Custodire l’umano nell’era degli algoritmi: perché l’Enciclica di Leone XIV riguarda tutti noi

EDITORIALE – La lettura della Lettera Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV si rivela un’esperienza estremamente stimolante e arricchente anche per un laico.

La Dottrina Sociale della Chiesa, infatti, non è un campo di indagine riservato ai soli credenti ma un patrimonio di saggezza che offre a tutti gli interpreti criteri utili per discernere le grandi trasformazioni della storia.

In questo senso, la nuova riflessione del Pontefice sui temi dell’Intelligenza Artificiale (IA) assume un’importanza assoluta per ogni cittadino poiché tocca le fondamenta stesse della nostra convivenza civile e della nostra libertà.

Nell’enciclica, Papa Leone XIV utilizza la contrapposizione tra la Torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme come una efficace “chiave ermeneutica” per introdurre le sfide poste dall’intelligenza artificiale e lo sviluppo della Dottrina Sociale della Chiesa.

Questa metafora non serve a porre una scelta tra il “sì” o il “no” alla tecnologia ma ci consegna piuttosto una metodologia per valutare e comprendere due modi opposti di costruire il progresso e abitare la storia.

La differenza tra Babele e Gerusalemme

Le due vicende bibliche, infatti, rappresentano due potenti metafore di modelli di società e approcci tecnici radicalmente diversi alle sfide che pone l’IA.

Babele è il rischio tecnocratico e rappresenta un’opera concepita nell’orgoglio e nell’autosufficienza umana, senza riferimento a Dio.

Babele incarna l’omologazione e il riduzionismo in quanto cerca un’uniformità che elimina le diversità, preferendo l’efficienza alla comunione.

La “Sindrome di Babele”, in ambito digitale, si manifesta come l’idolatria del profitto e la pretesa di un “linguaggio unico” capace di tradurre tutto, compreso il mistero della persona, in dati e prestazioni.

È la disumanizzazione, dove l’altro è ridotto a un semplice mezzo o a mero dato statistico.

Gerusalemme è, d’altro canto, la ricostruzione responsabile. Ispirata al libro di Neemia, Gerusalemme rappresenta la città che rinasce non per iniziativa di un singolo potente, ma attraverso la corresponsabilità condivisa di tutto il popolo.

Gerusalemme ritrova una “lingua comune” basata non sull’uniformità, ma sull’armonia e sulla comunione, dove ogni persona si assume la propria parte attraverso il pluralismo e legami veri.

La “Via di Neemia” implica la trasformazione della diversità in una risorsa, facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno su cui far crescere giustizia e fraternità.

In questa città, a differenza di Babele, la tecnologia non domina l’umano ma serve a rialzare le mura della convivenza.

L’uso della metafora biblica per introdurre l’IA e la Dottrina Sociale

Il Pontefice utilizza questi simboli tratti dal Vecchio Testamento per inquadrare il tema dell’intelligenza artificiale all’interno del cammino dinamico della Dottrina Sociale della Chiesa.

Come Leone XIII nel 1891 affrontò la questione operaia con la Rerum novarum, oggi, Leone XIV interpreta l’IA come le “res novae” del nostro tempo, la nuova “questione” che interpella le categorie della Dottrina Sociale, richiedendone uno sviluppo fedele al Vangelo.

La metafora biblica serve a spiegare che la tecnica non è neutrale perché “assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Babele e Gerusalemme illustrano i fini opposti verso cui questa potenza può essere orientata: il dominio o il servizio.

Attraverso l’immagine di Neemia, che esamina in silenzio le rovine prima di chiamare il popolo alla ricostruzione, il Papa invita a un discernimento comunitario e lancia un appello alla partecipazione civica. Non si tratta di subire passivamente il “cambiamento d’epoca”, ma di scegliere attivamente di essere “costruttori di comunione” e non “architetti di Babele” nel cantiere dell’era digitale.

In sintesi, per il Pontefice, affrontare le questioni legate all’IA attraverso la Dottrina Sociale significa fermare il cantiere di una Babele tecnocratica e unire le forze per “edificare nel bene”, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza interiore.

L’Enciclica Magnifica Humanitas e il diritto

Insieme alla profonda riflessione di Papa Leone XIV e parallelamente alla lettura della lettera pastorale, ho scelto di analizzare il tema dell’Intelligenza Artificiale attraverso lo sguardo di tre autorevoli giuristi, le cui considerazioni mi hanno permesso di calare i principi del Magistero entro orizzonti più vicini al mio percorso culturale e professionale.

Mi riferisco, in particolare, al «Primo commento alla Enciclica Magnifica Humanitas» di Tiziano Treu, alle «Riflessioni sulla Lettera Enciclica Magnifica Humanitas» dell’avvocato Maurizio Reale e allo studio del magistrato Mariano Sciacca intitolato «“Magnifica Humanitas” e intelligenza artificiale nella giustizia: dall’enciclica di Leone XIV al dibattito giuridico italiano. O Babele o Gerusalemme».

Il contributo di questi esperti è stato essenziale per tradurre l’appello universale alla “custodia dell’umano” in sfide giuridiche e sociali concrete, dimostrando come il dialogo tra etica e diritto sia la via maestra per cercare di governare la rivoluzione digitale.

Che cos’è davvero l’Intelligenza Artificiale?

Per comprendere la sfida che tutti noi ci troviamo ad affrontare, occorre partire da una definizione chiara.

