Da Potenza al cuore dell’Africa: il sogno di Elisa Claps continua a vivere e a generare speranza

POTENZA – Chi era Elisa Claps?

Il suo nome abbiamo imparato a riconoscerlo subito. Lo abbiamo incontrato sulle pagine dei giornali, nei servizi televisivi, nei programmi di cronaca che ogni giorno cercano risposte a domande rimaste sospese troppo a lungo.

Elisa Claps, l’Italia ha imparato a conoscerla così: una bellissima ragazza di sedici anni, dai capelli colore del cielo d’autunno al tramonto, con indosso un maglione di lana bianco e sul volto il sorriso ingenuo di chi, dietro ai suoi grandi occhiali, nasconde i sogni e i desideri spensierati dell’adolescenza appena arrivata. In Basilicata, e poi ben oltre i confini regionali e nazionali, il suo volto è diventato simbolo di un’assenza e di una lunga, lunghissima attesa.

Ma il nome di Elisa è stato presto associato anche ad un altro colore: il nero. Il nero di quel particolare tipo di cronaca che racconta di ferite, di dolore, di ricerche, di verità nascoste, di subdoli giochi di potere che allontanano le risposte e sigillano la realtà affinché non venga mai e poi mai alla luce.

Eppure, anche sotto macigni di menzogne, di silenzi, di depistaggi, la verità trova sempre un modo per svelarsi. Bisogna soltanto saperla o volerla vedere. E così, un piccolo spiraglio, quasi impercettibile, ma presente da sempre, può trasformarsi, un giorno, in una breccia sempre più grande. A quel punto la realtà sgorga inarrestabile, e non può più essere arginata. Il 17 marzo 2012, migliaia di persone credettero che potesse finalmente chiudersi un cerchio aperto diciannove anni prima.

Eppure, oggi non voglio soffermarmi sulla storia che tutti, ormai, conoscono. Non sui titoli di giornale, sulle ricostruzioni, sulle date che negli anni abbiamo imparato a ripetere quasi a memoria. Prima di me, in tanti hanno raccontato questa vicenda, battendosi attraverso gli strumenti dell’informazione, della giustizia, delle prove e delle testimonianze. Tanti, negli anni, con un lavoro instancabile e una combattività ostinata, hanno permesso che l’atroce e dolorosa storia di Elisa Claps arrivasse a tutti e che tutti sapessero cosa fosse realmente accaduto quella maledetta mattina del 12 settembre 1993. C’è però un’altra faccia della medaglia. Quando qualcuno diventa vittima di qualcosa di terribile, spesso avviene anche una forma di sottrazione: quella della persona. Si finisce per riconoscerla soltanto attraverso la cronaca, attraverso il dolore, il mistero, le parole pronunciate nei tribunali o in tv. E tutto il resto rimane sullo sfondo. Chi era davvero Elisa? Che carattere aveva? Quali speranze custodiva nel cuore? Cosa amava, cosa immaginava per il proprio futuro? Me lo sono chiesta spesso. Forse perché, quando ho conosciuto la storia di Elisa, avevo la sua stessa età. Frequentavo il secondo anno di liceo. Grazie a un’iniziativa di Libera Basilicata, ci raccontarono la

storia di quella ragazza che, quasi per una strana coincidenza, portava il mio stesso nome.

Elisa, allora, non era ancora una fotografia adagiata su una lapide bianca. Era una ragazza scomparsa. Una ragazza della mia età, di cui si cercavano risposte, ma che in qualche modo apparteneva ancora al tempo dell’attesa. Proviamo allora a fermarci, anche solo per un attimo, in quel tempo sospeso. Scopriremo che, prima di diventare un caso, Elisa era una ragazza. Come me. Come le mie amiche. Come tante sedicenni che sognano il proprio futuro mentre fanno i conti con interrogazioni e verifiche, paure, desideri e i primi amori.

