Genova 2001: l’attualità di quelle ragioni

Una testimonianza, a distanza di venti anni, di chi ha vissuto quelle straordinarie e tragiche giornate. Di Agostino Giordano

Raccontare l’esperienza vissuta a Genova nel luglio del 2001, a distanza di venti anni esatti, può sembrare un’operazione inutilmente retorica, indirizzata soltanto a chi è stato partecipe di quelle straordinarie e al contempo tragiche giornate. Provo dunque a raccontare come ho vissuto io quell’evento, ponendomi innanzitutto la seguente domanda: ha senso raccontare e parlare oggi dei fatti di Genova e perché? La mia risposta è la seguente: assolutamente sì, perché c’è stato chi ha pagato in prima persona (Carlo Giuliani addirittura con la vita, altri con la galera, le torture, etc..) e poi perché le ragioni e le istanze che portammo a Genova sono ancora valide e attuali.

Arrivammo all’appuntamento del luglio 2001 contro il G8 vivendo alcuni passaggi intermedi fondamentali. Infatti, le imponenti e determinate manifestazioni contro il WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio) – del novembre 1999 a Seattle (Usa) – ebbero una tale eco anche in Europa e in Italia, che in tanti ragazzi e giovani ben presto si diffuse la consapevolezza di essere parte di un movimento globale (il cosiddetto “Movimento dei movimenti”) che metteva al centro del suo agire l’esigenza di volere e potere costruire “un altro mondo possibile”, contro la precarietà dell’esistenza e contro le ingiustizie sociali. Gli appuntamenti dei potenti divennero presto l’occasione imperdibile per dimostrare la forza di quel movimento e lo scenario mediatico migliore per far prevalere la voce dei ceti deboli, contro un sistema sordo, attento solo ai profitti dei ricchi e al benessere dei ceti agiati.

Insieme a tante e tanti altri ho preso parte a diversi cosiddetti “contro – vertici” (fra cui quello di Napoli – Stop “Global Forum” – del marzo 2001), cioè quelle manifestazioni che contestavano i vertici dei potenti, gli appuntamenti ufficiali dei capi di stato, dei banchieri, dei finanziari, di coloro che decidevano (e purtroppo ancora oggi decidono), il nostro futuro e il futuro dei nostri figli, muovendo le leve dell’economia mondiale a scapito della pace, della giustizia sociale e dell’ambiente. La maggior parte delle volte queste manifestazioni, pacifiche e colorate, che accerchiavano le riunioni dei notabili dell’economia e della politica mondiale, furono brutalmente interrotte dalla repressione delle forze di polizia, più volte con la complicità di forze politiche che si definivano di sinistra o democratiche. A Genova, al summit dei rappresentanti degli 8 Paesi più industrializzati e potenti del Mondo, ci arrivammo quindi consapevoli della possibilità di trovarci di fronte ad un muro innalzato per non ascoltare le nostre voci e le nostre istanze. La volontà di non ascoltarci si concretizzava duramente, mediante le altissime grate di ferro con le quali fu circondata la cosiddetta “zona-rossa” del centro storico del capoluogo ligure, che ospitava le delegazioni dei potenti. Di sicuro però, tanti di noi non si aspettavano quello che poi accadde: una repressione terribile, una violenza inaudita scagliata contro manifestanti indifesi e inermi. A Genova ci sono arrivato la sera di mercoledì 18 luglio, con un treno stracolmo di migliaia di manifestanti partito da Bologna. Il giorno dopo, giovedì 19, c’è stata la straordinaria e surreale manifestazione per i diritti dei migranti: bella, grande e colorata, che attraversava una città fantasma, blindatissima, in cui timidamente qualcuno ogni tanto esponeva dai balconi o dalle finestre mutande o lenzuola, per protestare contro l’invito dell’allora Presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi, di non rovinare la vetrina su cui erano puntati gli occhi e i riflettori del mondo.

Ma un mondo nuovo (l’altro mondo possibile) era anche lì a Genova, allo stadio Carlini che ospitava migliaia di giovani, in tutti gli altri luoghi che ospitavano manifestanti, nelle assemblee che si susseguivano e in cui si parlava di beni comuni e di diritti, di solidarietà sociale e di partecipazione. L’idea di un mondo nuovo era stato il percorso che ci aveva portato lì, che avevo toccato con mano non solo nella città in cui ho frequentato gli studi universitari e dove vivo e lavoro (Bologna), ma anche in Basilicata e a Lauria, dove i dibattiti pubblici e i giovani mobilitati attorno alle tematiche esplose e poi soffocate a Genova furono tanti, vivi, appassionati e appassionanti.

