‘Ho visto Maradona’

Di Vincenzo Di Lascio

EDITORIALE – 25 novembre 2020, metà pomeriggio. Un pomeriggio come tutti gli altri a novembre. Poi, d’improvviso, la notizia. Prima su whatzapp, quindi controlli sui social, sul web. Ed ecco che quel pomeriggio diventa diverso dagli altri.

Diego Armando Maradona è morto. Poche settimane dopo aver compiuto il sessantesimo compleanno, in circostanze tutte da definire, se ne va uno dei personaggi più popolari della storia dello sport, e non solo.

E’ già passato un anno.

Tanta retorica, tanto affetto, tanti dubbi sollevati dai comportamenti dei medici.

E da sempre Maradona ha sollevato polemiche, riflessioni, manifestazioni di attaccamento o di attacco, divisione in fazioni.

Esattamente quello che succede con le religioni. E nulla, come il calcio, rappresenta la più alta forma di religione laica.

E, se accettiamo che il calcio sia una religione, necessariamente dobbiamo considerare il campione di Villa Fiorito come il massimo profeta. Quello che Gesù Cristo è stato per il Cattolicesimo, o Maometto per l’Islam.

Jurgen Habermas, filosofo tra i massimi esponenti della Scuola di Francoforte, nei suoi “Fondamenti morali prepolitici dello stato liberale” scriveva:

Trova oggi nuovamente risonanza il teorema che solo la direzione religiosa verso una trascendenza può ancora salvare una modernità pentita.

Voglio soffermarmi su questo tema. Sulla trascendenza.

Sul perchè 200 persone sono partite dall’Argentina per un vero e proprio pellegrinaggio sui luoghi di Diego a Napoli. Sul motivo profondo che spinge a questo tipo di venerazione persone di tutte le età, estrazione sociale, provenienza geografica.

Il rischio di cadere nella banalità o nella retorica è alto, ma provo ad assumerlo.

Ogni religione, come ogni tipo di potere, si basa sulla narrazione. Quando la storia degli uomini, presi soggettivamente, riesce ad innalzarsi ad esempio, a modello universale, lì nasce la narrazione, l’epopea, il mito. E la storia di Diego Armando, partito dalla polvere ed arrivato in cima al mondo, si è sempre prestata alla “mitologia”. E, da questo, è facile arrivare alla fede.

Ma, come dicevo prima, questa è una religione laica. Ed è qui che assume ancora più grandezza la figura di Maradona. Perchè è umano. Con tutte le criticità che questo comporta a un semidio. Quasi come Icaro che per avvicinarsi troppo alla perfezione divina, scopre i suoi limiti e perde le sue ali.

Si sa, però, che l’importante non è mai la caduta, bensì l’atterraggio. E Diego, l’uomo, ha saputo trasformarlo nel suo calvario. Che è il calvario di tutti. Mantenendo sempre accesa la candela dell’eternità che risiede in ogni componente del genere umano. Ma, a differenza delle persone comuni, avendo soprattutto la capacità di farla accendere in chiunque guardi una sua giocata, un suo goal, un qualsiasi gesto potesse fare con un pallone tra i piedi. In quel “Ho visto Maradona” che tutti in quegli anni cantavano, c’era tutto questo. La certezza di aver assistito a qualcosa di trascendente, di ultraterreno, di magico, di irripetibile. Aver necessità di dirlo ad alta voce, per imprimerlo nella storia, personale e collettiva.

Niente, non ce l’ho fatta. Sono caduto nella retorica. E’ impossibile non farlo.

E allora chiudo con le parole di uno che le ha sempre sapute usare nel modo giusto, suo malgrado anche sempre troppo giusto. Gianni Minà, commentando un anno fa con un bellissimo post su Facebook la scomparsa di Maradona, scriveva:

[…]Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha portato a superare ogni avversità e pericoli – anche quelli che sembravano impossibili – della sua esistenza.

Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte volte la propria faccia.

Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.

Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro.

Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita.

E ora silenzio.

Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo.