Covid-19, la storia di Silvia: ‘Io, materana a Milano, in attesa perenne di un tampone che non è mai arrivato’

Tampone sì. Tampone no. I casi sconosciuti. I tanti, troppi cittadini che – di giorno in giorno – denunciano falle del sistema, gravi mancanze e, purtroppo, raccontano storie che vorremmo dimenticare in fretta. La situazione dei malati sommersi diventa insopportabile ogni giorno di più. Sono stati fatti tanti richiami anche dagli scienziati, per cercare di controllarne il numero o, quantomeno, tentare di individuarli. Sembra impossibile, specialmente in una regione come la Lombardia, letteralmente travolta dall’emergenza sanitaria del Covid-19.

Quella di Silvia è soltanto una delle tante storie che si leggono sui giornali e sui siti di tutta Italia. Ma ci interessa particolarmente perchè Silvia è una figlia della nostra terra. E’ una ragazza di Matera, da qualche anno domiciliata a Milano per ragioni di lavoro. Lontano dalla sua famiglia. Dai suoi affetti. Ebbene, Silvia ha raccontato la sua storia in esclusiva a ivl24. E’ la storia di una ragazza, sola, a casa, ad affrontare una malattia cieca. Irriconoscibile. Che non guarda in faccia a nessuno. E che, fortunatamente, ha superato. Da sola. Ha potuto contare solo sul supporto telefonico di un medico. E di una scatola di tachipirina e antibiotici. Ha sofferto tutti i sintomi del Covid-19. Umilmente ha chiesto un tampone. Che non è mai arrivato. E mai arriverà. Ovviamente, non sappiamo se Silvia ha contratto il virus. Forse sì. Forse no. Senza il tampone non potremo mai saperlo. E non potremo mai sapere se, quando uscirà di casa, rischierà di contagiare qualcuno. La sua testimonianza, che leggerete di seguito, speriamo possa servire da monito: bisogna fare i tamponi.

Il 22 febbraio scorso parto per la settimana bianca, pianificata da tempo, ormai è una ricorrenza annuale per me e le mie amiche. Condivido la casa in Alta Badia con loro, e per fortuna nessuna, ad oggi, ha riscontrato dei sintomi assimilabili al Covid.

Il 3 marzo, rientrata dal breve periodo di vacanza, sono ormai a Milano, ma inizio a sentirmi debole e spossata, il termometro registra una temperatura corporea di 38 gradi. All’indomani chiamo la mia dottoressa: ci tengo a precisare che mettersi in contatto con lei non è semplice, quindi lascio un messaggio in segreteria nell’attesa di una richiamata. Nel frattempo la febbre è costante, la temperatura sale a 38,5. La tachipirina mi dà sollievo per circa 4 ore e poi puntualmente la temperatura risale. Ho quasi 36 anni e vivo da sola a Milano per lavoro, lontano dalla mia famiglia. Provo, a questo punto, a chiamare il numero per l’emergenza Covid in Lombardia, prendo subito la linea. La prima domanda che mi fanno è se fossi entrata in contatto con qualcuno proveniente da quella che in quei giorni era “la zona rossa”, ovvero il territorio del Lodigiano e Codogno. Ovviamente rispondo di no, non potevo sapere la provenienza della gente incontrata nelle settimane precedenti. Comunico di avere la febbre alta, ma mi dicono che non essendo entrata in contatto diretto con qualcuno della zona rossa, come da me dichiarato, si poteva escludere l’esistenza del Covid-19 e quindi, niente tampone. La mia dottoressa, intanto, non richiama come sperato, insisto e finalmente risponde al telefono. Mi dice di continuare a prendere la tachipirina e di chiamarla il lunedì successivo nel caso avessi avuto ancora la febbre alta, era mercoledì.

La febbre è sempre costantemente alta, scende solo per qualche ora grazie al paracetamolo. I giorni passano, i dolori alle ossa diventano insopportabili.  Assieme ai brividi di freddo e alla debolezza diffusa, inizia la tosse. Persistente. Le informazioni che arrivano dai tg sono preoccupanti, i contagi aumentano a dismisura in Lombardia e tutti dicono che i sintomi su cui fare attenzione sono febbre e tosse. Ho sia la febbre che la tosse. Persistente.

Il mio medico di base è inesistente quanto inutile, decido di chiamare nuovamente il numero delle emergenze per richiedere un tampone, considerando i sintomi che ho. Ancora una volta mi chiedono se fossi entrata in contatto con qualcuno della zona rossa ed escludono il Covid: mi dicono di continuare il trattamento con la tachipirina. Le mie amiche, nel frattempo, si attivano con i loro conoscenti e medici, e finalmente un medico si rende disponibile a seguirmi. Dopo 4 giorni di febbre alta mi prescrive l’antibiotico, faccio altri due giorni di febbre, che poi finalmente passa. Ma la tosse no, quella persiste. Forse è grassa e c’è un’infezione batterica, dopo una settimana dalla fine del primo ciclo antibiotico ne inizio uno nuovo specifico per le vie respiratorie e aereosol. Questo medico mi telefona ogni giorno, è preoccupato, mi chiede quotidianamente i sintomi e mi regala anche parole di conforto. Sì, perché nel frattempo sento che la mia respirazione è rallentata, mi preoccupo, sono ormai quasi 3 settimane che sto male. Richiamo il numero per le emergenze della Lombardia, questa volta non mi chiedono più se fossi entrata in contatto con qualcuno della zona rossa, anche perché adesso tutta l’Italia è diventata zona rossa. Descrivo i miei sintomi, mi dicono che in effetti sono preoccupanti, ma che essendo in costante contatto con un medico posso stare tranquilla e sarà lui, monitorando i sintomi, a decidere se è il caso di mandarmi in ospedale o meno. Anche questa volta NIENTE TAMPONE. Ho fatto presente che vivo da sola e che ho un po’ di affanno a livello respiratorio, ma la risposta è stata che il fatto che fossi sola era positivo perché in caso di Covid non avrei contagiato nessuno, e che dovevo calmarmi, bere una tisana rilassante e mettermi a letto…

Con il passare dei giorni, fortunatamente è andata via anche la tosse. Ho avuto il Coronavirus? Non si sa, perché il tampone non me l’hanno MAI fatto. E non me lo faranno adesso che sto meglio. Se ci ripenso, mi sento fortunata, mi è andata bene. Non ho mai sofferto così tanto per un’influenza. Per fortuna tutte le persone che ho visto e frequentato prima di partire per la settimana bianca stanno bene. Allora chi è che (FORSE) mi ha contagiato? Un asintomatico? Uno sconosciuto?

Da questa storia ho imparato che sono forte, che la solitudine non mi fa paura, che ci sono persone che mi vogliono bene, che ci sono medici degni di essere chiamati tali e altri che non hanno nulla a che fare con il camice che indossano“.

Silvia

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