Grazie al TAR Lazio finalmente pubblici gli atti del Comitato Tecnico Scientifico

EDITORIALE – Il tema della trasparenza della politica ai tempi del Covid racchiude in sé elementi che vanno ben oltre la mera contingenza: è una questione di approccio metodologico. Trasparenza significa libertà e consapevolezza.


Del resto, nella più famosa delle sue Prediche Inutili, Luigi Einaudi, con il celebre aforisma “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”, poneva una domanda che ancora oggi è fondamentale per ogni buon legislatore (e per ogni buon cittadino): “Come si può deliberare senza conoscere?”.


Sulla scorta di questi princìpi, etici direi, prima ancora che giuridici, tre avvocati liberali, Rocco Mauro Todero, Vincenzo Palumbo e Andrea Pruiti Ciarello, (tra l’altro consigliere di amministrazione della Fondazione Einaudi) avevano formulato istanza di accesso civico ai verbali del Comitato tecnico scientifico anti-Covid, cioè quegli atti sulla cui base il Governo italiano ha disposto, mediante i discutibili DPCM, le misure di lockdown e le altre limitazioni alle libertà dei cittadini per diminuire il contagio e l’emergenza e garantire la tutela della salute degli italiani.


Lo stesso capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, durante le conferenze stampa aveva, tuttavia, dichiarato che non gli era possibile rendere pubblici i verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico in quanto considerati dati sensibili, che sarebbe stato possibile rendere noti al pubblico esclusivamente ad emergenza finita.


Ciononostante, il Tar del Lazio (sezione prima quater) il 13 luglio scorso ha emesso una sentenza che impone alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Protezione Civile di rendere pubblici i verbali del Comitato tecnico scientifico (Cts).


Nella sentenza il Tar chiarisce che «la ratio dell’intera disciplina normativa dell’accesso impone di ritenere che se l’ordinamento giuridico riconosce, ormai, la più ampia trasparenza alla conoscibilità anche di tutti gli atti presupposti all’adozione di provvedimenti individuali o atti caratterizzati da un ben minore impatto sociale, a maggior ragione deve essere consentito l’accesso ad atti, come i verbali in esame, che indicando i presupposti fattuali per l’adozione dei descritti DPCM si connotano per un particolare impatto sociale, sui territori e sulla collettività».
In altre parole, secondo il Tar del Lazio, il diniego di accesso civico agli atti era illegittimo in quanto i verbali del Cts richiesti erano atti prodromici all’emanazione dei DPCM e, in quanto tali, non qualificabili come «atti amministrativi generali», a differenza di quanto affermato nella memoria difensiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento della Protezione Civile.


Di qui l’accoglimento del ricorso e l’ordine alla Presidenza del Consiglio-Dipartimento della Protezione civile «di consentire alla parte ricorrente di prendere visione ed estrarre copia della documentazione richiesta».


Come già ebbi modo di dire su queste stesse pagine sin dallo scorso maggio (cfr. https://ivl24.it/covid-19-politica-scienza-e-trasparenza/) non è questione di opposizione polemica al Governo o al Presidente del Consiglio. Non è neanche questione di formalismo giuridico: è questione di processo democratico in cui la forma diventa necessariamente sostanza.


Oggi, con la pronuncia del Tar del Lazio, risulta ancora una volta più evidente, come diceva anche Giordano Masini, che non è possibile continuare a evocare il parere degli scienziati come un paravento dietro il quale nascondersi quando si prendono decisioni impopolari, senza che su tutto questo l’opinione pubblica e la stessa comunità scientifica abbia l’opportunità di confrontarsi.