I referendum silenziati

EDITORIALE – Cinque Decreti del Presidente della Repubblica del 6 aprile 2022 hanno fissato per il prossimo 12 giugno 2022 la data di altrettanti referendum abrogativi sulla giustizia dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale (cfr. sentenze 16 febbraio – 8 marzo 2022, n.ri 56, 57, 58, 59 e 60).

Al di là dei temi specifici e delle questioni affrontate nei singoli quesiti referendari (in sintesi: abrogazione del Testo Unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto a ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi cd. Legge Severino; limitazione delle misure cautelari, con abrogazione dell’ultimo inciso dell’art. 274, comma 1, lett. c), c.p.p., in materia di misure cautelari e di esigenze cautelari nel processo penale; separazione delle funzioni dei magistrati, con abrogazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa nella carriera dei magistrati; abrogazione di norme in materia di composizione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei Consigli giudiziari e delle competenze dei membri laici che ne fanno parte; abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura) ciò che colpisce è la sostanziale assenza di dibattito pubblico su argomenti che, seppur all’apparenza molto tecnici, sono in realtà rilevanti non solo per chi vive ogni giorno nei tribunali italiani ma per tutti i cittadini.

Certo, un colpo al cuore a questa stagione referendaria è stato inferto dalla Corte Costituzionale con le sentenze che hanno dichiarato inammissibili proprio quei quesiti che più di altri avrebbero potuto smuovere gli elettori ed animare un dibattito pubblico che, oggi, purtroppo, è del tutto assente.

È ovvio che, una volta depennate dall’agenda materie incandescenti come l’eutanasia e la cannabis che, peraltro si giovavano di promotori, come l’Associazione Luca Coscioni, molto attivi e determinati nella divulgazione dei temi affrontati con lo strumento referendario, il dibattito avrebbe perso molte voci, favorevoli e contrarie.

È parimenti assodato che, una volta dichiarato inammissibile anche il quesito sulla responsabilità diretta dei magistrati (argomentando che l’introduzione della responsabilità diretta avrebbe reso il referendum, più che abrogativo, “innovativo” e l’effetto finale sarebbe stato quello di introdurre una regola che prima non c’era) è stato messa fuori gioco anche la più “popolare” e di maggiore impatto “politico” delle diatribe sulla giustizia.

Ma, allo stesso tempo, è grave constatare l’assenza di informazione soprattutto da parte del Servizio Pubblico Radiotelevisivo.

Come ha avvertito anche Gian Domenico Caiazza, Presidente dell’Unione delle Camere Penali “…la congiura del silenzio, volta ad impedire il raggiungimento del quorum, resta in tutta la sua evidente, allarmante gravità, costituendo una emergenza democratica che nessuno può seriamente confutare.

Innanzitutto, e prima che sul silenzio, occorre ritornare sull’esito dei giudizi di ammissibilità, che hanno falcidiato esattamente i tre quesiti più popolari, i quali avrebbero determinato se non la certezza, almeno la altissima probabilità del pieno raggiungimento del quorum. Eutanasia e droghe leggere avrebbero scatenato inevitabilmente un grande dibattito pubblico, portando alle urne ampie fasce di elettori magari non altrettanto interessati ai quesiti sulla giustizia. E tra questi ultimi, la dichiarata inammissibilità di quello sulla responsabilità civile del magistrato, popolarissimo (“chi sbaglia, paga”, sarebbe stato lo slogan irresistibile), ha completato il quadro di una mutilazione che è francamente assai difficile non considerare chirurgica.

Ora, i quesiti residui affrontano temi assai meno popolari di quelli eliminati, ma comunque di grande rilievo per la qualità della vita sociale e civile del Paese. È giusto che il diritto di elettorato passivo debba essere pregiudicato da una sentenza di condanna non definitiva (legge Severino)? Non è uno scandalo che un magistrato che abbia fatto il PM per una vita possa diventare a proprio piacimento, chessò, Presidente di sezione della Corte di Cassazione (separazione delle funzioni)? Non è odiosa la pretesa che gli avvocati, pur presenti nei Consigli giudiziari, non debbano esprimersi sulla professionalità dei magistrati il cui operato osservano quotidianamente? Non è forse l’abuso della custodia cautelare uno dei più gravi malanni che affliggono la giustizia penale nel nostro Paese? Ed anche sul sistema elettorale del CSM, non è un male che l’opinione pubblica possa dire la sua.”.

Ricordiamo che i cinque referendum sono stati proposti dalla Lega e dai Radicali.

A tal proposito mi sembra doveroso rimarcare quanto ha dichiarato l’11 maggio scorso su “Il Riformista” Irene Testa, esponente radicale: “Se ci fosse l’informazione dovuta e i cittadini fossero informati siamo certi che si raggiungerebbe il quorum e un risultato positivo sui quesiti referendari. Intanto abbiamo ottenuto che la questione giustizia è rientrata nell’agenda politica del Paese e del Parlamento.” 

La stessa, poi, proprio commentando le parole di Caiazza, ha aggiunto “La nostra analisi sulla giustizia, come anche quella sull’informazione, è tutta contenuta anche nella sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 31 agosto scorso che riconosce che Marco Pannella e la Lista Pannella – e quindi il Partito Radicale – sono stati marginalizzati dalla vita politico-mediatica a causa della mancata informazione, condannando i comportamenti della Rai, dell’Agcom e della giustizia. Da anni al Partito radicale viene negata la possibilità di comunicare, di far conoscere le nostre iniziative e di farci quindi riconoscere, come diceva spesso Marco Pannella. Un vulnus costituzionale che attraversa la storia della Repubblica, che abbiamo denunciato e al quale continuiamo a opporre la resistenza di cui siamo capaci. Mancano circa 30 giorni al voto e la Rai ci propone spazi di pochi secondi che non consentono ai cittadini di poter approfondire, né tanto meno a noi di spiegare i quesiti e non produce spazi efficaci di informazione sulla data del voto.”.

Insomma, come sempre è fondamentale “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”.

Ma se la RAI non ci permette di conoscere, come possiamo discutere e deliberare?