Cuba e la geopolitica della medicina: tra etica e politica

Non hanno certo lasciato indifferenti, nei giorni scorsi, le immagini di un corposo gruppo (o, secondo il loro modo di identificarsi, brigada) di medici cubani che sono giunti in Lombardia per prestare la loro opera professionale nella lotta contro l’emergenza coronavirus, particolarmente grave proprio nelle aree più industrializzate del nostro paese. Anzi, oltre al prevalente (almeno si spera) sentimento di riconoscenza, si è andato affiancando quello dell’amorevolezza, dopo aver scoperto, in un bel servizio realizzato da Beppe Severgnini per il canale on-line de Il Corriere della Sera, che appena giunti a Malpensa si sono trovati nella necessità di essere equipaggiati di tutto punto per convivere con temperature a loro non usuali, in quanto il contenuto del loro bagaglio non era certo sufficiente ad affrontare il ritardo invernale italiano.

Ora, perché un paese sostanzialmente marginale rispetto alla grande economia mondiale e comunque non di primo piano nelle relazioni commerciali del nostro paese, decide di inviare 52 medici in nostro soccorso, sottraendoli evidentemente al suo sistema sanitario pubblico (a Cuba, dovrebbero saperlo anche i bambini, non esiste sanità privata)? Perché un paese, che molti considerano -a torto- appartenente al cosiddetto “terzo mondo”, sente il dovere di soccorrere l’ottava economia del pianeta?

Per due ragioni: una strettamente politica, l’altra puramente etica. Partiamo dalla prima. Cuba ha tutto l’interesse a rendere disponibili le proprie competenze mediche, riconosciute internazionalmente, all’occidente capitalistico. Questo perché Cuba ha la necessità di mantenere relazioni politiche favorevoli con questi paesi, dal momento che attraverso questa via può giungere quel supporto economico e diplomatico fondamentale per l’isola nella ormai sessantennale lotta contro le ritorsioni economiche degli Stati Uniti; paese che, dal 1960, penalizza esportazioni e importazioni cubane verso e da tutta una serie di partner internazionali. Il motivo? Perché dal 1959 la rivoluzione guidata da Fidel Castro ed Ernesto “Che” Guevara ha progressivamente sottratto l’isola alla morsa degli interessi americani (di fatto, un brutale sfruttamento delle risorse interne al paese che arricchiva gli investitori stranieri e relegava il grosso della popolazione in una condizione di misera marginalità), interessi che spesso coincidevano con i loschi affari delle mafie italo-americane, che avevano fatto di Cuba il bordello dei piaceri che il puritanesimo americano perseguiva sul suolo patrio, ma legittimava nel Caribe. Pian piano il nuovo governo castrista spinse l’isola nell’area di influenza sovietica, in quanto l’URSS colse al balzo l’opportunità di sostituirsi agli USA nelle relazioni commerciali con questo paese, riuscendo così ad avere a La Havana un impensabile avamposto ideologico nell’emisfero occidentale, in piena guerra fredda, per giunta a due passi dalle coste della Florida; e su un’isola che sin dal 1899, anno della sua conquista nella guerra ispano-americana, gli USA avevano considerato una loro colonia (per un approfondimento del tema dell’embargo americano su Cuba si veda qui )

Quindi, volendo ragionare in termini pragmatici, non c’è nulla di cui sorprendersi nella scelta del governo cubano di giungere in nostro soccorso (e di altri paesi con cui mantiene normali relazioni diplomatiche, come la Spagna): è il modo di condurre la sua politica estera. Ci sono potenze, infatti, che impostano i rapporti internazionali sulla base di un’efficace strategia economica, o militare. Stati che, anche in una situazione drammatica come quella corrente, sentono la necessità di esportare truppe armate per definire o puntellare la geopolitica dei loro interessi globali. Potrei inoltre citare, rischiando però di cadere vittima della facile accusa di acceso ideologismo, quello che proprio Fidel Castro ricordava in un suo celebre discorso, e cioè che ci sono paesi che impostano le relazioni internazionali esportando bombe, utili alla contestuale quanto illusoria esportazione della democrazia; e altri che esportano medici.

Insomma, ogni paese cerca di imporsi nel mondo offrendo quello che di meglio ha, e che di meglio sa fare. C’è chi sa fare molto bene la guerra. Chi, invece, sa formare personale sanitario. E, sotto un punto di vista umanitario, forse questo secondo modello è preferibile (o quantomeno ci torna molto utile in questa fase drammatica della nostra storia contemporanea). A Cuba, gli investimenti pubblici su istruzione e sanità sono stati una priorità sin dagli albori del nuovo corso intrapreso nel 1959; e sono diventati elemento di sistema proprio grazie alla dimensione socialista data all’economia e alla società dell’isola, nonostante le limitazioni imposte dall’embargo americano (che, per fare un esempio concreto, penalizza l’importazione proprio di un elemento fondamentale nella pratica medica, il filo per la sutura chirurgica). Sono molti gli stranieri (in particolare italiani) che ogni anno ricorrono alle cure di uno dei settori medici d’eccellenza, quello della clinica oftalmologica, che vede operare nella sanità cubana tra i migliori professionisti al mondo. Così come nell’ambito dell’infettivologia, con medici cubani che intervengono nelle ripetute emergenze sanitarie di questo tipo in varie parti nel mondo, in particolare nei paesi in via di sviluppo.

