Il Beato Domenico Lentini, santo della ‘quotidianità straordinaria’

Biografia del patrono e ‘gloria di Lauria

EDITORIALE – “Domenico Lentini discepolo fedele, zelante sacerdote ed umile profeta, rivela ancora al mondo l’altissimo valore di chi in Dio confida e a lui si abbandona”.

Così, canta il popolo fedele lauriota, usando anche alcune invocazioni attribuite allo stesso Beato, e inneggia al suo santo Patrono, il Beato Domenico Lentini che in un altro canto viene invocato come “gloria di Lauria”. Intimamente legato al popolo, perché “amava i poverelli con fede ardente e amor, chiamandoli fratelli e figli del suo cor e che  …quanti padri e figli ei fe pacificare, e quanti cuori afflitti ei seppe consolare”

L’essenza del ricordo di questo santo sacerdote, vissuto tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, si concentra in queste parole dei canti popolari conosciuti a Lauria e nel circondario. Il ricordo della sua vita, degli innumerevoli carismi di cui era dotato, dei tanti episodi ricchi di pietà e carità, dei tanti miracoli attribuiti alla sua intercessione, tramandati di bocca in bocca, sono ancora vivi e narrati come attuali tra la quasi totalità dei suoi conterranei.

Racconti che formano una raccolta che si potrebbe definire “I Fioretti del Beato Domenico”, i fioretti di un Santo di paese, un santo della “quotidianità straordinaria”, un Sacerdote capace di incarnare la sua missione e che il Papa Pio XI definì: “Sacerdote sine adiunctis, ricco solo del suo sacerdozio, precursore del santo Curato d’Ars, venuto per divina disposizione a partecipare all’Italia Meridionale quelle grandi ricchezze di cui il Cafasso, Don Bosco, il Cottolengo, il Murialdo arricchirono l’alta Italia”.

Un sacerdote, senza aggiungere altro. Eppure, Domenico Lentini alla sua vita aggiunse molta altra vita.  

Domenico Lentini quinto figlio di Macario e Rosalia Vitarella nacque a Lauria il 20 novembre 1770, in una famiglia semplice, non benestante, onesta, particolarmente religiosa e di sani principi.

Il piccolo Domenico apprenderà proprio dalla mamma una devozione vera e sincera verso la Madonna, con la mamma iniziò a frequentare sin da piccolo la cappella dell’Armo dedicata alla Madonna Assunta in cielo. Ancora in tenera età rimase orfano di madre e continuò a vivere con le sorelle, il fratello ed il padre, nella piccola ed umile casetta in vico San Vincenzo (distrutta dal bombardamento del 7 settembre 1943), dove trascorse tutta la sua esistenza, ed esalò il suo ultimo respiro.

Ragazzo di carattere allegro, vivace, condivideva con i suoi coetanei i giochi, le attività proprie della fanciullezza e soprattutto si dedicava volentieri allo studio e ben presto si fece notare per il suo attaccamento alla preghiera, alle pratiche religiose, alla frequenza assidua alla parrocchia e al catechismo. Cresceva con un carattere docile e paziente, che lo rendeva obbediente verso i familiari e amabile verso tutti. Proprio in questo periodo sentì la chiamata verso il sacerdozio che caratterizzerà poi tutta la sua vita  e fu subito sostenuto da papà Macario che, sebbene le condizioni economiche non lo permettessero, si impegnò anche a costo di indebitarsi a che la vocazione del figlio diventasse realtà.

Appena quindicenne indossò la talare ed incominciò a studiare per diventare prete, ancora con maggior frequenza era in chiesa per la messa e le funzioni liturgiche e intraprese l’insegnamento del catechismo ai ragazzi della parrocchia, tutto faceva con umiltà e dolcezza. A 21 anni fu ammesso al seminario di Policastro (Sa) ed anche qui divenne ben presto modello dei suoi compagni per il suo comportamento e la sua obbedienza verso i superiori.

Nel settembre del 1793 fu ordinato diacono e fu inviato a Lauria su richiesta dei suoi compaesani, i quali già avevano imparato a conoscere ed a considerare diverso da tutti gli altri sacerdoti. Gli fu concesso di dedicarsi all’educazione ed istruzione di ragazzi e giovani. Il giovane diacono intraprese subito il nuovo incarico con entusiasmo, dedicandosi non solo alla formazione intellettuale dei giovani ma anche a quella religiosa, per la quale fu non solo maestro, ma soprattutto testimone con il suo comportamento.

Con i suoi studenti era sempre presente alla messa, al vespro, al santuario dell’Aspro, al convento dei frati cappuccini. Per i suoi giovani non solo era insegnante, ma amico, confidente, guida e fratello.

