Grassano (MT) – “Il virus ha infettato la nostra vita, le nostre menti, le nostre abitudini. Ha cambiato il nostro iter giornaliero”. Eufemia Incampo, cardiologa di origini lucane (è di Grassano), lavora all’ospedale Bassini dell’Asst Nord Milano, nel reparto di Cardiologia e Utic.
“Da qualche settimana –ha spiegato- il mio mondo lavorativo è totalmente cambiato. In pochi giorni, nel mese di marzo, l’intero ospedale è stato coinvolto nella gestione di questa emergenza regionale e nazionale che ha trasformato il reparto di Cardiologia in una terapia sub-intensiva per i letti di degenza ed in una terapia intensiva per i letti di Utic che sono stati organizzati per accogliere malati con insufficienza respiratoria causata da Covid-19, che hanno bisogno di assistenza respiratoria avanzata come la ventilazione non invasiva o l’intubazione. Una rivoluzione per tutti.
Una rivoluzione sicuramente per l’Italia e gli Italiani, che sono costretti a rimanere a casa per evitare i contatti sociali e ridurre il contagio. Ma soprattutto per noi operatori sanitari, che siamo stati travolti da una tormenta che ci ha cambiato la vita”.
La dottoressa Incampo, difatti, da due settimane, insieme ai suoi colleghi, ha quasi abbandonato la cardiologia. “Ci siamo messi in campo a trattare insufficienze respiratorie causate da una polmonite virale più o meno grave, che spesso si trasforma in una malattia sistemica, lavorando con il supporto di internisti ed anestesisti, nefrologi ed ematologi. Ma questo rientra nel nostro solito spirito medico, di sacrificio e amore per il nostro lavoro ed il prossimo, sempre esistito negli anni, nonostante le mille difficoltà ed i numerosi sfruttamenti ed accuse subite. E questo ci sta. È il nostro lavoro d’altronde. L’abbiamo scelto. Abbiamo giurato”. Tutt’altra cosa, invece, questo virus, che, come anticipato, ha “infettato vita, menti e abitudini”
Il primo step riguarda mani e temperatura. Alla soglia dell’ospedale, con la mascherina sul viso, c’è l’infermiere che ti misura la temperatura e ti fornisce il disinfettante per le mani
Secondo step: riunione. Posizionata cuffia e camice monouso, c’è il breafing, la discussione con i medici di guardia nella notte, raddoppiati per l’emergenza. Naturalmente tutti distanti e con mascherina. Si parla della malattia, delle novità terapeutiche, dei consigli di altri medici, dei pazienti che stanno meglio e di quelli purtroppo che peggiorano o che ci lasciano.
Terzo step: vestizione. Si entra nel reparto, porte automatiche e odore di candeggina. Breve accordo su chi visiterà i malati e chi scriverà le cartelle, in genere a turno. Il medico “visitatore” seguirà il rigido protocollo della vestizione con calzari, doppi guanti, camice chirurgico, mascherina protettiva, cuffia e visiera. Ah, il cellulare, silenzioso, nella tasca, avvolto nella pellicola trasparente usata per avvolgere gli alimenti.
Quarto step: Il giro visita. C’è il medico che visita i malati, vigili, con assistenze respiratorie che vanno da maschere o cannule eroganti ossigeno a caschi che avvolgono l’intero volto fornendo una pressione che aiuta la respirazione spontanea. In quel caso puoi parlare con i pazienti, cercare di sorridere con gli occhi, rassicurarli o tranquillizzarli. C’è invece chi visita il malato intubato, spesso giovane, che non può parlare, perché sedato, ventilato con ventilatore meccanico. Tutti loro hanno bisogno di assistenza sempre garantita dall’infermiere vestito per entrare nelle stanze e da quello esterno che prepara i farmaci. Echeggiano le urla per farsi sentire con la mascherina e comunicare con i pazienti che indossano caschi come astronauti. Si scrivono aggiornamenti sul vetro della terapia intensiva e si usano i walkie talkie per comunicare con l’interno.
Quinto step: la chiamata ai parenti. È un dovere spiegare come procede il decorso clinico a chi aspetta da casa quella telefonata, con la speranza di sentire belle parole. È spesso difficile, non immediato, non semplice da spiegare.
Sesto step: la svestizione, nella stanza apposita, con protocollo specifico e rigido. La paura di sbagliare l’ordine di rimozione degli abiti, di riuscire a disinfettare tutto.
Settimo step: la doccia. Il tentativo di rimuovere ogni residuo sulla pelle, anche i pensieri. Si lasciano le scarpe sul balcone e si lavano subito gli abiti.
Ottavo step: la distanza. A casa si dorme da soli, si mangia da soli, si parla da lontano. Nessun abbraccio. Siamo tutti papabili untori che non vorrebbero mai contagiare i propri cari. Andiamo a dormire con la paura e i pensieri. Con la speranza il nostro sorriso possa presto riprendere il posto delle mascherine.
Fonte: ilcaleidoscopio.net














































