GIUDITTA E OLOFERNE DI ARTEMISIA GENTILESCHI, storia di uno stupro e di una doppia violenza dal seicento ai giorni nostri

Ci sono pregiudizi e “diritti negati” che riguardano le donne e che caratterizzano il loro essere oggi, così come secoli addietro. Questo per dire che in tema di rispetto e uguaglianza fra uomo e donna è vero che sulla carta si è fatto tanto, ma nella pratica alcune sovrastrutture sono difficili da far crollare.


Per fare un esempio concreto di ciò voglio raccontare la vita e analizzare un’opera di Artemisia Gentileschi, attualizzando il tutto e correlandolo ad un fatto di cronaca recente: il caso Genovese.


Ecco che si può creare un parallelismo fra una delle più importanti pittrici italiane e la ragazza secondo cui l’accusa, sarebbe stata abusata dal noto imprenditore durante una delle sue feste a terrazza Sentimento.


Cosa accomunerà mai una donna del Seicento con una donna del Ventunesimo secolo? Innanzitutto entrambe hanno subito violenza, anzi potremmo dire una doppia violenza perché entrambe non sono state trattate come vittima, ma piuttosto additate e sottoposte a maldicenze ed umiliazioni di ogni genere.

Ma partiamo con ordine: Artemisia viene stuprata da Agostino Tassi, amico del padre Orazio Gentileschi e suo maestro di pittura. L’atroce violenza subita, non fu subito denunciata dalla Gentileschi poiché il Tassi le aveva promesso di sposarla per ovviare a ciò che aveva fatto con il classico “matrimonio riparatore”, matrimonio che sarebbe dovuto avvenire nel giro di un anno. Ciò non avvenne, anzi Artemisia scoprì che il pittore era già sposato, solo a quel punto sentendosi tradita si convinse a raccontare tutto e a denunciare il fatto. L’anno passato per la denuncia dei fatti però contribuirà a suscitare ancor di più le dicerie della gente, rendendo Artemisia vittima di un altro sopruso, quello della diffamazione. La pittrice subirà un processo in cui sarà costretta a raccontare davanti a tutti e nei dettagli la violenza subita e sarà sottoposta a numerose visite ginecologiche, fortunatamente alla fine verrà riconosciuto lo stupro e Tassi sarà condannato all’esilio da Roma.

Anche la ragazza vittima del presunto stupro da parte di Genovese sta subendo innanzitutto un processo mediatico in cui invece di puntare il dito sullo stupratore, troppo spesso si sta puntando il dito contro la vittima, sottolineando che a ben vedere se l’è andata a cercare vista la festa alla quale aveva deciso di partecipare e l’ambiente e il giro che aveva scelto di frequentare. Ci si dimentica che così facendo la ragazza sta subendo ancora una volta violenza, perché è costretta a giustificarsi proprio come accadde ad Artemisia, e a difendersi da accuse imbarazzanti dimenticando il sacrosanto diritto che ogni donna ha a dire NO, anche se si dovesse trattare di una prostituta.

La Gentileschi è riuscita però ad esorcizzare la violenza subita dipingendo il capolavoro Giuditta e Oloferne. Nel dipinto è come se al posto della bella Giuditta, paladina del popolo ebraico, ci fosse proprio lei, Artemisia, che conscia della violenza subita si stia vendicando su Oloferne-Tassi uccidendolo con l’inganno e con la ferocia, su quel letto che era stato palcoscenico della violenza subita. Forse in questa maniera la pittrice è riuscita a “liberarsi” della violenza subita mettendo olio su tela il suo grido di dolore e l’angoscia provata.

Tanto è vero che la Giuditta di Artemisia, rispetto a quelle realizzate da altri pittori, ha il volto duro, determinato quasi come se fosse compiaciuta del dolore perpetuato. Una Giuditta che viene aiutata dall’ancella a conferire il colpo mortale su un Oloferne che ha le sembianze di Agostino Tassi. Anche lo stesso sangue presente così vividamente sulle lenzuola può essere letto non solo come un riferimento alla vendetta compiuta, ma anche e soprattutto alla violenza subita che nonostante tutto ha lasciato un segno, una macchia indelebile.