EDITORIALE – Riprende il viaggio del nostro Italo Grillo nel suo racconto sulla Cannabis terapeutica.Qui la seconda e ultima parte di una storia di attualità “romanzata”, in cui emerge la duttilità e la passione del nostro “avvocato scrittore”.
Natale.
Ottimismo e pessimismo.
L’ottimismo della volontà, ho sentito dire, ha bisogno di un corpo vivo e vitale affinché possano emergere l’entusiasmo, la gioia e la passione.
Il mio corpo, però, è in frantumi.
Da due mesi a questa parte, con le sole medicine che mi passa l’ASL, sono ritornato a vivere come nei momenti più bui della mia esistenza.
Pochi attimi di sollievo a fronte di intere ore passate nel deliquio senza speranza.
Allo stesso tempo, non voglio cedere al pessimismo della ragione perché il mio agire, seppur contrario alla legge scritta, trova un riscontro nell’etica.
E questo per me è più importante di tutte le leggi.
O sono solo le farneticazioni di un malato?
In questi due mesi trascorsi dal sequestro dei Carabinieri ho ricevuto tantissime manifestazioni di vicinanza e di affetto.
Quanto mi è successo ha fatto scalpore perché non è stato difficile, pure per chi non vive una condizione come la mia, immedesimarsi e capire dove sta la ragione e dove sta il torto in questa contesa tra lo Stato e chi soffre, tra l’Autorità e il cittadino inerme, tra la Legge e l’uomo.
Oggi è Natale; nelle settimane scorse ho parlato spesso con il mio avvocato. Mi ha dato speranza e conforto. So che non deve essere questo il suo ruolo. Il difensore deve trovare le parole giuste per mettere ordine nella mia frustrazione e nel mio dolore ma soprattutto deve sostenere una tesi giuridica, al di là delle mie ragioni personali.
Mi ha spiegato a cosa vado incontro, ma mi ha anche illustrato la sua strategia, come funziona il processo e come intende difendermi, che pare ci sia un precedente delle Sezioni Unite della Cassazione…
È stato molto chiaro: non sarà una passeggiata!
Mi ha detto: “Chiediamo una giustizia equa, un giudizio che valuti il singolo caso”.
Certo, da quanto ho capito, ho dalla mia parte tanti punti a favore ma la legge, al momento, è sostanzialmente contro di me.
Tra commi, codici e norme contraddittorie la mia testa è un guazzabuglio infernale.
Oggi è Natale; sono solo con i miei pensieri e resto in attesa che venga fissata l’udienza preliminare.
Voglio essere presente in udienza anche se mi costa fatica e sofferenza, voglio vedere negli occhi il pubblico ministero ed il giudice.
Soprattutto, voglio che siano loro, la Giustizia, a vedere me.
Anche l’avvocato mi consiglia di andare in tribunale, prendere la parola e spiegare i motivi e i perché del mio agire.
Giorgio ha preferito patteggiare, assumersi la responsabilità anche se non la colpa, per evitare il tritacarne del processo e uscire fuori il prima possibile da questa brutta storia.
Io no!
Io voglio accettare perfino la condanna, se ci sarà.
“Sono già incarcerato nel mio corpo, ma dove vado più?”.
Ho pianto per Giorgio, ho pianto insieme a lui.
L’ho sentito per gli auguri, mi ha detto che il giudice gli ha concesso la messa alla prova, che se superata cancellerà il reato.
Gli sarò sempre grato per il calvario che ha dovuto sopportare solo per aiutarmi.
L’ho aggiornato su quanto mi ha detto il mio difensore. Mi sarà vicino anche se per adesso vuole restare defilato. Lo capisco.
Non mi resta molto, a parte combattere.
“Nel mio cuore e nella mia coscienza, ho agito nel giusto” gli ho detto a telefono, tra i singhiozzi.
Lo terrò aggiornato e gli ho augurato ogni bene.
Oggi è Natale; sono un po’ meno disperato.
Febbraio.
Questi mesi sono stati veloci e intensi, come la mia malattia.
Ho incontrato e parlato con più persone negli ultimi tempi, ora che sono indagato, che in tutta la mia vita.
È venuto a trovarmi anche un deputato che mi ha regalato la cannabis che ha coltivato lui personalmente.
Anche l’onorevole ha fatto un’azione di disobbedienza civile; infatti, dopo è andato in Commissariato a costituirsi per la cessione di stupefacenti.
Sta anche lavorando in Parlamento per rendere la cannabis terapeutica legale. Mi ha detto pure che le resistenze della politica sono gigantesche.
Davvero sono state tante le manifestazioni di affetto per la battaglia che sto portando avanti anche per altre migliaia di persone che, come me, hanno un bisogno disperato di trovare sollievo dai dolori e dalla malattia.
Ho scritto perfino al Presidente della Repubblica. Gli ho messo nero su bianco che non c’è una cura per la mia malattia, ma c’è il modo di soffrire un po’ meno con la cannabis terapeutica che sono stato costretto ad autocoltivare, che oggi non solo sono senza terapia ma che a breve sarò chiamato anche a rispondere di un grave reato davanti ad un giudice, che mentre sono crocifisso nel mio giaciglio e la giustizia corre veloce, inesorabile e cieca, il Parlamento e le istituzioni sono lente, lentissime, immobili. Gli ho detto che la mia non è solo una richiesta disperata di aiuto ma anche un vero atto di accusa contro un Paese intero che viola il diritto alla salute, il diritto, mio e di tanti, di troppi, a ricevere cure per il dolore, per un dolore troppo acuto da poter essere espresso a parole.
