EDITORIALE – Oggi ricorre il 107° anniversario dell’Appello ai Liberi e Forti di Luigi Sturzo, atto fondativo di una stagione politica che, prima con il Partito Popolare e poi con la Democrazia Cristiana, aprì una delle esperienze più rilevanti dell’impegno dei cattolici nella vita pubblica italiana. In Basilicata, Sturzo affidò con una lettera del 7 marzo 1919 a don Vincenzo D’Elia il compito di promuovere il Partito Popolare, raccomandando con chiarezza la netta distinzione tra i metodi e le forme organizzative dell’Azione cattolica e quelle del partito. Il 13 settembre 1919, nel salone della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, nacque ufficialmente il Partito Popolare lucano: don D’Elia ne fu l’artefice e il principale promotore. Giornalista e antifascista senza ambiguità, D’Elia fondò anche L’Ordine, giornale che divenne l’organo di stampa dei popolari lucani. Per ripercorrere la nascita e il radicamento del Partito Popolare nella nostra regione ho chiesto un contributo al prof. Domenico Sacco, che ringrazio, studioso della storia dei partiti politici in Basilicata e docente di Storia contemporanea presso l’Università del Salento,dí ripercorrere la nascita del partito nella nostra regione.



LA NASCITA DEL PARTITO POPOLARE IN BASILICATA
di Domenico Sacco
La fondazione del Partito popolare nel primo dopoguerra ad opera di don Luigi Sturzo, con cui si diede vita al partito cattolico in Italia, pone il problema in Basilicata della continuità con il movimento cattolico post-unitario e la successiva nascita della Democrazia cristiana nel secondo dopoguerra.
In Basilicata l’organizzazione del partito era stata affidata direttamente da don Sturzo all’arciprete della SS. Trinità di Potenza don Vincenzo D’Elia (lettera di don Sturzo del 7 marzo 1919), che era stato l’animatore di tutte le più importanti iniziative in età giolittiana del movimento cattolico organizzato lucano. D’Elia dovette fare naturalmente i conti con la realtà del movimento cattolico lucano così come si era andato organizzando nei primi anni del secolo. I maggiori ostacoli nei confronti del Partito cristiano furono rappresentati soprattutto dalle posizioni politiche di Nitti, che all’epoca era anche capo del governo, e dal vescovo di Potenza e Marsico mons. Razzoli.



Nitti, l’uomo politico più influente in Basilicata, si adoperò in tutti i modi e con tutte le sue forze per scoraggiare, per non dire impedire, la formazione della lista popolare nella regione alle elezioni politiche del 1919 e per far sì che i voti dei cattolici confluissero nella sua, poiché il partito cattolico si proponeva lontano dal modello notabilare di chiara impronta liberale. Di particolare significato inoltre fu il sostegno alla lista nittiana del vescovo Razzoli, che la presentò, la sottoscrisse e consigliò in seguito i parroci ad appoggiarla. La politica di cui egli si fece promotore fu quella di abbandonare la linea instaurata dal suo predecessore, il vescovo di Potenza Monterisi, che aveva cercato di realizzare una presenza autonoma dei cattolici nella politica e nelle istituzioni locali. Razzoli, alto prelato, con simpatie nazionaliste, rivendicava, al contrario, un proprio ruolo attivo, autonomo, e non per forza mediato da un soggetto politico.




In questa prospettiva, era la rivendicata laicità del nuovo Partito popolare, in cui si esortava a tenere distinte le forme organizzative dell’Azione cattolica (che faceva capo ai vescovi) da quelle del Partito popolare (che dipendeva dalla direzione politica), a rappresentare il maggior motivo di contrasto. È ben noto come questo orientamento abbia trovato nel mondo cattolico forti resistenze, suscitando risentimenti e reazioni. È indubbio infatti che un’ampia parte del mondo cattolico e della gerarchia ecclesiastica non comprese la natura del nuovo partito e ne rifiutò l’impostazione aconfessionale. Per tale ragione, gli stessi vescovi non furono esenti da perduranti prevenzioni nei confronti di questa nuova organizzazione, nel timore che i laici potessero “imporsi” e oscurare l’autorità ecclesiastica: la questione politica veniva guardata dai titolari delle diocesi come un grave elemento di disturbo nella loro attività pastorale.

La rivendicazione della specifica autonomia del partito di ispirazione cristiana rispetto alla Chiesa non aveva possibilità, da questa prospettiva, di avere successo nell’esperienza popolare in Basilicata. Il primo partito dei cattolici lucani non ebbe, infatti, apprezzabile rilievo, restando politicamente marginale e la sua organizzazione non divenne mai consistente sul territorio regionale. In questa situazione, nella consultazione elettorale del 1919, al contrario del successo ottenuto dal partito a livello nazionale (100 deputati eletti), i popolari lucani non presentarono nemmeno una loro lista, caso quasi unico in Italia, e il successo elettorale nella regione arrise, come da pronostico, alla lista di Nitti.

In effetti, la penetrazione del popolarismo aveva urtato nella regione contro tenaci resistenze connesse ai residui mentali e strutturali della vecchia organizzazione “ricettizia” della Chiesa lucana e all’esistenza di un clero troppo compromesso nelle lotte politiche e municipali e quindi più facilmente preda di un rapporto subalterno nei confronti dei vari notabili locali, attratti quasi tutti nell’orbita nittiana e filo-governativa. Non sembrava innaturale questo contingente intreccio tra movimento cattolico e classe politica liberale. I fermenti sostanzialmente innovativi che il Partito popolare voleva introdurre si scontravano con una realtà profondamente avversa, che nella regione si sostanziava nella confluenza esistente tra tradizione clericale e tradizione moderata pur nell’ampiezza delle loro diversità ideologiche.
Il mancato sostegno della Chiesa lucana costituì infatti il fattore decisivo nel determinare la sconfitta del popolarismo, che anche nelle successive elezioni politiche del 1921 non elesse nessun deputato. Esposto a questo sindacato dell’autorità religiosa il Partito popolare non aveva nessuna possibilità di affermazione senza il giudizio favorevole di quest’ultima. Sostegno della Chiesa che, in un mutato contesto storico, non mancò successivamente alla Democrazia cristiana in Basilicata determinandone il successo. Non dobbiamo, però, considerare completamente fallimentare l’esperienza del Partito popolare nella regione, dato che molti dei vecchi popolari, come don D’Elia e l’avvocato potentino Giuseppe Carriero (primo segretario provinciale del partito), diedero vita inizialmente ai primi nuclei della DC nel secondo dopoguerra, e don Vincenzo D’Elia fu il primo maestro di Emilio Colombo nell’ambito dell’Azione cattolica quando la DC iniziava a muovere i primi passi nella rtegione.










































