Da Frate Francesco a San Francesco, storia di un rogo di libri per l’invenzione di un Santo

EDITORIALE – Parigi, anno del Signore 1266, il supremo organo collegiale dell’Ordine dei Frati Minori si raduna per assumere importanti decisioni. 

Parigi è il centro d’Europa, sede di una prestigiosa università, centro nevralgico di una grande “potenza europea”. L’Ordine dei Minori è presente in tutto il vecchio continente, non è più una piccola comunità, è composto da frati umili ma anche da dotti sacerdoti. La Regola di Francesco prescriveva il lavoro manuale, i frati ora lavorano come docenti universitari. Non esistono più le capanne di fango e frasche ma solidi conventi, sobri, ma con un tetto e le mura in pietra. L’Ordine è al suo interno già minato da una disputa, gli Spirituali ricordano che la Regola di Francesco era la Povertà. I conventuali (la divisione terminologica è di per sè significativa) propugnano una idea di governabilità e di gestione dell’Ordine più confacente al maneggio e alle cose del mondo, una istituzionalizzazione sul modello di altri ordini.

Di li a poco, vere e proprie correnti di dissidenti francescani spirituali si staccheranno dall’Ordine, per dar vita a una moltitudine di comunità e movimenti, spesso perseguitate come eretiche.

In questo clima, mentre la disputa sulla povertà (leggere Il Nome della Rosa di Eco può essere utile per capirne gli elementi principali) inizia a farsi incandescente (in tutti i sensi, visto che molti dei fraticelli finiranno al rogo), a Parigi si tiene questo importante capitolo, presieduto dal Ministro Generale dell’Ordine Bonaventura da Bagnoregio.

Qualche anno prima a Narbona, nel 1260, si era preso atto del diffondersi di una miriade di correnti di pensiero sulla vita di Francesco e sulla sua concezione della Povertà, ma anche sulle sue disposizioni circa i conventi, il lavoro, lo studio. Correnti di pensiero che si traducono in gruppi distinti e variegati, ma anche nel proliferare di testi biografici su Francesco. Fino a quel momento, la versione ufficiale della vita del Santo, che tendeva a essere unitaria, era stata l’opera di Tommaso da Celano, un frate che aveva conosciuto Francesco e che era stato incaricato ufficialmente dall’Ordine di redigere diverse versioni della sua biografia. Nel 1266 il coro polifonico di versioni sulla vita di Francesco, appare agli occhi dell’Ordine una fonte di disorientamento.

Così, in terra francese, dopo aver preso posizioni anche molto dure nei confronti degli Spirituali, (alcuni movimenti iniziano ad essere considerati sette ereticali), nel capitolo di Parigi si assume una decisione drastica: distruggere tutte le biografie di San Francesco, bruciarle, rintracciarle nelle biblioteche ed eliminarle. L’unica biografia che deve resistere è quella scritta dal Ministro Generale Bonaventura di Bagnoregio: La Legenda Maior S. Francisci. 

Un ordine senza precedenti. Sorprendente anche per i suoi effetti: l’operazione riesce. La circolare raggiunge tutti i conventi dell’Ordine, con la prescrizione ai frati di verificare anche altri ‘luoghi’ dove potessero trovarsi biografie di Francesco. I libri sono distrutti. 

Le biografie di Tommaso da Celano rispettavano i canoni della agiografia medievale, contemplando anche la narrazione esaltante e miracolistica, ma l’opera di Bonaventura segna il trapasso definitivo da Frate Francesco, il frate Santo, a San Francesco, il Santo fondatore di un Ordine. Questa appare una semplificazione, ma nei fatti la biografia di Bonaventura ispirerà tutta la trattatistica, la teologia, l’arte (si pensi solo a Giotto nella Basilica di Assisi). A scomparire non è solo l’opera di Tommaso, anzi, a venire messi al bando sono i racconti dei francescani più rigoristi, i fratres qui cum eo fuimus, coloro che furono con lui. Il messaggio originale del santo viene sostituito da un messaggio ufficiale che serve all’Ordine in quel momento: offrire ai frati (e ai fedeli) un modello meno contraddittorio, una figura di Francesco più idealizzata, insintonia con la nuova linea che si era data l’Ordine, saldamente ancorato a Roma e istituzionalizzato. I dirigenti minoritici dimostrano una grande lucidità politica, per pacificare il mondo magmatico del francescanesimo occorre impostare una nuova linea: il “sanfrancescanesimo”, che è diverso dal Francescanesimo, e anche dal minoritismo. Francesco diviene un modello, alto, teologico, simbolico, inimitabile. L’inimitabilità del Serafico Padre modifica la figura di Frate Francesco, elimina le sue bizzarrie (non è un’eresia!), le sue crisi di coscienza, i suoi dubbi e i suoi rigori ascetici, persino la sua gioventù ‘vivace’ e la sua probabile attività bellica, proponendo l’immagine di un Altro Cristo, infallibile e divinizzata. È ciò che serve per il governo dell’Ordine.

Così, l’ordine del Capitolo generale dalla pergamena viene copiato e spedito,mentre giunge in ognuno dei quasi millecinquecento conventi dell’Ordine e dei quattrocento monasteri di Clarisse, le vecchie storie di Francesco vengono sostituite dalla nuova, redatta proprio da Bonaventura. Si svuotano archivi e biblioteche, come la complessità della figura umana di Francesco, della sua conversione e della sua profonda simbiosi con il mondo, lasciando nei luoghi di studio l’immagine di un frate al limite della ingenuità, senza cultura teologica ma buono per la teologia. È l’invenzione di un Santo. 

Capiamoci, non che si metta in discussione la Santità di Francesco. Ma l’operazione di Bonaventura a 40 anni dalla morte di Francesco, è l’invenzione di un altro Santo.

Eppure, inquadrata nel contesto storico, è chiarissima la totale buona fede dell’opera di San Bonaventura, egli agiva per il bene della Chiesa e del suo Ordine.

Oggi, potremmo distinguere tra ‘Francescanesimo’ e ‘Sanfrancescanesimo’, ripercorrendo le biografie riscoperte a partire dall’800 e fino a pochi anni fa, riemerse da vecchi codici, antiche trascrizioni, recuperate dal ‘rogo del 1266’; dividere le vite di Frate Francesco e quelle di San Francesco: non tocca agli storici decidere quali siano più utili. Tuttavia, gli storici forniscono elementi di sintesi importanti per muoversi tra il Francesco storico, che essendo Santo ha fatto (anche) cose sante e il Francesco Santo. Illuminante in tal senso quanto scrive lo storico Grado Merlo: “non diversamente dagli agiografi e dai teologi, gli storici spesso partecipano, illuminando con la luce della santità aspetti ed episodi della vita di un uomo, trasfigurandoli in autentica realtà, poiché, in ogni caso, l’autenticità di Francesco d’Assisi è costituita dalla sua santità. A correggere e a ricondurre sulla terra i testi agiografici e teologici intervengono gli Scritti di frate Francesco, già raccolti in manoscritti nel secolo XIII”. Così, “il soggetto frate Francesco si ritrova dunque nei suoi scritti, mentre l’oggetto San Francesco è il protagonista, l’eroe, delle numerose leggende o vite.” (G. Grado Merlo, Frate Francesco, Il Mulino, 2017).