Il mio appello al Presidente è stato firmato da altre ventimila persone; ci sono associazioni e attivisti che hanno preso a cuore la mia causa; eppure nel dolore si è sempre soli come di fronte alla morte.
Come faccio a dirglielo al Presidente che la notte mi accerchia l’angoscia, che ho pensato tante volte di iniziare lo sciopero dei medicinali consapevole che basterebbero tre giorni senza farmaci per morire. Potrei farla finita in settantadue ore…
Ma poi cosa resterebbe?
Stanotte ci ho pensato, come ci ho pensato nelle ultime notti.
Andare via senza salutare, trattenere il respiro e gli ultimi ricordi e svanire nella notte e nella nebbia.
Dileguarsi come una goccia d’acqua nel terreno riarso dalla calura estiva.
E invece no!
Oggi c’è stata l’udienza preliminare.
Ho voluto partecipare, farmi sentire dal pubblico ministero e dal giudice.
Sono arrivato in tribunale con l’ambulanza.
Una ressa incredibile intorno alla mia sedia a rotelle. Mi chiedo come facciano ad amministrare la giustizia in questo caos, con un rumore assordante di voci che copre tutto.
Mi girava la testa, mi sentivo soffocare nell’aria rarefatta.
Un frusciare di toghe nei corridoi mentre varia umanità si aggirava smarrita e correva, bisbigliava e urlava, gesticolava e restava impietrita al cospetto di una macchina giudiziaria fatta di faldoni enormi che viaggiano da una stanza all’altra, di riti misteriosi e arcaici, di solennità formali ma vacue.
Ci ho capito poco in quel clima di legge e disordine.
Ma quel che è certo è che sono stato rinviato a giudizio.
L’avvocato mi ha spiegato che ci sarà ancora un’altra udienza ad aprile e lì definiremo tutto.
Mi ha parlato di riti alternativi, di giudizio abbreviato, ma io ho capito solo che non è finita qui, che il mio calvario continua e che la giustizia si prende tempo per decidere mentre la malattia continua a correre come cavalli schiumanti.
Aprile.
Cavalli imbizzarriti.
Questo ho sognato stanotte, la notte prima dell’ultima udienza, quella in cui si deciderà se sono in torto o se ho ragione.
Ieri, tra l’ansia del processo e la malattia che incalza, sono stato molto male.
Ho parlato con l’avvocato, ho prenotato l’ambulanza per raggiungere il tribunale, ho sentito tanti amici che mi incoraggiavano e mi volevano testimoniare il loro sostegno.
Ma ero stanco e debilitato, esausto, come quando si è all’ultimo chilometro in vista della meta.
Ho sentito anche Giorgio, anche il suo percorso giudiziario è quasi alla fine. Mi ha detto di combattere anche per lui, di raccogliere le forze e far sentire la mia voce in tribunale, raccontare quello che si prova, quello che si pensa, quello che si sente quando lo Stato ti abbandona e devi addirittura trovarti da solo, in un modo o nell’altro, le medicine necessarie per vivere in maniera appena appena dignitosa.
Stamattina ero vuoto.
Neanche tutta l’adrenalina del mondo ce la poteva fare a sollevarmi dal letto.
La mandria di cavalli che ho sognato mi ha calpestato anima e corpo e non riesco nemmeno a muovere un muscolo.
Ce la faccio appena a prendere il telefono e chiamare l’avvocato, a dirgli che devono fare a meno di me oggi e di andare avanti con il processo.
Vada come deve andare!
L’importante è mettere un punto.
La Legge ha già vinto la sua cruenta battaglia sulla mia carne e sul mio sangue.
Rimango in attesa di notizie.
Sarà il destino a suonare il campanello.
E resto qui a rimuginare, a piangere e a morire con esasperante lentezza.
Mi addormento cullato dai miei stessi gemiti.
Intorno a me la primavera penetra attraverso le imposte socchiuse con lingue di luce, suoni soffusi e un profumo di rugiada.
Non più cavalli selvaggi ma migliaia di soffioni che si scompongono nell’aria e vagano sui prati come promesse, come speranze, come desideri.
Epilogo.
Il fatto non sussiste.
Mentre ero perso nel sogno e mi aggrappavo alle aspettative, il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione e il giudice ha pronunciato: “il fatto non sussiste”.
Insieme al mio avvocato, in tribunale c’erano parlamentari ed attivisti di associazioni che si battono per la cura dei malati con la cannabis terapeutica.
In contemporanea, davanti ad altri diciotto tribunali italiani si sono svolte manifestazioni silenziose per testimoniare vicinanza e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del diritto di cura per tutti.
Ora che i riflettori si sono spenti e si è fatto silenzio intorno a me, posso finalmente analizzare in retrospettiva la mia vicenda, uguale a quella di migliaia di altre persone sofferenti.
Mi dicono che la mia sentenza sarà un precedente importante, che la mia disobbedienza civile aiuterà altri nelle mie stesse condizioni, che la politica è pronta finalmente a discutere e deliberare un miglioramento della legge.
Per conto mio, ancora, di notte, sono visitato da branchi di cavalli e da leggeri soffioni trascinati dal vento.







































