#Fase2InRock: I Beatles del ‘Sergente Pepper’ tra psichedelia e rock: e quella copertina lanciata nella Storia

EDITORIALE – Dalle nove ore e quarantacinque minuti bastate per registrare Please Please Me, ai centoventinove giorni necessari per completate Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band: anche da un dettaglio così si misura l’immane distanza tra il debutto a 33giri dei Beatles a quello che è considerato unanimemente il loro lavoro storicamente più rilevante (che ne rappresenti l’apice della parabola artistica è invece controverso).

Basti pensare che questo album del quartetto di Liverpool, del 1967, fu di ispirazione a un’altra band che da quell’anno in poi avrebbe scalato sempre di più la vetta dell’Olimpo psichedelico e musicale.

“Mi ricordo quando è stato pubblicato Sgt. Pepper. Abbiamo deciso di accostare la macchina e di stare lì ad ascoltarlo. Qualcuno suonava l’intero disco alla radio e mi ricordo che noi stavamo lì ad ascoltare completamente intontiti. Da quel momento credo che sia cambiato il mio approccio alla fase di composizione e scrittura. Credo di aver imparato le mie prime lezioni musicali dalle leggende del blues come Huddie Ledbetter e Bessie Smith, ascoltavo anche un sacco di jazz e Woody Guthrie. Ma ho imparato moltissimo anche dalla musica di protesta soprattutto quando ero molto giovane. Ora devo dire che da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr ho capito che era giusto se anche noi scrivessimo delle nostre vite, del modo in cui ci sentivamo, in modo da poterci finalmente esprimere. Abbiamo capito che avremmo potuto essere degli artisti liberi ed in quella libertà c’era una grande valore”.

È così che Roger Waters, storico componente dei Pink Floyd, ricorda la prima volta che ha ascoltato Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, che è stato consegnato alla storia come l’album che ha rivoluzionato per sempre la musica popolare degli anni 60 e 70.

L’uscita rispetto al primo album dei Beatles è separata da soli quattro anni, due mesi e nove giorni, eppure nel frattempo il rock e più in generale la cultura giovanile, si erano trasformati fino a rendersi irriconoscibili e trasformati. Ma è proprio do questa rivoluzione che la band britannica vuole prendersene la paternità.

In Sgt Pepper.s per l’ultima volta provano e riescono a superare se stessi, dipingendo un affresco dove concorrono i colori della psichedelia, del rock e della musica classica, fino ad arrivare a pennellate artistiche d’avanguardia unite alle sonorità indiane del musicista “guru” della psichedelia Ravi Shankar.

Ed ecco che in tutta questa magia fatta di sperimentazione e mistero, arriva una certa Lucy che è nel cielo con i diamanti. Ma di quale Lucy parliamo? Perché nella vita di Julian Lennon, primogenito di John, c’erano due ragazze con quel nome che trascorrevano molto tempo con lui a scuola, da bambino. Una era Lucy O’Donnell, che viveva vicino ai Lennon e Weybridge e frequentava la Heath House, l’asilo infantile nel Surrey gestito da due anziane signore che avevano il loro da fare nel tenere fermi gli scatenati bambini Per molti anni si è pensato che fosse lei la Lucy dei diamanti, ma in un articolo del Daily Mail del 15 giugno 2005 ha scompigliato le carte e portato alla luce un’altra Lucy, probabilmente quella vera.

Si chiamava Lucy Richardson e, prima di morire di cancro a soli 47 anni, era stata un’apprezzata regista.  I Lennon frequentavano i suoi genitori, che possedevano un negozio di antiquariato e ogni volta che Julian stava male, le maestre d’asilo permettevano a Lucy di raggiungerlo a casa sua. A Julian piaceva moltissimo che Lucy lo guardasse mentre disegnava.

Ecco, uno di quei disegni ritraeva proprio lei nel cielo, circondata da stelle a forma di diamanti. Quando John Lennon lo vide, pensò subito di trasformarlo in una canzone. I genitori di Lucy ricordano che un giorno entrò nel loro negozio, John vide la loro figlia e la salutò così: “Hello Lucy In The Sky With Diamonds”. Non ci fecero troppo caso, sapevano che Lennon era piuttosto strano, ma quando uscì Sgt. Pepper’s, con una canzone con quel titolo, nel 1967, capirono.

Per scriverla John Lennon prese spunto dal libro “Attraverso lo Specchio” di Lewis Carroll, autore che amava molto, e dai dialoghi di un programma comico dell’epoca, The Goon Show, che la Bbc mandò in onda dal giugno 1952 al gennaio 1960. Tra i protagonisti c’era anche Peter Sellers e non è quindi un caso, forse, che Lucy Richardson abbia girato un film dal titolo The Life and Death of Peter Sellers.

E’ un caso, invece, che le iniziali del titolo formino l’acronimo Lsd. Per questo la canzone fu anche bandita per un certo periodo dalla radio, con grande sorpresa di Lennon, che giurava di non aver mai fatto caso alla coincidenza.

