Donato Boccia, una vita in difesa. Dai campi di calcio al bene pubblico

EDITORIALE – Esistono uomini che passano l’intera vita a proteggere lo spazio degli altri. Chi ha masticato il calcio di provincia, quello vero, sa che il ruolo del difensore non è soltanto una scelta tattica. È quasi una disposizione del carattere: significa stare dietro, guardare le spalle ai compagni, intervenire quando qualcuno tenta di passare.

Donato Boccia questo mestiere lo aveva dentro. Lo aveva imparato da ragazzo, poi coltivato e portato fino alla Serie C1. Un modo di stare in campo che, in fondo, non ha mai abbandonato. Negli anni è cambiato soltanto il terreno sul quale metterlo in pratica.

La notizia della sua tragica scomparsa ha lasciato un vuoto difficile da raccontare. A 53 anni se ne va un uomo che ha attraversato mondi apparentemente lontani, il calcio e la pubblica amministrazione, portando con sé gli stessi tratti: disciplina, rigore, senso del dovere e rispetto degli altri.

Per raccontare l’uomo bisogna allora tornare al ragazzo che correva dietro a un pallone.

Agli inizi degli anni ’90, per Donato si aprono le porte del settore giovanile del Potenza, tra allenamenti, sacrifici e le ambizioni di un ragazzo che prova a farsi strada.

Poi il trasferimento a Pisticci, passaggio importante nella sua formazione umana e sportiva. Donato cresce, accumula esperienza e costruisce quella solidità che diventerà uno dei tratti riconoscibili del suo modo di stare in campo.

Donato Boccia (inginocchiato al centro), Pisticci serie D 1991/1992

Nella stagione 1993/94 il ritorno a Potenza. Non è più il ragazzo acerbo delle giovanili, ma un calciatore pronto a misurarsi con il calcio professionistico, con la Serie C1 e con un campionato duro e competitivo, nel quale ogni domenica significa confrontarsi con piazze e squadre di grande tradizione.

Indossando la maglia rossoblù si ritaglia il suo spazio senza bisogno di proclami. In campo mette a frutto le qualità che lo contraddistinguono: legge il gioco, copre, protegge, dà equilibrio. È un calcio diverso da quello di oggi, nel quale il mestiere conta moltissimo e la capacità di sacrificarsi per chi gioca accanto a te vale almeno quanto il talento individuale.

C’è anche Lauria nella sua storia di calciatore, la “sua” Lauria, in cui torna a giocare (con l’allora maglia dei dilettanti del Cogliandrino) prima di chiudere questo capitolo della sua vita.

Poi arriva il momento in cui gli scarpini restano nello spogliatoio. Non c’è più una trasferta da preparare, un avversario da seguire o una linea difensiva da tenere insieme. Il pallone smette lentamente di scandire le settimane e davanti a Donato si apre un altro campo, fatto di studi, codici e responsabilità.

Potrebbe sembrare l’inizio di un’altra vita. A guardarla oggi, invece, sembra quasi la continuazione della stessa. Perché Donato non smette davvero di essere un difensore. Cambiano soltanto le linee da presidiare. Quelle bianche tracciate sull’erba lasciano spazio a confini meno visibili, ma altrettanto importanti come la legalità, la correttezza e il bene pubblico.

La disciplina imparata negli allenamenti torna nel rigore dello studio e del lavoro. E qualcosa dello spogliatoio rimane anche lì: il rispetto delle regole, il senso della squadra e la responsabilità verso gli altri.

Prima avvocato e poi Segretario Comunale, Donato porta con sé in questa nuova parte della sua vita qualcosa dell’uomo che era stato sul campo: la capacità di stare al proprio posto senza tirarsi indietro, di assumersi una responsabilità senza trasformarla in protagonismo, di esserci quando serve. E così continua a fare, in un modo diverso, ciò che aveva sempre fatto. Difendere.

Solo che gli spazi da proteggere sono altri: la correttezza amministrativa, la trasparenza e l’interesse pubblico. Comincia così un percorso che lo porta nelle stanze di diversi Comuni e al servizio di comunità differenti, fino all’ultima esperienza a Lauria. Ovunque porta con sé lo stesso modo di intendere la funzione pubblica, mettendoci competenza, garbo istituzionale e profonda umanità.

Chi lo ha incontrato lungo questo cammino, e sono state tante le dimostrazioni di affetto nelle ultime ore, ne ricorda soprattutto un modo preciso di interpretare il proprio ruolo: non come esercizio di potere, ma come assunzione di responsabilità. Forse è proprio qui che le due parti della sua storia finiscono per incontrarsi: stare al servizio di una squadra e di una comunità richiede, in fondo, qualcosa di simile: sapere che non tutto deve passare da te, ma essere pronto a esserci quando serve.

Oggi resta soprattutto il dolore di un tempo che si è fermato troppo presto. E resta il silenzio che accompagna certe assenze, quelle per le quali le parole sembrano sempre arrivare un po’ dopo.

E allora non serve cercare una frase capace di tenere insieme tutto. Basta tornare all’inizio. A quel ragazzo che aveva scelto di giocare qualche metro più indietro degli altri, nel punto del campo dal quale si vede tutto: il pallone, i compagni e il pericolo che arriva. Donato aveva imparato presto a stare lì. E, in qualche modo, anche quando il pallone ha smesso di rotolare, da quella posizione non si è mai mosso.

Oggi piace ricordarlo così. Con la discrezione di chi non aveva bisogno di stare al centro della scena per lasciare il segno. Un passo indietro rispetto agli altri. Ma sempre presente.

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