Elisa aveva una famiglia profondamente unita: mamma Filomena, papà Antonio e i due fratelli maggiori, Gildo e Luciano. Frequentava il terzo anno del liceo classico di Potenza e custodiva un sogno che, da solo, racconta molto del suo carattere altruista, generoso, sensibile e rivolto al bene: laurearsi in medicina e partire per l’Africa, per dedicare il suo tempo, la sua cura e la sua presenza al servizio dei bambini e delle persone più fragili. Oggi più che mai, avremmo bisogno di persone come Elisa. Del suo senso di responsabilità, della sua delicata emotività, della sua capacità di guardare agli altri con attenzione autentica. E se è vero che, trentatré anni fa, qualcuno ha deciso di strapparla alla vita e all’affetto dei suoi cari, è altrettanto vero che persino dal dolore più straziante possono germogliare semi di amore, memoria e speranza.

E così, grazie al fratello Gildo, quel sogno ha valicato l’oceano e da Potenza è arrivato a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo dove, attraverso l’impegno del VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, è nato il progetto “Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa”. L’iniziativa, partita nell’ottobre del 2023, e promossa grazie anche al sostegno di Serendipity Associazione ETS, Penelope Italia Odv e Presidio Libera Potenza “Elisa Claps e Francesco Tammone”, interessa uno dei Paesi più poveri e martoriati al mondo. L’obiettivo è quello di rafforzare i servizi di assistenza sanitaria offerti dal Centro Don Bosco Ngangi (DBN). Nel corso dell’ultima missione, conclusasi da pochi giorni, Gildo Claps, insieme all’attore Gianmarco Saurino, ha potuto osservare da vicino i risultati di un impegno costruito nel tempo. In quasi tre anni, nel nome di Elisa, sono stati raggiunti importantissimi traguardi : la riabilitazione della sala d’attesa del dispensario del DBN, che offre assistenza gratuita a circa 1.200 persone al mese, tra sfollati, bambini orfani o in situazione di strada e famiglie in povertà; il rafforzamento del laboratorio di analisi, grazie all’acquisizione di moderne apparecchiature; il sostegno a un assistente nutrizionale che si dedica alla cura di bambine e bambini affetti da malnutrizione e a una fisioterapista che fornisce assistenza specialistica a bambini con problemi motori.

Ma il significato di questa esperienza va ben oltre l’indispensabile e prioritario sostegno sanitario e umanitario. Durante le attività rivolte ai più giovani, in Africa, la storia di Elisa è diventata occasione di incontro, confronto e condivisione, quasi un abbraccio collettivo capace di attraversare luoghi, distanze, generazioni. Bambine e

bambini hanno sfogliato il diario a cui Elisa affidava pensieri, sogni, paure e speranze, entrando in contatto con la quotidianità di una ragazza che, prima di tutto, aveva desideri e progetti come tanti altri adolescenti. Accanto a questo, musica, teatro e momenti di partecipazione hanno aperto spazi in cui esprimersi, stare insieme e immaginare possibilità nuove.

Eppure, in territori così profondamente fragili, nessun traguardo può dirsi davvero definitivo. Ogni presidio costruito, ogni cura garantita, ogni spazio restituito alla comunità rappresenta un passo avanti. Ma non basta ancora. È anche per questo che Gildo ha rivolto un appello a chi può contribuire: «Vogliamo fare di più, perché l’oceano di disperazione che c’è in quei luoghi non è arginabile. Vorremmo tanto partire con la costruzione di un ospedale modulare», ha raccontato in un video consegnato al giornalista Pablo Trincia, che negli anni si è occupato della vicenda nel podcast “Dove nessuno guarda: il caso Elisa Claps”.

La storia di Elisa ci insegna che esistono vite capaci di oltrepassare la morte, l’assenza, la mancanza. Vite che continuano a lasciare tracce, a costruire ripari, a donare amore, a generare bellezza. Elisa voleva curare, aiutare, esserci. Seppur in forme diverse da quelle immaginate, quel sogno non smetterà mai di vivere e di camminare.

Pubblicità