Garlasco: quando il garantismo muore tra tv e piazza (PARTE II)

Il tempo della giustizia e il tempo della verità sociale: Rigopiano e Ponte Morandi

EDITORIALE – Il caso Garlasco non è un’eccezione isolata, ma il sintomo di una crisi più ampia che attraversa il nostro sistema giudiziario. Per comprenderne la profondità, basta volgere lo sguardo ad altre due vicende che hanno segnato la coscienza civile del Paese: Rigopiano e Ponte Morandi.

Il disastro dell’Hotel Rigopiano

Il 18 gennaio 2017 una valanga travolse l’albergo di Farindola, causando 29 vittime. La vicenda processuale si è conclusa solo l’11 febbraio 2026, con la sentenza dell’Appello-bis della Corte d’Appello di Perugia: confermata la responsabilità di tre funzionari della Regione Abruzzo, mentre l’ex sindaco di Farindola è stato definitivamente assolto insieme ad altri due imputati.

Un percorso durato quasi dieci anni, segnato da annullamenti, rinvii e aspettative crescenti delle famiglie delle vittime.

Un tempo che non coincide con quello della verità sociale, e che alimenta la percezione di una giustizia lenta, faticosa, talvolta incapace di dare risposte in un orizzonte umano accettabile.

Il crollo del Ponte Morandi

Il 14 agosto 2018 il cedimento del viadotto Polcevera provocò 43 morti. Il processo, tuttora in corso davanti al Tribunale di Genova, è considerato uno dei più complessi della storia repubblicana: milioni di pagine, perizie ingegneristiche, decine di imputati e parti civili. La sentenza di primo grado è attesa tra l’estate e l’autunno del 2026.

Al centro del dibattito vi è il contrasto tra l’accusa, che contesta ai vertici di ASPI e SPEA un sistematico omesso controllo e la difesa, che invoca il “vizio occulto” di costruzione, non rilevabile con le ordinarie ispezioni.

Anche qui, il tempo della giustizia si dilata oltre ogni misura, mentre quello della società resta sospeso tra dolore, attesa e sfiducia.

Il filo rosso: garantismo a singhiozzo e ordalia mediatica

Rigopiano, Ponte Morandi e Garlasco, ma anche altre vicende a noi più vicine nel tempo e nello spazio, raccontano la stessa frattura: il tempo della giustizia non coincide più con il tempo della verità sociale.

In questo scarto si insinua ciò che molti giuristi definiscono un “garantismo a singhiozzo”: rigoroso quando conviene, emotivo quando la piazza reclama un colpevole. È lo stesso meccanismo che trasforma il processo mediatico in un’arena, che alimenta la caccia al mostro, che pretende risposte immediate a domande complesse.

Come ricordano Caiazza, Maisano e Vitelli, il rischio è sempre lo stesso: confondere la sete di giustizia con la fame di colpevoli.

La memoria corta della piazza digitale

Ricordo perfettamente – come molti cittadini – che in tutte queste vicende, da Garlasco a Rigopiano fino al Ponte Morandi, la piazza mediatica e i social non hanno mai atteso il tempo della giustizia. Nel giro di poche ore dall’evento, prima ancora che emergesse uno straccio di documento, si erano già formati tribunali paralleli, con colpevoli designati, moventi immaginati, responsabilità scolpite nella pietra del pregiudizio.

È un meccanismo che si ripete identico:

  • si cerca subito un volto da esporre;
  • si costruisce una narrazione binaria;
  • si emettono giudizi sommari senza conoscere atti, perizie, testimonianze;
  • si pretende che la giustizia reale confermi la sentenza già scritta dalla piazza.

Questo riflesso condiziona tutto: l’opinione pubblica, i media, talvolta perfino le istituzioni.

E alimenta quella spirale che trasforma ogni tragedia in un ring, dove la verità processuale viene percepita come un ostacolo, non come un presidio di civiltà.

Conclusioni (provvisorie)

Per ritornare in tema, il caso Garlasco deve spingerci verso un ritorno a un garantismo serio, che non sia percepito come una scappatoia per i colpevoli, ma come l’unico argine possibile contro l’errore giudiziario. Più precisamente, occorre recuperare quella che Stefano Vitelli definisce “umiltà giudiziaria”: il coraggio di fermarsi davanti al dubbio.

Altrimenti, la nostra democrazia rischia di correre all’impazzata verso un muro, distruggendo insieme alle reputazioni dei singoli anche la credibilità delle istituzioni.

Chi oggi partecipa con leggerezza alla gogna mediatica deve ricordare che domani la stessa sorte potrebbe toccare a chiunque, in assenza di regole certe e rispettate da tutti.

La Verità, quella con la maiuscola, non abita i salotti televisivi; essa risiede esclusivamente nel silenzio operoso delle aule di giustizia, protetta dal rito e dal rispetto del dubbio.

Garlasco non è solo il dramma di una ragazza uccisa e di famiglie distrutte. È lo specchio di un Paese che fatica a praticare il garantismo come forza di una democrazia matura. Servono regole rispettate, non solo eroi individuali che resistono alla pressione.

Prima di nuove condanne o assoluzioni, sarebbe urgente una riflessione collettiva sul processo mediatico, sul segreto investigativo e sul valore non negoziabile del dubbio ragionevole.

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