Cronache di diritti quotidiani: Un racconto sulla cannabis terapeutica

L’avvocato Italo Grillo ci propone in questa sua nuova rubrica su ivl, un racconto settimanale sui temi della giustizia e dei diritti.

Un viaggio tra storie di attualità, “romanzate” in cui emerge la duttilità e la passione del nostro “avvocato scrittore”.

EDITORIALE – Ottobre.

La notte, i dolori alle articolazioni sbiadiscono nel sonno.

La notte riesco a respirare, a prendere pace: le cartilagini dei polsi, delle caviglie, delle ginocchia, quasi del tutto corrose, smettono per poco di pulsare e per qualche ora riesco a riposare, a distendere i nervi.

La notte dimentico che le ossa e i muscoli se li sta mangiando la malattia e riesco a dormire.

E posso sognare.

Camminare di nuovo, vivere una vita normale, viaggiare. 

Mi restano solo i sogni.

La mattina torna la sofferenza cronica, costante, debilitante. 

Mi sembra quasi di sentire il rumore delle ossa che si consumano, come buttate nell’acido, come bruciate in una fornace che non si estingue, come una pena d’inferno da scontare in anticipo sulla terra.

La mattina, i muscoli mi tormentano, mi deformano gli arti, sono rigidi come carne congelata.

La mattina, ogni mattina, ricomincia il mio calvario mentre annaspo per rubare ogni singolo sorso d’aria.

La mattina ha l’oro in bocca. Non per me. 

Io sento solo il sapore di fili elettrici bruciati, lo zampettìo di invisibili insetti sulla mia pelle torturata ed il tormento di dover riaprire gli occhi.

Oggi è pure una bella giornata d’autunno.

Resto ancora a letto nel limbo del dormiveglia, cercando di trattenere ancora un po’ di pace.

Del resto, da qualche anno a questa parte, riesco a muovermi sempre più a fatica e restare tra le lenzuola sempre più tempo è l’unica soluzione che mi è concessa.

Ho quarantasette anni e da quando ne avevo sedici soffro di artrite reumatoide.

Soffro da più di trenta anni per dolori indicibili che mi squarciano la carne e l’anima.

Ma non mi voglio arrendere alla fatica di vivere.

Mi curo. Ma soprattutto curo la sofferenza e la prostrazione.

In passato facevo uso di morfina ma la mia mente era devastata dagli effetti collaterali.

Ho cominciato con la cannabis terapeutica.

Ne ho diritto, lo stabilisce una legge.

Ma il diritto scritto nei libri e nei codici si scontra ostinatamente con la realtà. E soccombe. Sempre.

Semmai, nella migliore delle ipotesi, arriva troppo tardi.

Non si produce abbastanza cannabis, è risaputo, e lo Stato non riesce a distribuirla a chi ne ha bisogno. Non viene importata e non viene coltivata cannabis terapeutica a sufficienza in Italia.

E noi che soffriamo di malattie degenerative siamo lasciati soli a languire, a boccheggiare nei nostri sudari di sofferenza solitaria.

Ho un gatto che si chiama Luna e pochi fidati amici che mi sono sempre stati vicini.

E so che non è facile vivere accanto ad un malato cronico.

Più tardi, però, arriva Giorgio che mi aiuta nella serra.

Perché, se lo Stato non mi aiuta, devo provvedere io con l’aiuto indispensabile di chi mi sta accanto.

Potrei, come tanti, come quasi tutti, ricorrere al mercato illegale e mafioso degli spacciatori.

Ma non voglio alimentare la criminalità organizzata, non voglio dare loro i miei risparmi.

Desidero soltanto esercitare un mio diritto che, ancora, purtroppo, il Parlamento non vuole riconoscere. Il diritto a lenire le mie sofferenze, il diritto a vivere una vita più dignitosa, il diritto a godere di qualche ora libero da atroci dolori.

E così da qualche anno ho messo su una serra dove coltivo le mie piantine. Ad uso esclusivamente personale e medico.

So che a qualcuno questa cosa non va giù. Preferiscono vedermi soffrire piuttosto che essere contenti che, finalmente, io abbia un minimo di sollievo.

Ma vado avanti, a testa bassa. 

Lo Stato inetto e indifferente se ne dovrà fare una ragione. 

La macchina cieca della burocrazia e della giustizia dovrà arrendersi al mio diritto a vivere una vita ragionevolmente felice.

E allora ho allestito la mia piccola serra in giardino, mi coltivo le mie piantine e cerco di resistere.

È da millenni che l’uomo ricorre alla cannabis come terapia per il dolore cronico e per curare svariate malattie.

Oggi c’è chi la usa per l’emicrania, chi per la depressione, chi per l’inappetenza, chi per la nausea ed il vomito, chi per lo stress post traumatico, chi ancora per ridurre gli effetti collaterali della chemioterapia, chi, infine, per abbassare la pressione arteriosa in caso di glaucoma…

Basta divagare!

Mi devo alzare, o meglio devo passare dal letto alla sedia a rotelle.

Ogni movimento è lancinante e sembra di avere gli aghi nelle giunture.

Arriva Giorgio e devo farmi trovare pronto.

La serra è nel giardino, un piccolo angolo di paradiso dove il mio gatto può giocare indisturbato e io posso trovare un minimo di ristoro a contatto con la natura.