Domenico non pretendeva nessuna paga, accettava quel tanto che gli bastava a venire incontro al padre per ripagare il suo debito, dagli alunni delle famiglie povere non accettava niente e molte volte ospitava coloro che venivano da più lontano. Perseverando nello studio e soprattutto con uno stile di vita che lo rendeva sempre più visibilmente solerte nel cammino verso la santità, si concretizza l’agognato momento dell’ordinazione presbiterale. L’assenza del Vescovo nella sede di Policastro costringerà il diacono Lentini a spostarsi a Marsico Nuovo: il viaggio a quei tempi, abbastanza lungo, avrà una tappa a Moliterno, dove il Lentini venne ospitato da una famiglia nobile in un palazzo nei pressi della Chiesa Madre. A Moliterno nel ricordare questo episodio si racconta che Domenico Lentini passò la notte inginocchiato sul pavimento, pregando in preparazione della giornata che lo aspettava. La mattina la serva della famiglia che lo ospitava, inviata a rassettare la stanza, trovò il letto intatto.

La mattina dell’8 giugno 1794, domenica di Pentecoste a Marsico Nuovo per l’imposizione delle mani del vescovo Bernardo Latorre, Domenico Lentini fu ordinato sacerdote. Nel viaggio di ritorno don Domenico non ritornò presso la famiglia di Moliterno che lo aspettava, ma si fermo in una casa di campagna dove trascorse la notte in preghiera per il dono del sacerdozio che aveva ricevuto, forse l’accoglienza troppo ossequiosa e le troppe gentilezze ricevute dai signori moliternesi lo avevano messo in difficoltà. Il giovane prete iniziava il suo ministero sacerdotale in una maniera particolare, in un contesto sociale non facile, in un tempo contrassegnato da divisioni e contese, di rivolte e ribellioni, di repressioni e spargimento di sangue. In questo contesto egli cercò in tutti i modi di portare pace e concordia. La sua opera pacificatrice e il suo zelo nell’aiutare i bisognosi si dimostrò in modo particolare nelle difficili situazioni del 1799 e soprattutto nel 1806, quando nei terribili giorni di inizio agosto furono trucidate più di 1000 persone ed incendiate case e chiese dai francesi dell’esercito napoleonico per punire Lauria rimasta fedele alla monarchia borbonica.

Anche se don Domenico non aveva contribuito a migliorare la condizione economica familiare (si, aveva fatto fronte ai debiti, ma dalla casa era più quello che toglieva per darlo ai poveri che quello che portava), papà Macario era contento di aver sostenuto la vocazione di suo figlio. Gioiva per come Domenico portava avanti la sua missione e di come il popolo di Lauria lo stimava e lo teneva in grande considerazione: non era un prete come tanti altri che in quel periodo componevano il clero di Lauria. La gioia del papà non fu particolarmente lunga perché andò ben presto a raggiungere sua moglie in cielo.

Nella casetta di via san Vincenzo rimasero solo Domenico e la sorella Antonia che lo accudì fino alla morte, un altro fratello e le sorelle si erano sposati, Antonia ebbe l’onere e l’onore di stargli vicino e di essere testimone di tutta la sua santità. Il Lentini celebrava la sua Messa nelle cappelle di San Vincenzo o di San Pasquale o in Parrocchia. Lunga era la preparazione alla celebrazione, ogni Messa per lui era come se fossa la prima. Molto tempo dedicava al ringraziamento. Lunga e solenne era la celebrazione. Lui appariva come in estasi, assorto e trasfigurato nel mistero che celebrava.

Nel rapporto con Gesù Eucarestia si esprimeva tutta la sua fede, dialogava con Gesù come una persona presente, adorava il Santissimo Sacramento davanti al quale rimaneva genuflesso profondamente. Nelle sue prediche o catechesi non mancava mai il riferimento all’Eucarestia. Amministrava il sacramento della Penitenza ascoltando quotidianamente e per tanta parte della giornata, non mostrava mai eccessiva severità verso i penitenti, si poneva con delicatezza, con dolcezza e affabilità verso chi si presentava al confessionale, evitava chiacchiere inutili, ma esortava, consigliava, metteva il penitente a suo agio, molte volte con la frase “io avrei potuto fare peggio”. 

Il suo modo di fare gli procurò anche delle calunnie e delle accuse, riportate al vescovo da parte di un suo confratello. Ben presto la verità venne a galla con grande confusione per l’accusatore.

La predicazione fu un altro suo carisma, la sua predica era sempre curata nei minimi particolari. La peculiarità della sua predicazione era la credibilità: agli occhi dei fedeli era credibile perché annunciava ciò che lui stesso viveva. Tutti lo ascoltavano con attenzione e con piacere, dai vescovi ai sacerdoti, dai religiosi alle monache, dai sapienti agli ignoranti, la sua predica era incarnata nella vita quotidiana. Famosi i suoi quaresimali, si recava dovunque chiedevano la sua presenza per annunziare la parola.

