francescano e reca in mano i suoi due attributi il Crocifisso e il libro indicante il libro della Regola dell’Ordine delle Clarisse da lei scritta. Anch’ella è rappresentata a mezzo busto con un’espressione solenne e lo sguardo rivolto verso il basso. Sulla destra, sempre raffigurati a mezzo busto abbiamo San Bernardino anche lui francescano, infatti indossa il saio e reca in mano la reliquia con il monogramma di Cristo, secondo quanto si apprende dalle fonti era un abile predicatore e nelle sue prediche insisteva sulla devozione al Santissimo Nome di Gesù, tant’è che si ritiene che grazie a lui il Cristogramma JHS sia entrato nell’uso iconografico comune e sia divenuto familiare alla gente. La sua figura è di fondamentale importanza per l’ordine francescano al pari di quella di San Francesco, tanto da essere ritenuto secondo fondatore dell’ordine.

Accanto a lui Santa Caterina d’Alessandria, rappresentata con il consueto attributo della ruota dentata, con la quale si credeva fino al XVII sec avesse ricevuto il martirio, fu poi accertato che il martirio avvenne per mezzo della spada e non della ruota dentata, come giustamente sottolinea il Caravaggio nel suo dipinto dedicato alla Santa dove ella indica proprio la spada a sottolineare questa nuova scoperta. A simbolo del suo martirio Santa Caterina regge con la mano destra la palma. A differenza degli altri santi lei non guarda in basso, ma verso lo spettatore e ciò catalizza la nostra attenzione rendendoci direttamente partecipi del fatto sacro dipinto.

In alto nella cimasa sono raffigurati in tre pannelli il Cristo, la Vergine Annunciata l’angelo annunciante, qui non vi è come nel resto del polittico lo sfondo paesistico. Secondo il Berenson la Vergine Annunciata nella posa ricorda quella di Antonello da Messina. Infine, in basso nella predella abbiamo dipinti quattro santi protomartiri francescani, ognuno con una scimitarra posta sul capo, in questo caso ritorna lo sfondo paesistico che si differenzia da un santo all’altro. Le tavolette della predella non sono di Cima, si nota la mano degli aiuti, manca la tavoletta centrale della predella ove, forse, era raffigurata la Natività. Ai lati della predella, in posizione esterna, vi sono due tavolette con effigiati san Bonaventura e un santo dalla difficile identificazione.