In treno fui felice di ritrovare e riabbracciare un carissimo amico e compagno di Lauria, Carmine Cassino, che arrivava da Forlì, città in cui all’epoca frequentava l’Università. Insieme a lui, in mezzo a tanti altri compagni e compagne, ho vissuto quelle giornate e quei momenti straordinari e terribili che mai dimenticherò.

Il 20 luglio però le passioni, i sogni e le speranze sembravano davvero essersi infrante contro la brutale e inaudita repressione delle cosiddette forze “dell’ordine”: la notizia della morte di Carlo Giuliani ci colpì davvero nel profondo e per il giorno successivo ci si aspettava una manifestazione dimessa e poco partecipata; soprattutto, si avvertiva il pericolo che la paura prevalesse sulla determinazione e sulla volontà di non arrendersi a quella brutalità. Invece, il giorno dopo, sabato 21 luglio, fu una sorpresa bellissima scoprire che la partecipazione al corteo conclusivo era altissima (tanto che il numero stimato dei manifestanti è stato di circa centomila). Quella giornata fu per me molto intensa particolare, sia per la straordinaria risposta che quel movimento seppe dare, sia per quello che ho subito e vissuto. Infatti la brutalità e l’arroganza delle forze di polizia non sembrò minimamente scalfita da ciò che successe il giorno prima e sin da subito i numerosi poliziotti, carabinieri e finanzieri presenti in assetto di guerra, con manganelli, cominciarono a caricare l’immenso corteo che dal lungomare voleva concludersi verso il centro della città, mentre era incessante e fitta la pioggia di lacrimogeni (lanciati anche dagli elicotteri e dalle barche ancorate al largo del porto di Genova). Nel vano tentativo di proseguire il percorso del corteo, come tanti altri compagni dei Giovani Comunisti e del Partito della Rifondazione Comunista ai quali mi ero unito sin dal giorno in cui arrivai a Genova (prendendo parte anche al cosiddetto “servizio d’ordine”), ad un certo punto siamo stati direttamente puntati e inseguiti da due autoblindo della polizia, che ci spinsero in un piccolo vicolo cieco con il ripetuto rischio di essere travolti dai mezzi blindati o di finire schiacciati contro i muri delle case. Rimasti in una decina circa, per salvarci dalle manganellate degli agenti scesi rabbiosamente dalle autoblindo, non ci rimase altra scelta che buttarci da una ringhiera di legno che dava su un piccolo giardino. Alcuni di quelli vicini a me erano feriti ed uno in particolare aveva la testa spaccata e sanguinante. Dopo aver aiutato questa persona a lanciarsi dalla ringhiera, mentre stavo per farlo io e raggiungere gli altri, un poliziotto mi afferrò dallo zaino che avevo in spalla trascinandomi all’indietro, mi buttò a terra e mi prese ripetutamente a calci e a manganellate, insultandomi pesantemente e minacciandomi di morte: fui picchiato, manganellato, insultato e minacciato non soltanto da lui, ma da almeno altri due suoi colleghi. Urlavano come forsennati che avrebbero sparato. Nel momento in cui si sono allontanati da me per pochi secondi, per aprire il portellone dell’autoblindo da cui erano scesi, probabilmente per mettermi in stato di fermo, ho avuto la forza e la lucidità di riuscire ad alzarmi e lanciarmi oltre la ringhiera finendo di sotto, sulla siepe del giardino, ricongiungendomi con gli altri compagni. I poliziotti nel frattempo continuavano a urlare e a minacciarci e, pistole in pugno, ci promettevano di farci fare la stessa fine di Carlo Giuliani. Ad un certo punto, ci siamo resi conto che eravamo finiti nel giardino di una piccola clinica privata, la cui responsabile dopo un po’ di tempo uscì fuori. I poliziotti le urlarono di aprire immediatamente il cancello del giardino, in modo tale da poter prenderci tutti, ma fortunatamente questa Signora si oppose con determinazione alla polizia, ribadendo più volte che quella era una proprietà privata e che non avevano nessun motivo di entrare lì. Dopo un tempo che per me sembrò infinito (probabilmente passò circa una mezz’ora e ancora mi sembra di sentire il rumore dell’elicottero che girava ripetutamente sulle nostre teste durante quell’attesa) i poliziotti decisero di allontanarsi e noi, feriti e malconci, siamo riusciti a metterci in salvo.

