EDITORIALE – “La felicità è fatta di niente…che al momento in cui la vivi sembra tutto”.
Questo pensiero di J. Morrison avvalora la mia idea riguardo all’epoca della mia infanzia, quando noi bambini eravamo felici pur avendo poco o niente.
Non ci mancavano certo le premure e l’affetto dei nostri cari, la voglia di giocare e di divertirci, il desiderio di mettere in gioco la nostra inventiva e creatività.
Non vi erano i giocattoli particolari e sofisticati di oggi, i giochi da fare al computer o alla playstation.
I nostri giocattoli erano fatti in casa dai genitori o inventati e costruiti da noi bambini.
Spesso bastavano un carboncino, delle pietruzze, dei tappi di bottiglia, dei bottoni, dei cerchioni di bicicletta…ed ecco assicurato il divertimento con il gioco della “campana”, con il “battimuro”, con la “tappa”, con la “corsa con il cerchio”.
Uno dei giochi più comuni che facevamo nella prima infanzia era il “girotondo”. Tenendoci per mano e girando in cerchio, cantavamo la filastrocca:
“Giro, giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!”
Il momento più bello era quando cadevamo tutti per terra.
Il gioco del “nascondino” lo facevamo all’aperto e in casa. Si faceva la “conta” per vedere chi doveva coprirsi gli occhi con un braccio e, appoggiato al muro, doveva contare fino a dieci, mentre gli altri correvano per cercare un nascondiglio. Chi veniva scoperto non doveva farsi afferrare, ma doveva arrivare al muro e gridare “libero”, altrimenti sostituiva chi aveva fatto prima la “conta”.
Come si può dimenticare il gioco con la trottola di legno (strummulu)?
Si avvolgeva “u strummulu” con dello spago e poi lo si lanciava a terra. Dalla forza che si imprimeva al lancio dipendeva la durata del movimento della trottola, che girava su un perno di ferro. I ragazzi più abili riuscivano a riprenderla in mano allargando il dito medio e l’anulare e a fare un altro lancio.
I maschietti si cimentavano nella costruzione della carrozza, considerata il giocattolo più ambito, che richiedeva abilità non comuni e inventiva. La costruivano con assi di legno e cuscinetti di metallo che reperivano presso meccanici o carrozzieri.
Completata la costruzione, andavano alla ricerca di ripide discese: vi salivano numerosi e si lanciavano a grande velocità, urlando e sollevando un grande polverone (le strade non erano asfaltate). Spesso, a fine discesa, venivano tutti catapultati a terra. Si alzavano prontamente e, presa di peso la carrozza, risalivano la china per ripetere il gioco fino all’esaurimento delle forze.

Tra i giochi dei maschietti non posso non ricordare la “cavalletta”, il “battimuro” e le “stacciole”.
Mi divertivo spesso a guardare i maschietti giocare a “battimuro”, facendo il tifo per mio fratello che era molto abile.

Ad una certa distanza da un muro, tracciavano la “linea di tiro” dietro la quale si disponevano i giocatori. Il primo giocatore lanciava la moneta, tenendola fra il pollice e l’indice e facendo scattare il pollice a molla contro l’indice. La moneta doveva colpire il muro e rimbalzare all’indietro. Via via, tutti gli altri giocatori effettuavano il tiro. Al termine dei lanci, ogni giocatore, partendo dalla propria moneta, misurava un palmo di mano: se riusciva a toccare la moneta avversaria, quella moneta era sua. Il giocatore che vinceva la moneta aveva diritto ad effettuare un altro lancio, senza aspettare il suo turno.
Noi bambine giocavamo alla “campana”, con la palla, con la corda, ai quattro cantoni, al gioco del silenzio, alle belle statuine e a fare le “cummaredde”.
La “campana” comportava l’attivazione di varie abilità: bisognava avere il senso della distanza, la capacità di mira e di equilibrio. Ricordo che andavamo alla ricerca del “pallino” fortunato, una pietra piatta e liscia, che ci consentisse di fare dei buoni lanci nelle varie caselle della “campana”.

Nei lunghi pomeriggi estivi giocavamo per ore con la palla da lanciare contro il muro. Ad ogni lancio corrispondeva una frase e, contemporaneamente, il relativo movimento. Ricordo ancora la filastrocca: “muovere, senza muovere, senza ridere, con un piede, con una mano, batto le mani, le ribatto, tocco terra, la ritocco, faccio un giro; si concludeva con “abbraccio l’angelo” ( s’incrociavano le braccia sul petto) e “del Signore” (si congiungevano le mani)”.
Anche il gioco con la corda era molto divertente. Due ragazze facevano girare la corda, cantando un ritornello, mentre un’altra ragazza doveva saltare la corda seguendo il ritmo.
Il gioco più bello, però, era quello delle “cummaredde”. Dicevamo: “facciamo finta che…” e imitavamo le mamme , specialmente nell’allevare i figli. Facevamo la gara ad avere la bambola più bella, che era fatta con ritagli di stoffa (bambola di pezza), con occhi, naso e bocca disegnati con un carboncino.
Durante le festività natalizie, si giocava a Tombola.

Un altro gioco che si faceva d’inverno, a casa, era Mastro Cucuzzaro, che era un gioco di attenzione. Ci disponevamo in cerchio e facevamo la “conta” per scegliere chi doveva essere il Mastro. Ogni bambino aveva un numero. Il Mastro Cucuzzaro diceva: “Nel mio cucuzzaro mancano… tre cucuzze”. Il bambino numero tre rispondeva: “E perché tre?” E il Cucuzzaro: “Quanti se no?” Il bambino: “Cinque”…e così via. Chi non era pronto a rispondere pagava il pegno.
I nostri giochi si svolgevano prevalentemente all’aperto, in gruppo: si litigava, si sbagliava, ci si misurava con gli altri e si capiva che non sempre si può vincere, acquisendo quello spirito di sana competizione, utile per crescere e maturare.
Spesso tornavamo a casa con le ginocchia sbucciate e con qualche graffio sulle braccia e sulle gambe: erano i segni di una vita attiva e dinamica, non priva di qualche rischio, che si affrontava con l’entusiasmo e l’incoscienza propri dell’infanzia.
Oggi il gioco è vissuto dai bambini prevalentemente come un’attività individuale. Nelle loro camerette o seduti comodamente sul divano, bambini ed adolescenti trascorrono ore ed ore intenti a superare i livelli di un videogioco della playstation o a usare i vari network sul computer. Anche quando s’incontrano non sono capaci di formare un gruppo coeso e affiatato: non riescono a dialogare, a confrontarsi, a litigare, ad organizzarsi per giocare e divertirsi. Preferiscono isolarsi nel loro mondo tecnologico, assumendo un atteggiamento di pigrizia e di svogliatezza che certamente influisce negativamente sullo sviluppo della loro personalità.






































