Elisa Claps: 33 anni fa, il 12 settembre, la sua scomparsa

EDITORIALE – C’è un prima e un dopo nella città di Potenza. Prima del 12 settembre 1993 e dopo.
Da quel giorno, il capoluogo lucano ha dovuto imparare a convivere con un’assenza, con una domanda rimasta sospesa per diciassette, lunghi anni: dov’è Elisa Claps?
Il 12 settembre del 1993 era domenica. Era il giorno del Signore, quello dedicato al riposo, ai pranzi in famiglia, alla Santa Messa in Chiesa.
Elisa quel giorno aveva indossato il suo maglione bianco, quello che mamma Filomena le aveva confezionato con cura e amore. Aveva messo su i suoi occhiali da vista, era uscita di casa salutando il fratello Gildo e si era incamminata verso via Pretoria. Alle 13 era attesa nella casa di campagna a Tito per trascorrere la giornata in allegria con papà Antonio, e con il resto della famiglia.
Nella casa di Tito Elisa non arriverà mai.
Da quel momento di Elisa si perdono le tracce. Tra silenzi, depistaggi, indagini, errori e tentativi di manipolare, insabbiare, occultare la verità, per 17 lunghi anni Elisa Claps diventa il nome di una ragazza sedicenne scomparsa.
Ci sono verità destinate a restare per sempre grandi, insormontabili punti interrogativi, sommersi nel buio dell’incertezza.
Ma ci sono anche verità che, un giorno, riescono a trovare un piccolo spiraglio.
E allora riemergono lentamente dagli abissi. Quello spiraglio, piano piano, si allarga, fino a trasformarsi in un’enorme voragine dalla quale la verità torna in superficie con tutta la sua forza. Da quel momento non è più possibile fermarla.
Ed è allora che i castelli costruiti con bugie, menzogne e silenzi iniziano a crollare, uno dopo l’altro, come foglie d’autunno.
E i fatti, finalmente, si mostrano per ciò che sono: nudi, crudi, senza più veli né possibilità di nascondersi.
Ed è così che, dal 17 marzo del 2010, dal giorno del ritrovamento della piccola Elisa nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, mamma Filomena, papà Antonio, i fratelli Gildo e Luciano, e tutti coloro che hanno continuato a sperare di avere, un giorno, delle risposte, hanno forse intravisto quello spiraglio tanto atteso.
Oggi, è possibile sapere cosa è accaduto quel 12 settembre del 1993.
Quella mattina Elisa esce di casa.
Dice al fratello che andrà a messa e che, per l’ora di pranzo, sarà di nuovo a casa.
Una mattina apparentemente come tante. Una promessa semplice: tornare per pranzo.
Ma Elisa a casa non tornerà mai più.
Quella stessa mattina incontra un ragazzo di 21 anni, Danilo Restivo, che le aveva detto di volerle fare un regalo per aver superato gli esami di riparazione. Elisa entra in chiesa. Elisa da quella chiesa non uscirà mai più.
In una chiesa, in un luogo sacro, in un luogo che dovrebbe accogliere, proteggere, custodire, si consuma, invece, una tragedia.
Tra quelle mura che avrebbero dovuto rappresentare rifugio e sicurezza, una bambina vede interrompersi, per sempre, una breve esistenza fatta di sogni, di desideri, di ambizioni, di progetti ancora tutti da vivere e realizzare.
Restivo è attualmente recluso nella Hm Prison di Full Sutton, nell’East Riding of Yorkshire, dove dal 2011 sta scontando la condanna a quarant’anni per l’omicidio di Heather Barnett.
Nel 2051, al termine della detenzione nel Regno Unito, lo attende la carcerazione per altri trent’anni in Italia, a Salerno, in esecuzione della sentenza di condanna per l’omicidio di Elisa. Una condanna c’è stata.
Ma si può chiamare davvero giustizia quella che ha permesso a un uomo, a meno di dieci anni di distanza, di commettere due omicidi?
Si può chiamare giustizia quella che non ha punito realmente tutti coloro che, secondo le ricostruzioni e gli elementi emersi nel corso degli anni, potrebbero essere stati coinvolti, complici o artefici di queste tragedie?
Si può chiamare giustizia quella che permette che una chiesa, luogo in cui una ragazza di sedici anni è stata uccisa e il cui corpo è rimasto nascosto per anni, possa essere riaperta al culto come se nulla fosse accaduto?
E soprattutto: che cosa significa davvero giustizia, quando una condanna arriva, ma tante domande restano ancora senza risposta?
Ma anche dalle tragedie più terribili possiamo, e dobbiamo far nascere qualcosa di buono.
Perché la storia di Elisa non può e non deve essere soltanto la storia di una morte.
Può diventare anche una storia di vita.
Una storia di impegno, di solidarietà, di legalità. Una storia capace di trasformare il dolore in qualcosa che possa aiutare gli altri.
È quello che hanno fatto la sua famiglia e tutte le persone che, negli anni, hanno scelto di non arrendersi al silenzio.
La memoria di Elisa ha incontrato le battaglie di Libera, quelle per la verità, la giustizia e contro tutte le mafie, diventando anche un simbolo per chi continua a credere che una società più giusta sia possibile.
E poi c’è il suo sogno. Quello di Elisa di diventare medico e di andare in Africa per aiutare chi aveva più bisogno.
La sua famiglia ha scelto di raccoglierlo e di trasformarlo in realtà attraverso il progetto Il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa, realizzato dal VIS a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo.
Ed è forse questo il modo più bello e più giusto per ricordare Elisa: attraverso la bellezza che è riuscita a lasciare in questo mondo. Attraverso il bene che ha continuato a generare e che neppure la morte è riuscita a sconfiggere.

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