E’ l’inizio di un qualcosa che ancora non c’è, ma che verrà poi etichettato come progressive. Lo scarto rispetto all’album precedente Revolver, alla cui formula hanno contribuito grossomodo i medesimi ingredienti all’interno della struttura musicale, è misurato dalla ricercatezza di una registrazione che trascende i limiti degli strumenti musicali, dalla ricchezza di arrangiamenti cui concorrono l’arpa di She’s Leaving Home e il trio di clarinetti di When I’m Sixty Four, il sestetto di sassofoni di Good Morning, Good Morning e l’orchestra di quaranta elementi di A Day In The Life, il glokenspiel di Being For The Benefit Of Mr.Kite! e l’harmonium, le tabla, il sitar, il dilruba, gli otto violini e i quattro violoncelli di Within You Without You. Brano quest’ultimo in cui l’unico Beatle a suonare è George Harrison e con il senno di poi è un indizio che la vicenda più incredibile e fruttuosa negli annali della popular music va a concludersi.

Tutto fa epoca, a partire da una copertina che costa da sola quanto erano costati i primi due LP del gruppo tutto compreso, di un album alla cui uscita il mondo trattiene il respiro per non perdersi, di quei solchi, nemmeno un sospiro. Non era mai accaduto prima e non accadrà mai più.

In conclusione, la famosa copertina fu realizzata da Jann Haworth e Peter Blake partendo da un’idea di Paul McCartney, e riconosciuta come uno dei più famosi esempi di pop art. Il concept dell’immagine è che attorno alla Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band si raduni il suo pubblico ideale, per fare una foto di gruppo. La composizione non venne realizzata attraverso fotomontaggio, ma stampando le sagome a grandezza naturale e posizionandole in gruppo.

Una volta decisa l’idea, i Beatles stabilirono che ognuno di loro avrebbe potuto scegliere i personaggi che vi sarebbero comparsi. Paul McCartney scelse cantanti e scrittori, George Harrison volle santoni indiani, John Lennon avrebbe voluto Hitler, Gandhi e Gesù Cristo ma queste proposte gli furono bocciate dalla EMI, Ringo Starr disse che gli sarebbe andato bene quello che volevano gli altri.

Ai personaggi (o ai loro eredi) venne preventivamente chiesto il consenso, e tutti accettarono dichiarandosi contenti di cedere la loro immagine gratuitamente pur di finire su di una copertina dei Beatles. L’unico che chiese un compenso fu Leo Gorcey che voleva 500 dollari, e fu semplicemente tolto dalla composizione. Mae West, invece, inizialmente rifiutò perché non voleva comparire in un “Club per cuori solitari”, ma i Beatles le scrissero dichiarandosi suoi grandi fans e lei accettò.

I nomi esatti dei 65 personaggi (più i 4 Beatles) sono riportati all’interno del libretto dell’album, e non vi compare nessun individuo “compromettente” come a volte si sente dire. Nessuno? In realtà un nome discutibile c’è, ed è quello di Aleister Crowley. L’esoterista britannico è considerato il fondatore del moderno occultismo, e fonte di ispirazione per il satanismo (pur senza averlo praticato).

La lista completa dei nomi dei personaggi che compaiono sulla copertina è la seguente:

partendo dalla prima fila in basso, da sinistra a destra, troviamo la statua di cera di Sonny Liston (pugile), la Petty Girl (dell’artista George Petty), le statue di cera di George Harrison e John Lennon (prestate dal museo Madame Tussauds), Shirley Temple (attrice), le statue di cera di Ringo Starr e Paul McCartney (sempre dal  museo Madame Tussauds), Albert Einstein (scienziato), i quattro Beatles, Bobby Breen (cantante), Marlene Dietrich (attrice), un legionario dell’Order of the Buffalos, Diana Dors (attrice), Shirley Temple (seconda volta).

In seconda fila: l’ex-Beatle Stuart Sutcliffe, una testa di cera per parrucchieri, Max Miller (comico), un’altra Petty Girl, Marlon Brando (attore), Tom Mix (attore), Oscar Wilde (scrittore), Tyrone Power (attore), Larry Bell (artista), David Livingstone (esploratore), Johnny Weissmuller (nuotatore e attore), Stephen Crane (scrittore), Issy Bonn (comico), George Bernard Shaw (scrittore), Horace Clifford Westermann (scultore), Albert Stubbins (calciatore del Liverpool), Sri Lahiri Mahasaya (guru), Lewis Carroll (scrittore), Thomas Edward Lawrence (Lawrence d’Arabia).

In terza fila: Aubrey Beardsley (illustratore), Sir Robert Peel (politico), Aldous Huxley (scrittore), Dylan Thomas (poeta), Terry Southern (scrittore), Dion DiMucci (cantante), Tony Curtis (attore), Wallace Berman (artista), Tommy Handley (comico), Marilyn Monroe (attrice), William Burroughs (scrittore), Sri Mahavatara Babaji (guru), Stan Laurel (comico), Richard Lindner (artista), Oliver Hardy (comico), Karl Marx (filosofo politico), Herbert George Wells (scrittore), Sri Paramahansa Yogananda (guru) e un’altra testa di cera per parrucchieri.

In quarta fila: Sri Yukteswar (guru), Aleister Crowley (occultista), Mae West (attrice), Lenny Bruce (comico), Karlheinz Stockhausen (compositore d’avanguardia), W.C. Fields (comico), Carl Gustav Jung (psichiatra), Edgar Allan Poe (scrittore), Fred Astaire (ballerino e attore), Richard Merkin (pittore contemporaneo americano), una “Varga Girl” (illustrazione di Alberto Vargas), Huntz Hall (attore), Simon Rodia (creatore delle Watts Towers) e Bob Dylan (musicista).