Giorgio è un ragazzo come tanti, più giovane di me, ma mi è sempre stato accanto, per affetto, amicizia e non per pietà.

Scambiamo una chiacchiera piacevole ogni volta che viene a trovarmi, mentre cura le mie piantine speciali.

Parliamo del futuro, parliamo del passato, poco del presente.

Perché il presente è solo un momento che si sfalda tra un respiro faticoso e il successivo.

La serra è il mio gioiello.

Ci tengo perché è la fonte del mio sollievo quotidiano.

Giorgio cura le piantine con amore, dedizione e passione.

Conosce bene la mia situazione e sa che per lui è un rischio occuparsi di quei quindici virgulti.

Mi muovo a fatica con la mia sedia ma lo raggiungo.

Scambiamo i soliti convenevoli e gli racconto come ho passato la nottata.

Giorgio deve andare via presto, ha una lezione all’ università, tanto che, dopo aver innaffiato le piante, mi dice che può fermarsi giusto per un caffè.

Mi fa piacere stare in compagnia ma so che non posso trattenerlo a lungo.

D’un tratto si sentono sirene in lontananza.

E mi vengono in mente tutte le volte che l’ambulanza è venuta a prendermi per portarmi in ospedale per superare una crisi più violenta del solito.

Quando sento le sirene penso sempre all’ambulanza.

Stamattina, però, il suono è diverso, non è un unico mezzo, sono tante le fonti del rumore, e anche il tono è più imperioso, più urgente, più sollecito come se stessero inseguendo una preda che può fuggire a tutta velocità, che può scappare e dileguarsi su gambe agili e forti.

Giorgio ed io siamo ancora nella serra e sentiamo bussare al cancello che dà sulla strada.

“Carabinieri! Aprite!”.

Anche stamattina le sirene vengono per me, ma sono i Carabinieri.

Voci imperiose, abituate a comandare, uomini tutti d’un pezzo avvezzi ad avere a che fare con i delinquenti.

Giorgio va ad aprire. E quando ci vedono vacillano un po’ anche i militari.

Mi trovano rannicchiato sulla sedia a rotelle, con una coperta sulle gambe anche se è una splendida giornata d’ottobre, vedono i miei arti contratti e le mie mani deformate dalla malattia. E vacillano. Vacillano ma non demordono.

Sono abituati a comandare ma anche ad obbedire ed hanno l’ordine di perquisire e trovare, sequestrare e, infine, distruggere le mie piantine di cannabis.

È il loro dovere, non gliene faccio un torto.

È la Legge che è sbagliata, che è cieca ed indifferente e non gli uomini che sono chiamati a farla rispettare.

Con garbo mi pongono mille domande, mi interrogano, indagano e cominciano a redigere un verbale.

Faccio subito presente che Giorgio mi aiuta soltanto perché non posso farcela da solo con la serra.

Ma non c’è verso; anche Giorgio viene interrogato e gli vengono prese le generalità.

A fine mattinata, nella mia serra non resta più neanche una piantina.

Sul momento, non penso neanche tanto al processo, alla causa che Giorgio ed io dovremo affrontare, ma, lo ammetto, egoisticamente, penso solo che da oggi non avrò più la mia medicina e dovrò, ancora una volta, soffrire come un cane.

Ai Carabinieri racconto la mia vicenda, senza trascurare alcunché.

Gli spiego che uso la cannabis solamente a fini terapeutici, che ne faccio uso esclusivamente personale, che Giorgio non la usa nemmeno.

“Il dolore non aspetta. Mi assumo la mia responsabilità, mi sento a posto con la mia coscienza”, questo dico ai militari e questo faccio mettere a verbale.

Ma la legge è legge.

Quando vanno tutti via e resto da solo con il mio amico, piombo in un silenzio disperato.

Un turbine e una foschia densa mi avvolgono i pensieri.

Sto per cedere al pianto, come quando da bambino venivo accusato ingiustamente dalla maestra per una marachella che non avevo fatto io.

Adesso sono adulto ma la sensazione di un’ingiustizia ai miei danni è travolgente.

Anche Giorgio è senza parole. Da un momento all’altro la sua vita di studente universitario, di ragazzo per bene, di figlio beneducato e generoso è andata in frantumi e sta per essere trascinata nell’abisso della giustizia. Solo per aver aiutato un amico in difficoltà.

I Carabinieri ci hanno spiegato che saremo indagati per “coltivazione di sostanza stupefacente in concorso”; non so nemmeno quanti anni di galera mi spetterebbero.

Dopo qualche minuto mi scuoto dal torpore, chiedo a Giorgio di preparare il caffè e iniziamo a ragionare con maggiore lucidità.

In fondo la nostra è disobbedienza civile.

Sono malato e senza terapia, per giunta ora indagato per essere stato costretto a violare la legge per non soffrire.

Tra il mercato nero e l’autoproduzione, ho deciso di coltivare.

“Il dolore non aspetta.”.

Come me sono a migliaia i malati che hanno una prescrizione medica per la cannabis terapeutica e che non riescono a ottenere la quantità giusta che serve per affrontare il dolore che quotidianamente ci accompagna.

Ho deciso: “combatterò per i miei diritti!”.