Covid-19: dati, trasparenza e democrazia

EDITORIALE – Enrico Bucci, Adjunct Professor presso la Temple University di Philadelphia e consigliere dell’Associazione Luca Coscioni, parlando di dati e pandemia da covid-19, nei giorni scorsi ha avuto modo di dichiarare che comincia ad esserci il dubbio che non solo ci sia un problema di “sporcizia e difficoltà” di raccolta dei dati, ma che questi dati siano utilizzati in una maniera che non si vuole rendere nota.

Ad esempio il calcolo dell’RT, il principale parametro utilizzato per prendere decisione sulle classificazioni delle regioni, risulta opaco; a seconda se si scelga di diffondere il dato medio o quello minimo, dalla scelta cambia la comunicazione della realtà e la percezione della popolazione.


Più specificamente continua Bucci: “L’idea generale nella comunità scientifica è che, non solo non si vogliano dare i dati, ma che non ci sia trasparenza sul modo in cui questi dati vengono usati. I dati sono indispensabili per capire la ratio delle misure assunte e sullo stato dell’arte della pandemia. Cosa viene misurato, come viene calcolato, quante persone entrano negli ospedali, quanti escono e perché.

Le decisioni sulle chiusure sono responsabili del momento di recessione economica e di privazione della libertà personale degli italiani, ma al momento sono frutto di calcoli sconosciuti su numeri non verificabili. A fronte alle richieste arrivate da più parti, abbiamo avuto o non risposte o risposte insignificanti. Come quella dell’ISS che ha invocato il diritto alla privacy. Una motivazione che però non sta in piedi, perché non si tratta di informazioni personali, ma ben più ampie. Informazioni chiaramente non da condividere con chiunque ma a enti e istituzioni riconosciute”.


Non c’è bisogno di scomodare Alexis de Tocqueville secondo cui “la democrazia è il potere di un popolo informato” per capire che laddove l’informazione è carente, confusa e volutamente ingarbugliata, i cittadini non possono comprendere le ragioni delle decisioni politiche.
E c’è un rapporto stretto tra efficacia, in senso sociologico, della norma e comprensione da parte dei cittadini delle ragioni che hanno indotto il Legislatore ad adottarla.


Non solo!!!
La qualità dei dati serve alla qualità stessa della produzione normativa, agli interventi che l’Esecutivo assume per fronteggiare l’emergenza, alle singole Regioni e, chiaramente, serve per un controllo da parte della comunità scientifica, delle opposizioni e dei cittadini. Diversamente non è democrazia ma mero paternalismo del Governo nei confronti di sudditi non ancora emancipati.


Si aggiunga ancora che in occasione dell’emanazione dell’ultimo DPCM, il Presidente del Consiglio Conte aveva pubblicamente assicurato che i dati sarebbero stati messi a disposizione della comunità scientifica; invece, come ha rilevato anche Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, l’ISS fornirà i dati esclusivamente all’Accademia dei Lincei escludendo, immotivatamente, tutti gli altri accademici, Università e centri di ricerca.
I dati, invece, dovrebbero essere aperti e disaggregati per consentire alla comunità scientifica gli studi necessari.


“È inoltre indispensabile –conclude Cappato- che siano realizzate indagini statistiche ricorrenti con poche migliaia di test rapidi su un campione rappresentativo della popolazione. Questa è l’unica maniera per avere una fotografia affidabile di come si sta comportando l’epidemia nel nostro Paese senza aspettare i dati che arrivano in ritardo dalle Regioni.”


Forse, però, a qualcuno fa comodo governare non con le leggi ma con le grida spagnole di manzoniana memoria.