L’Enciclica e i giuristi che l’hanno commentata concordano: l’IA non è “un’altra” intelligenza simile a quella umana.

Per l’Enciclica, l’IA è un sistema che imita funzioni umane ma resta legato esclusivamente al trattamento dei dati: non ha un corpo, non prova gioia o dolore, e soprattutto manca di una coscienza morale.

Per i giuristi, l’IA è definita come qualcosa di “coltivato” più che “costruito”. Mariano Sciacca sottolinea come gli stessi progettisti spesso non conoscano i dettagli dei processi computazionali su cui l’IA cresce. Maurizio Reale e Tiziano Treu spiegano che si tratta di un adattamento statistico privo di quella maturazione interiore che solo l’esperienza vissuta può dare.

Il lavoro: tra efficienza e nuove schiavitù (la visione di Tiziano Treu)

Il professor Tiziano Treu ci avvisa che l’IA rischia di trasformare il lavoro in un’attività sempre più rigida e ripetitiva. L’Enciclica richiama lo stesso pericolo: una progressiva dequalificazione dei lavoratori, costretti ad adattarsi ai ritmi delle macchine e sottoposti a forme di sorveglianza automatizzata che ne comprimono autonomia e dignità.

Treu richiama l’attenzione sul “volto inedito del colonialismo”: l’economia digitale, infatti, si regge spesso sul lavoro invisibile e sottopagato di milioni di persone per l’etichettatura dei dati. Il monito è chiaro: il profitto non può giustificare il sacrificio sistematico dell’occupazione, che resta la chiave della dignità umana.

Il Giudice: la responsabilità della decisione (l’analisi di Mariano Sciacca)

Mariano Sciacca, magistrato e coordinatore scientifico del Progetto LexIntel, che presso il Tribunale di Catania guida la prima sperimentazione strutturata di LLM (Large Language Model) nel processo civile italiano, propone una visione del ruolo del giudice nell’era dell’intelligenza artificiale fondata su due pilastri: la riserva di giurisdizione e la custodia dell’umano.

Rifacendosi alla dicotomia tra “Babele” (l’omologazione tecnocratica) e “Gerusalemme” (la costruzione responsabile), per Sciacca, l’atto del giudicare deve conservare una dimensione irriducibilmente umana, che nessuna macchina può replicare.

In linea con la Legge n. 132/2025 “Disposizioni e deleghe al governo in materia di intelligenza artificiale”, Sciacca afferma che ogni decisione sull’interpretazione della legge, sulla valutazione dei fatti e sull’apprezzamento delle prove deve rimanere prerogativa esclusiva del magistrato persona fisica. L’IA non può sostituire il giudizio morale, che implica coscienza e responsabilità personale.

Un approccio utile può essere quello dell’intelligenza aumentata, inteso in maniera diversa dalla mera automazione: il giudice non deve subire la tecnologia, ma utilizzarla come strumento di potenziamento cognitivo. L’IA può assistere, mai sostituire, la funzione decisionale.

Altro elemento fondamentale è rappresentato dall’indipendenza dal condizionamento algoritmico: il giudice deve essere protetto dall’influenza invisibile degli algoritmi, come l’automation bias, che può indurre a fidarsi acriticamente delle risposte della macchina.

Sciacca ci segnala, inoltre, il rischio della cd. “atrofia cognitiva”: delegare troppo alle risposte pronte dell’IA indebolisce la nostra capacità di giudizio critico.

Privacy e Accountability: i dati come bene comune (la riflessione di Maurizio Reale)

L’avvocato Maurizio Reale affronta il tema della non-neutralità della tecnica sottolineando che ogni algoritmo incorpora i pregiudizi e le priorità di chi lo ha progettato. Qui emerge il tema della privacy non solo come protezione dei dati, ma come difesa dal controllo sociale.

Reale sottolinea l’importanza del concetto di accountability (responsabilità) a mente del quale deve essere sempre possibile identificare chi “rende conto” di una decisione algoritmica, specialmente quando questa causa un danno.

Reale affronta anche un tema che la stessa Enciclica mette più volte in evidenza: i dati come bene comune.

Papa Leone XIV afferma con nettezza che i dati, essendo il frutto del contributo di una moltitudine di persone, non possono essere considerati proprietà esclusiva di pochi privati né essere venduti o affidati a pochi attori dominanti.

Questa prospettiva applica al dominio digitale il principio cardine della “destinazione universale dei beni”, invitando a una gestione collettiva e a una regolamentazione che favorisca la logica della condivisione rispetto a quella del profitto.

Maurizio Reale evidenzia come questa posizione non sia affatto ingenua, ma trovi basi giuridiche sempre più solide nel diritto europeo, citando il Data Act, che riconosce all’utente la proprietà parziale dei dati generati, e il Data Governance Act, che promuove spazi di dati intesi come beni collettivi

Conclusione: una sfida civica

Il messaggio che emerge con forza da queste analisi è che non possiamo restare spettatori passivi di una rivoluzione inevitabile.

Come ricordato dallo stesso Pontefice, citando un passaggio da “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien, il nostro compito non è dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo.

Invito, dunque, i lettori ad affrontare i temi dell’intelligenza artificiale non solo in ottica religiosa, ma come un fondamentale impegno civico.

Custodire l’umano significa assicurarsi che ogni innovazione, ogni norma e ogni pratica professionale servano a far crescere la tecnica senza mai far regredire il cuore.

È una responsabilità che ci affida il presente per consegnare un futuro più giusto a chi verrà dopo di noi.

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