Dalla voce negata nei consessi dell’antica Grecia alle nuove narrazioni contemporanee: la parola come strumento di esclusione e di emancipazione nella storia delle donne

di Maria Antonietta Nigri, Responsabile New Voices club Lions Potenza Host

POTENZA – Ogni civiltà si misura anche dalla libertà della parola. E la storia della parola femminile, attraverso i secoli, è stata spesso una storia di conquista silenziosa, di intelligenza capace di trovare spazio, anche quando lo spazio sembrava negato. Nell’antichità, quando alle donne era raramente riconosciuto un ruolo pubblico nel pensiero e nella cultura, in Grecia la parola apparteneva alla sfera politica e quindi agli uomini, tuttavia alcune voci femminili riuscirono comunque ad attraversare il tempo.

La poetessa Saffo, vissuta tra la fine del settimo e l’inizio del sesto secolo A.C, di contro all’elegia parenetica, alla lirica corale, generi dominanti, nella storia della letteratura greca del tempo, diede vita a un linguaggio poetico estremamente innovativo, in cui la parola diventava universale e si affermava come autorità poetica e culturale, incrinando l’ordine stabilito e dando prova di straordinaria modernità.                 

Qualche secolo più tardi ad Alessandria d’Egitto, la filosofa Ipazia insegnava matematica e filosofia, dimostrando come la parola femminile potesse essere anche espressione di sapienza e di ricerca.              

Nel corso del tempo la parola si fa argomentazione, trattato, riflessione etica, pensiero critico. È un passaggio decisivo. Nel Medioevo, dando uno sguardo all’Europa, Ildegarda di Bingen, monaca cristiana, scrittrice, mistica e teologa tedesca scriveva di medicina, musica e cosmologia.

Nell Rinascimento la veneziana Moderata Fonte, pseudonimo di Modesta Pozzo de Zorzi, scrittrice, è autrice di un’opera dal titolo “Il merito delle donne”. Un dialogo secondo il topos cinquecentesco, in cui sette nobildonne veneziane discutono sulla superiorità intellettuale e morale delle donne, evidenziando come gli uomini ne limitino le libertà e le privino dell’istruzione, per soggiogarle in una condizione di inferiorità. Una sorta di manifesto femminista ante litteram. Più tardi, nel cuore dell’Illuminismo, la questione si fa politica. Olympe de Gouges, drammaturga e attivista francese scrive la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, ricordando al mondo che la libertà e l’uguaglianza proclamate dalla rivoluzione francese dovevano appartenere anche alle donne.

La parola diventa manifesto, denuncia e progetto di vita.

Nel corso della storia, dunque queste parole, spesso isolate nel loro tempo, hanno costruito lentamente e consolidato allo stesso tempo, il discorso femminile in movimento collettivo. Non soltanto rivendicazione di diritti, ma riflessione sul senso della giustizia, sulla dignità della persona, sulla responsabilità civile.  In questo percorso si collocano anche alcune grandi voci dell’Ottocento e del Novecento, che hanno interrogato la coscienza europea sulle grandi questioni della libertà e del potere, mostrando come il pensiero femminile possa contribuire in modo decisivo alla comprensione del mondo contemporaneo.                

Il potere della parola, dunque, custodito nello scrigno prezioso dell’animo femminile ha trasmesso un patrimonio culturale inestimabile e ha indotto ad una riflessione puntuale sulla condizione femminile contemporanea che passa attraverso una revisione del linguaggio pubblico: femminili professionali, rappresentazione mediatiche, spazio nel dibattito culturale.

Oggi la parola si declina nei media, nella politica, nella cultura digitale. Ma rimane una domanda aperta: chi controlla la narrazione? Perché il potere non è solo possedere la parola, ma orientarne il significato. L’8 marzo non è soltanto memoria di diritti acquisiti, ma interrogativo sul presente: quale parola stiamo costruendo? E soprattutto è una parola che include o che ancora esclude?

Come responsabile Lions New Voices, credo che promuovere la cultura della parola significhi anche sostenere una società in cui il talento e la competenza femminile possano esprimersi pienamente. Perché, come scriveva Simone Weil, “L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità”. E forse proprio da questa attenzione verso le voci delle donne può nascere una società più giusta, più consapevole, più empatica e più inclusiva. Noi non smetteremo mai di sognare!

Pubblicità