#Fase2InRock: i 49 anni di ‘What’s Going On’, il dono all’umanità firmato Marvin Gaye

EDITORIALE – Si approssimano i 32 anni per il Marvin Gaye che nel gennaio 1971 viene inopportunamente messo sotto pressione da Berry Gordy, padre padrone della Motown e, come se non bastasse, suo suocero, perché intorno a un 45 giri costruisca al più presto un LP.

Il 21 maggio del 1971 Marvin Gaye pubblicava l’epico What’s Going On, suo ottavo disco da studio e per niente un disco qualunque, per la sua forma e per il suo contenuto.

Era un concept album che raccontava la storia di un veterano della guerra del Vietnam che tornava a casa e trovava solo ingiustizie, povertà e disperazione. Non solo:  l’album aveva una struttura circolare, perché ogni canzone era come legata a quella successiva e l’ultima terminava con un rimando alla prima, ecco perché Inner City Blues ha un intero minuto dedicato alla ripresa della memorabile title track What’s Going On, canzone che apriva le danze e dava il titolo al disco.

Inner City Blues è dunque l’ultimo atto, il riassunto del romanzo in musica che Marvin Gaye aveva scritto virando decisamente dal romantico al sociale, passando per l’ambiente, tema decantato nella bellissima Mercy Mercy Me (The Ecology).

E le conclusioni non sono incoraggianti, perché il protagonista fa i conti con quel che ha intorno:  mentre il mondo va avanti e l’America va sulla luna, lui si ritrova pochi soldi mangiati dall’inflazione, bollette, tasse e bollette che non riesce più a pagare. La prima reazione, da ex soldato, è alzare le mani in segno di resa e poi urlare, ecco perché il sottotitolo è Make Me Wonna Holle (Mi viene voglia di gridare).

La grandiosa rivincita invece se la prende Marvin Gaye, l’artista che ha attraversato gli anni 60 venendo trattato come un fattorino a dispetto di un’interminabile serie di successi a 45 giri, tutti classici del soul, che hanno fatto da base ad album poi ridimensionati a causa delle “forzature” delle major.

Marvin si era già scontrato con Gordy tre anni prima, quando era andato al numero uno con la leggendaria I Heard To The Gravepine, che il capo non voleva che incidesse. Ma il boss non ha imparato la lezione.

L’unica cosa che al leader della Motown piacerà, sarà il tabulato vendite di What’s Going On. E’ del resto un lavoro agli antipodi della filosofia di un marchio che aveva costruito fino a quel momento il suo immane successo su un pop soul disimpegnato e adolescenziale, che cercava quanto più possibile di fare dimenticare che gli interpreti erano di colore.

Per descrivere al meglio il capolavoro What’Going On, dobbiamo tornare di un anno indietro. Nel 1970 Marvin Gaye aveva l’umore a zero, il suo matrimonio stava andando a rotoli (anche se il divorzio sarebbe arrivato solo nel 1977); la sua amica e compagna d’arte Tammi Terrell era collassata tra le sue braccia durante un concerto ed era morta poco tempo dopo, suo fratello Frankie, tornato dal Vietnam, gli aveva raccontato storie terribili. In quell’anno Marvin capì che le canzoni d’amore non dovevano né potevano essere il suo unico rifugio.

Per questo aveva accolto con entusiasmo l’idea di lavorare a una canzone che Ronaldo Obie Benson dei Four Tops, aveva abbozzato dopo un’esperienza negativa e stressante in un tour europeo. Una volta tornato in America, Benson aveva contattato uno dei più grandi autori della Motown, Al Cleveland e insieme avevano preparato una versione grezza di What’s Going On, che speravano Marvin sublimasse con il suo talento.

Marvin Gaye collaborò, aggiunse e arrangiò, pensando che la canzone dovesse essere data agli Originals, ma gli altri autori lo convinsero che era meglio se a inciderla fosse stato lui.

Quando Marvin disse si, gli unici a essere dispiaciuti erano i suoi discografici, timorosi che una canzone impegnata potesse essere rifiutata un pubblico abituato alle canzoni d’amore. Alla fine, accettarono per disperazione, visto che Gaye era deciso addirittura a ritirarsi, se non avessero pubblicato What’s Going On. Il successo fu clamoroso proprio perché nessuno si aspettava una presa di posizione così dura, un brano di riflessione sociale che sarebbe presto diventato orgoglio dei neri e simbolo di appartenenza.

Giovane ma maturo, elegante ma incazzato, schierato contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili, amico della nazione hippie, preoccupato (in anticipo sui tempi) per lo scempio dell’inquinamento.

Album concept senza la zavorra di quel tipo di dischi, incalzante ma suadente, screziato di jazz e latinità, accompagnato da un morbido basso che fa da base con le percussioni fitte, a tripudi di voci, archi e ottoni.

Un “funk che si presente in frac” in tutta la sua eleganza, il dono di Marvin Gaye all’umanità e di cui ne saremo eternamente grati.