Il servizio di Telesur, una delle principali emittenti latinoamericane, sulla misione dei medici cubani in Italia

Oggi questo particolare modo di condurre le proprie relazioni internazionali spinge il governo cubano a intervenire in soccorso di un paese storicamente amico: infatti, profonde sono le relazioni che legano Cuba all’Italia, sia sotto il punto di vista dell’associazionismo privato (noto e encomiabile è l’impegno decennale della associazione d’amicizia Italia – Cuba  https://italiacuba.it/) sia dal punto di vista governativo, in quanto l’Italia ha rapporti di scambio culturale molto importanti con l’isola cubana (si pensi per esempio al fatto che attraverso la cooperazione internazionale i governi del nostro paese hanno sostenuto fondamentali interventi di recupero del patrimonio architettonico de L’Avana Vieja – clicca qui).

Veniamo, ora, alla ragione etica, che innanzitutto rende la professione medica a Cuba un esercizio di solidarietà e umanesimo, al di fuori di qualsiasi logica privatistica e di profitto come invece sovente accade in quelle parti di mondo che definiamo “civilizzato”. Questa visione della medicina come missione umanitaria non può prescindere dal quadro di valori politici nei quali i medici cubani vengono formati. Sia chiaro, il sistema politico cubano non è certo perfetto e nessuno vuole qui spacciarlo per un paradiso terrestre: sono varie le problematiche che hanno accompagnato lo sviluppo della Revolución, a partire dalle limitazioni di movimento imposte negli anni scorsi agli abitanti dell’isola, o alla gestione del dissenso politico interno. Ma sta di fatto che quel modello ancora visionariamente anticapitalistico, che tenta di promuovere il valore umano della persona prima ancora che il suo valore meramente economico, ha permesso in questi sessant’anni di resistenza politica ai modelli occidentali di creare un sistema sanitario d’eccellenza che supera le barriere nazionali per mettersi al servizio di chi più ha bisogno. È la generosità umanitaria di Cuba che permette a questo esperimento politico che a molti può sembrare ormai anacronistico di raccogliere ancora un enorme consenso interno, e molta empatia fuori dai confini patri. È in questa concezione solidale e umanitaria che Cuba dà alla propria scienza la chiave che le permette di aprire e superare anche quell’impostazione da realpolitik che ho illustrato poc’anzi. Infatti, fino a ora, fin quando anche il mondo industrializzato non ne ha avuto bisogno, le missioni mediche cubane si sono svolte quasi completamente nei paesi in via di sviluppo dei continenti americano, asiatico e africano. Paesi che non hanno assolutamente la “capacità negoziale” delle potenze occidentali oggi in difficoltà, e che sono la prova evidente che quella cubana è un’iniziativa consacrata innanzitutto all’ausilio internazionale. Recentemente, un ottimo articolo di Davide Galluzzi sul Corriere ha ben sintetizzato la storia della medicina cubana nel mondo (e quindi vi rimando qui per farvi un’idea).
Sta di fatto che i medici cubani, con il loro intervento diretto e col supporto dei centri di ricerca sulle malattie infettive, sono stati decisivi per contenere e progressivamente superare l’epidemia di ebola che, negli ultimi anni, ha flagellato le popolazioni dell’Africa equatoriale.

Nella medicina cubana la chiave che ha sconfitto l’ebola

Quindi, nell’azione missionaria dei medici cubani, etica e politica (le due arti pratiche per il raggiungimento del bene, come ci insegnava Aristotele) si fondono in un esempio lodevole che, al momento, non abbiamo visto imitare da altri paesi storicamente più vicini all’Italia (per esempio, fino ad ora gli USA sono balzati alle cronache nazionali per aver acquistato a suon di dollari, da un’azienda bresciana, mezzo milione di tamponi, trasportati in America addirittura su un aereo militare proprio nel momento di maggiore emergenza nell’area lombardo-veneta).

Un esempio che, ne sono convinto, i medici cubani non negherebbero neppure ai loro più accaniti nemici, anche in una prospettiva di normalizzazione di relazioni diplomatiche che oggi, più che mai, meriterebbero di essere ripensate. Ma, a prescindere dal fatto che questo avvenga o meno, per quanto mi riguarda, per quanto ci riguarda, la storia “li ha già assolti”.