L’incubo sembrava finito ma, ripartire da Genova per tornare in treno a Bologna non fu affatto una cosa semplice: più che le manganellate e i colpi subiti dai poliziotti, pesava maggiormente la situazione complessiva di accerchiamento e di sospensione di ogni garanzia costituzionale che continuavamo a subire. La stazione ferroviaria circondata da polizia e carabinieri, agenti e militari sui binari a provocare di continuo i manifestanti, gli elicotteri che giravano e rigiravano sulle nostre teste puntandoci fasci di luce addosso. In contemporanea arrivò, tramite alcuni compagni, la notizia dell’irruzione alla Scuola Diaz da parte della polizia.

Tutte cose che capimmo bene nei giorni successivi, così come le violenze inflitte ai ragazzi e alle ragazze fermati e sequestrati nella Caserma di Bolzaneto.

A distanza ormai di venti anni le responsabilità di dirigenti e funzionari delle forze di polizia sono state individuate dalla magistratura (ad esempio per ciò che è successo alla Diaz e a Bolzaneto); purtroppo però, anche grazie a “facili” archiviazioni e furbeschi depistaggi, i veri responsabili di ciò che accadde sono riusciti a restare impuniti (anzi, alcuni poliziotti responsabili sono stati addirittura premiati!) e molti ancora devono rispondere di tante cose, in primis dell’omicidio di Carlo Giuliani. Per non parlare del fatto che la regia politica di quella repressione, nonché il ruolo svolto dai vertici massimi delle forze dell’ordine, sono elementi incredibilmente passati in cavalleria.

Oggi, nel 2021, a distanza di venti anni, è francamente stucchevole ascoltare coloro che provano a giustificare le reazioni di carabinieri e polizia non considerando la sproporzione che c’è fra una vetrina rotta o un estintore che si prova a lanciare per autodifesa, rispetto all’assassinio di un essere umano o alle scene da “macelleria cilena” viste alla Diaz (oppure alle torture di Bolzaneto). Allo stesso tempo non è tollerabile la divisione (che si tenta puntualmente e sistematicamente di mettere in atto) di quel movimento in “buoni” e “cattivi”, strumentalizzando le azioni dei manifestanti appartenenti al “black bloc”.

Così come è fuorviante affermare che a Genova nel 2001 tutto finì perché trionfò la paura e la repressione riuscì ad abbattere quel movimento. Nei giorni scorsi Giulio Calella (redattore di “Jacobin Italia”), un amico e compagno presente anche lui a Genova nel 2001, ha scritto un pezzo pubblicato su L’Espresso che invito a  leggere ( clicca qui ) in cui ha sottolineato proprio questo aspetto: dopo i fatti di Genova del 2001 la partecipazione alle iniziative politiche di movimento si ampliò e le mobilitazioni in difesa della pace, dei diritti sociali e sindacali si intensificarono e furono straordinarie (ad esempio nel marzo del 2002 in piazza a Roma in difesa dell’articolo 18 scesero milioni di persone; a Firenze, in occasione del “Social Forum Europeo” del novembre 2002 si ebbe una manifestazione conclusiva con la partecipazione 500 mila persone; nel febbraio del 2003 a Roma ci fu un’imponente manifestazione contro la Guerra, tanto che per rappresentare quel movimento il New York Times parlò di “seconda superpotenza mondiale”, etc…). Furono i ceti politici di governo a tradire poi quelle istanze e quelle rivendicazioni che rimangono ancora attuali. Allo stesso tempo a livello europeo e globale le disuguaglianze, rispetto al 2001, sono decisamente aumentate. Se poi a tutto ciò aggiungiamo pandemie e mutamenti climatici ci rendiamo conto che lo slogan “un altro mondo è possibile” oggi è più che mai attuale, anzi, se vogliamo evitare che la barbarie prevalga sulla civiltà e sulla distruzione del pianeta, oggi un altro mondo è diventato “necessario”.