Coronavirus: pericoli e opportunità

EDITORIALE – La questione del coronavirus ci costringe a riesaminare tanti aspetti della nostra vita, dai rapporti interpersonali a quelli sociali alla modalità di lavoro, nel pubblico come nel privato.


I momenti di crisi sono spesso anche momenti di opportunità (p.s.: è una bella bufala usata nei discorsi motivazionali e da tanti illustri politici ma non corrisponde al vero il fatto che scritta in cinese la parola “crisi” è composta di due caratteri di cui uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità…).


Partiamo dalla crisi: a tutti i livelli, da quello popolare a quello istituzionale, passando per l’informazione e per la comunicazione via social, la questione del contagio è stata affrontata in modo maldestro sin dall’inizio.


Prima è stato trattato come un problema solo cinese e, quindi, ci siamo fatti trovare assolutamente impreparati ad affrontare il fenomeno quando si è presentato in Italia. Stucchevoli polemiche su razzismo e chiusura delle frontiere ci hanno impegnato per giorni. D’altronde i primi segnali di insofferenza popolare si erano verificati nei confronti di cittadini cinesi (o pseudocinesi) che forse Wuhan, l’Hubei e la Cina l’avevano vista come noi soltanto in TV. Poi c’è stata la classica polemica degli Africani che portavano le malattie con i barchini e con i barconi. Ed anche qui l’ironia della sorte ha voluto che fossimo, invece, proprio noi italiani a portare il contagio in Africa ed in altri Paesi del Mondo.


Ancora!
Mentre cominciava ad essere chiara la portata del fenomeno e la necessità di adottare misure di contrasto alla diffusione del virus, misure non solo di legge ma soprattutto igieniche e comportamentali, è decollato l’argomento, che potremmo chiamare “riduzionista”, secondo cui si trattava di una semplice influenza, che la vita doveva andare avanti, che l’economia non poteva essere fermata ecc…


Infine, tra fughe di notizie alla stampa e errori marchiani nella comunicazione sia a livello di Governo centrale che di Regioni (memorabili i passaggi video di Zaia e i topi cinesi, di Fontana e la mascherina ma anche di Zingaretti e il suo “aperivirus” e di Leone e la pastasciutta) sono arrivati nei giorni scorsi i provvedimenti normativi più severi come la chiusura di scuole e Università, la sospensione feriale, e quindi di fatto la sospensione delle attività dei Tribunali e delle Corti, e, infine, la “blindatura” della Lombardia e di altre 11 province del Nord Italia con fortissime limitazioni al diritto di movimento dei cittadini, in virtù di un DPCM varato in nottata ma che, al momento in cui scrivo, non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale.


Ancora in relazione al versante “crisi”, mi sento purtroppo di evidenziare che, forse in parte anche a cagione di questa schizofrenia informativa da parte dei media e delle istituzioni, ma in parte anche per colpa di un italianissimo atavico senso di insofferenza per le norme e per il senso civico, gli italiani, nel complesso, finora non hanno dato grandi prove di buon senso: c’è stato chi è scappato dalla zona rossa per andare a sciare, chi per fare una crociera, chi, incurante della salute dei cari e delle comunità in cui si apprestava a ritornare, si è messo in viaggio alla volta del Sud Italia nella nottata appena trascorsa assaltando treni e stazioni, confidando che il DPCM non fosse stato ancora reso ufficiale.
Sul fronte delle opportunità: nonostante le resistenze dei soliti noti ad ogni innovazione, va salutata con ottimismo l’incentivazione e la promozione dello “smart working” sia nel settore pubblico che in quello privato. Non solo meno occasioni di contagio in questa contingenza ma in prospettiva maggiore libertà per i lavoratori, meno tempo passato in strada in macchina o con i mezzi pubblici, meno incidenti “in itinere”, maggiore produttività, meno inquinamento, più tempo per stare in famiglia.


Molto interessanti le opportunità nel mondo della scuola attraverso l’insegnamento mediante piattaforme digitali, la lezione in remoto e la “cloud” dove inserire il materiale didattico. Ci sarà tempo e modo per approfondire.


In ambito giudiziario, già, negli anni, hanno dato buona prova i sistemi di processo civile telematico, di processo amministrativo telematico e di processo tributario telematico che, con l’occasione, potrebbero essere ulteriormente implementati e favoriti al fine di non ingolfare le cancellerie e, de iure condendo, al fine di evitare nei Tribunali quelle udienze meramente dilatorie o quelle che si svolgono in forma essenzialmente scritta.

Anche per il penale, senza mai rinunciare all’oralità che è esigenza necessaria e sacrosanta per il diritto di difesa, si dovrà puntare sugli investimenti per la digitalizzazione che consentiranno, già dal 2020, di implementare il processo penale telematico. Intanto, prevedendo che, nei procedimenti penali di ogni ordine e grado, il deposito di atti e documenti possa essere effettuato anche con modalità telematiche e poi lavorando sulle notifiche effettuate a mezzo posta elettronica certificata o con altro strumento digitale oltre che per gli avvocati anche, eventualmente, con le dovute accortezze, per gli imputati, almeno dalla notifica successiva alla prima.