‘Ho fatto la maestra per quaranta anni: la scuola ha occupato e riempito buona parte della mia vita!’

EDITORIALE – All’inizio della mia carriera scolastica lavorativa le difficoltà non mancavano. Innanzitutto bisognava raggiungere le scuole in montagna, spesso distanti dalla strada rotabile, costringendo a percorrere a piedi lunghi sentieri ed erte salite. Dopo tanto camminare si giungeva in piccoli ambienti adattati ad aule scolastiche, riscaldate dal camino o da una stufa a legna, con pochi suppellettili: la lavagna di ardesia poggiata su un cavalletto, un tavolino e una sedia, i banchi di legno con gli sgabelli attaccati al piano di scrittura; alle pareti: il crocifisso e qualche carta geografica.

Erano scuole pluriclassi, con classi dalla prima alla quinta, frequentate da bambini di varie età.

Non era facile organizzare una didattica in grado di gestire più classi contemporaneamente. Temevo i tempi “morti” per i piccoli quando mi dedicavo agli alunni più grandi. Andavo in crisi quando guardavo quei visini, quegli sguardi che meritavano un’attenzione continua, un ascolto attento, in modo da rassicurarli e  soddisfare il loro desiderio di capire e di apprendere. 

Alla fine di ogni anno scolastico, tuttavia, ero quasi sempre soddisfatta dei risultati raggiunti, sia per le competenze acquisite che per il clima sereno e collaborativo che si era creato nella classe. Tra tante difficoltà, emergeva un aspetto positivo: le attività che svolgevo con gli alunni più grandi erano uno stimolo per i più piccoli e le spiegazioni agli alunni più piccoli erano un utile motivo di ripasso per i più grandi.

Ero molto giovane e nel pieno vigore delle mie forze fisiche e psicologiche, entusiasta di un lavoro che mi dava la possibilità di sperimentare le mie ancora precarie capacità professionali, utilizzando le mie doti di osservazione, di creatività e di ricerca. 

Dopo circa dieci anni di insegnamento nelle scuole rurali finalmente ebbi il trasferimento nel plesso “C. Brancati” di Lauria, dove ho insegnato per diversi anni. 

Non mi sembrava vero trovarmi in una classe con bambini della stessa età, fare un’unica programmazione, impegnare gli alunni nelle medesime attività, considerare la diversità degli alunni non più per caratteristiche legate alla loro età, ma solo per il loro temperamento, per la loro indole, per il modo di comportarsi, per le abitudini acquisite nel proprio ambiente familiare.

Fu proprio in questa scuola che rafforzai alcune consapevolezze che dovrebbero essere sempre alla base del rapporto docente-scolaro: creare un clima di serenità, di empatia, di fiducia, avere come obiettivo la crescita personale degli alunni in base alle proprie potenzialità. Ebbi la fortuna di confrontarmi con colleghi più grandi di me e più esperti, che non mi fecero mancare il loro supporto e la loro collaborazione. Ricordo, con infinita simpatia e gratitudine, la maestra Stella Mercure, un esempio di dolcezza, di pazienza, di disponibilità verso tutti: il suo sorriso, i suoi consigli, la sua gentilezza mettevano a proprio agio anche chi, come me, era ancora alla ricerca di sicurezze e di modelli esemplari per migliorare le proprie competenze professionali. 

Sentimenti di stima e di riconoscenza mi legano anche al ricordo del direttore Nicola Chiacchio, professionista preparato e dotato di elevate doti culturali e umane, che gli consentivano di svolgere in maniera esemplare il suo ruolo di dirigente scolastico.

Con un certo rammarico mi trasferii nel plesso “G. Marconi” (mi dispiaceva lasciare un ambiente nel quale mi sentivo stimata e gratificata), ma la  famiglia e la distanza di pochi metri dalla mia casa alla scuola furono determinanti per richiedere il trasferimento. 

Furono tante e impegnative le sfide da affrontare quotidianamente! Accadeva, a volte, di programmare un argomento da svolgere, prevedendo i tempi, le attività e gli obiettivi, ma un fatto imprevisto, esterno o interno alla classe, poteva cambiare la nostra giornata scolastica.

Ho svolto il mio lavoro nel plesso “G. Marconi” per oltre venti anni, portando a termine quattro cicli. Ricordo ancora le facce, gli occhi, le voci, le storie di tanti bambini, ora diventati adulti, con cui ho condiviso emozioni e scoperte, la fatica e la ricerca di un percorso per imparare e per diventare grandi. Mi capita spesso di incontrarli o di sentirmi chiamare…maestra! A volte accade di avere qualche attimo di perplessità nel riconoscerli, ma bastano un gesto, un sorriso, uno sguardo perché riaffiori nella mente il ricordo, rimasto indelebile nella mia memoria, di un nome, di un bambino o di una bambina a me cari e che non dimenticherò mai.