Garlasco: quando il garantismo muore tra tv e piazza (PARTE I)

EDITORIALE – Negli ultimi mesi e ancor di più negli ultimi giorni dopo la notifica dell’avviso di conclusione indagini (art. 415-bis c.p.p.), il caso Garlasco è tornato prepotentemente alla ribalta, trasformandosi in un “romanzo popolare” indecente che rischia di divorare non solo le vite degli indagati, ma l’intero principio di civiltà giuridica del nostro Paese. Le recenti indagini su Andrea Sempio, dopo la condanna definitiva di Alberto Stasi, hanno riaperto ferite mai rimarginate e messo a nudo i vizi strutturali di un sistema che alterna errori giudiziari a derive mediatiche incontrollabili. Avvocati come Gian Domenico Caiazza e F.A. Maisano lo stanno denunciando con lucidità e preoccupazione, insieme a una schiera di altri giuristi e giornalisti che invocano il ritorno a un garantismo serio e non a singhiozzo.

La lezione non appresa

Per comprendere appieno la portata del tema, occorre premettere che la vicenda di Garlasco non è soltanto un caso di cronaca nera, ma rappresenta, tra le altre cose, un laboratorio inquieto sulle fragilità del nostro sistema di impugnazione. Non è affatto secondario, infatti, che la condanna di Alberto Stasi sia intervenuta dopo ben due assoluzioni piene, basate sulle stesse prove. Questo cortocircuito logico-giuridico impone una riflessione sulla tenuta del principio del ragionevole dubbio.

Come ha scritto chiaramente Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere Penali e difensore storico di Enzo Tortora: «L’unica verità che possiamo e dobbiamo trarre dalla vicenda di Garlasco è che un sistema giudiziario che consente di condannare l’imputato già assolto due volte, per di più sulla base dello stesso compendio probatorio, è un sistema malato».

Stasi è stato assolto due volte e poi condannato “oltre ogni ragionevole dubbio” con gli stessi elementi. Un paradosso che oltraggia il principio millenario sintetizzato dal brocardo “in dubio pro reo”.

Invero, la riforma del 2017 ha limitato le impugnazioni del PM sulle doppie conformi assolutorie; se fosse arrivata prima, forse oggi non assisteremmo a questo nuovo capitolo tragico.

Il garantismo non è una polizza assicurativa per i “colpevoli”, ma un argine contro l’errore giudiziario e la caccia all’uomo. Quando il giudice non si arresta davanti al dubbio, si apre la strada a catene di tragedie. Caiazza lo ripete da tempo: serve umiltà giudiziaria, il “culto sacrale” della presunzione di innocenza.

A fargli eco, il giudice Stefano Vitelli, che in primo grado assolse Stasi, che sottolinea come il dubbio non sia una possibilità astratta o fantasiosa, ma un’incertezza fondata su elementi concreti e verificabili: proprio ciò che il caso Garlasco continua a rappresentare come laboratorio inquieto.

L’ordalia mediatica e la discovery di massa

Sotto un altro angolo visuale, è necessario affrontare il fenomeno della discovery di massa.

In questo contesto, la figura del “mostro” diventa una necessità narrativa consolatoria per l’opinione pubblica. Tuttavia, questa pulsione vendicativa produce danni spesso irreparabili.

Infatti, parallelamente al processo penale corre quello mediatico, che ha ormai superato ogni limite. L’avvocato Maisano lo ha descritto con efficacia: il rischio che il processo mediatico si trasformi definitivamente nell’«ordalia di piazza», con la diffusione selvaggia di informative, intercettazioni e atti investigativi che precedono e condizionano il dibattimento.

La prova deve formarsi in aula, nel contraddittorio, non nelle chiacchiere televisive.

Garlasco, invece, rappresenta il fallimento di un sistema che ha permesso al processo mediatico di sostituirsi a quello giudiziario.

Altre voci garantiste, come l’avvocata Sara Battistini, stigmatizzano il “circo mediatico” di Garlasco e ricordano che l’avvocato deve rifuggire la spettacolarizzazione, proprio per tutelare i diritti degli assistiti. Analoghe preoccupazioni emergono da interventi di Paolo Della Sala e da vari giuristi che, in convegni e articoli, mettono in guardia sui rischi del “giudizio anticipato” e della morbosità collettiva.

Stigmatizzare la caccia al mostro ad ogni costo

Ciò che più deve indignarci è la persistente tendenza a cercare un mostro ad ogni costo, alternando il bersaglio dal “fidanzato con gli occhi di ghiaccio” a nuovi indagati, senza attendere prove certe. Questa logica da piazza, alimentata da tifoserie televisive e social, calpesta la presunzione di innocenza e trasforma la cronaca in uno spettacolo degradante.

Chi spinge questa narrazione binaria (o Stasi o Sempio, senza sfumature) non cerca la verità, ma una narrazione consolatoria: deve esserci un mostro, altrimenti il sistema crolla.

Questa pulsione vendicativa è nemica della giustizia.

Produce danni concreti sulle persone (reputazioni polverizzate, vite private esposte), sulla verità (aspettative pubbliche che condizionano i giudici) e sul sistema (sfiducia crescente dei cittadini).

Le conseguenze di un garantismo a singhiozzo

Questo circo, peraltro, produce danni concreti e verificabili:

– sulle persone: reputazioni polverizzate, vite private esposte.

– sulla verità: aspettative create dall’opinione pubblica che difficilmente trovano riscontro in aula.

– sul sistema: ulteriore sfiducia dei cittadini.

Maisano richiama alla cautela anche sulle nuove piste: principi procedurali saltati, anarchia conoscitiva. Caiazza e Vitelli invitano a discutere le questioni di fondo (appelli del PM, ruolo del dubbio, indipendenza giudiziaria) invece delle tifoserie da salotto.

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