Tante comunità lo hanno ospitato come predicatore, oltre che a Lauria la sua presenza come predicatore si svolse in varie parrocchie come Rivello, Trecchina, Latronico, Lagonegro, Moliterno, Ispani, Sapri, Castelluccio e tanti altri ancora.

Alla fine della predicazione era difficile fargli accettare un compenso che poi difficilmente arrivava nella sua casa, tanti sapendo come si comportava facevano giungere qualche denaro direttamente nelle mani della sorella. Certo che anche per la sorella non fu facile vivere con un fratello che si nutriva solo di pane e acqua; che qualche volta che accettava o preparava per se un pasto diverso aggiungeva nel suo piatto della cenere; che faceva sparire continuamente ogni cosa dalla dispensa per darlo ai poveri; che tornava molte volte a casa scalzo e con la sola veste talare perché il resto degli indumenti e le scarpe le aveva date in elemosina; che portava il cilicio e dormiva sul pavimento.

Una vita impegnata in questo modo, senza sosta e con impegno nella società per insegnare, per promuovere la preghiera, condividere canti, far conoscere devozioni verso i santi (ebbe una devozione particolare che estese in mezzo al popolo di Lauria per la Madonna Addolorata che gli rammentava la passione del Signore.)

Il 14 febbraio del 1828, dopo aver fatto adorazione, genuflesso a terra, davanti al Santissimo Sacramento esposto solennemente per le quarantore, tornò in casa non sentendosi bene. Fu preso da uno strano delirio, il 16 febbraio fece la sua confessione generale con il nipote prete don Venanzio Sarubbi, in seguito fu visitato dai medici che diagnosticarono una infiammazione alla meninge, curata con bagni in acqua gelida e salassi, cure che non sortirono nessun effetto se non quello di peggiorare le condizioni,

Chiese più volte la Comunione che non le fu portata perche si pensava a una malattia passeggera, gli fu amministrata l’unzione degli infermi e fino alla sera del 24 le condizioni peggiorarono sempre di più, mentre continuava a pregare e ad esortare i presenti, nelle prime ore del 25, don Domenico  Lentini morì. Per lui un volo verso il Paradiso. La notizia si divulgo in un attimo e iniziarono ad accorrere persone anche dai paesi vicini, la salma fu portata in chiesa il 26 febbraio, ma i presenti testimoniarono che continuava a rimanere calda e flessibile e ad emanare un profumo che riempiva tutta la chiesa. Durante la messa, al momento della consacrazione gli occhi del santo sacerdote si aprirono: il popolo notando questo non permise la sepoltura. Questo continuò per vari giorni ed addirittura sottoposto a un salasso, sgorgò sangue vivo zampillante. I fatti di quei giorni furono vissuti con enfasi dai laurioti. Durante tutto questo tempo numerose guarigioni e prodigi si verificarono, i fedeli iniziarono a tagliuzzare le vesti per avere una reliquia da conservare e questo fece esclamare alla sorella Antonia una frase che ancora oggi si ricorda: “Domenico, Domenico ti facevi spogliare da vivo ed ora ti fai spogliare anche da morto”, ricordando le tante volte che tornava senza gli indumenti che dava ai poveri.

Intanto, era partita una petizione popolare per il Vescovo di Policastro per chiedere il permesso di seppellirlo in Chiesa,

Il messo del Vescovo rientrò con la proposta accettata, e la sera del 3 febbraio 1828, dopo un ultimo saluto da parte del popolo il Delegato vescovile fece chiudere la bara e si procedette alla sepoltura nella chiesa parrocchiale di San Nicola. Da quel momento tanti prodigi e grazie si narrano, avvenute per intercessione del Lentini. Il Beato Domenico continua a spargere il bene a chi glielo richiede.

Il legame tra Lauria e Domenico Lentini non si chiuse con la chiusura delle sue spoglie mortali. Emblematico il racconto di un momento particolarmente doloroso, il 7 settembre del 1943: molte persone, quando si resero conto che ci sarebbe stato un bombardamento, chiesero il soccorso del loro santo, pensando di rifugiarsi presso la casa del Lentini per ripararsi dalle bombe. La convinzione di queste persone era che fra quelle sante mura le bombe non avrebbero fatto devastazioni. Mentre si accorreva verso la casa eletta a nuovo rifugio antiaereo, stranamente, non si riuscì a trovare la chiave nel posto dove veniva conservata di solito. Il bombardamento incombeva e tutta quella gente cercò altri rifugi. Pochi minuti dopo la casetta fu disintegrata da una bomba. 

Quale fu la mano che tolse la chiave perché non fosse trovata? I suoi devoti ne sono convinti, fu proprio la mano del Beato a far scampare quel pericolo ai suoi concittadini. Il 12 ottobre 1997 a Roma San Giovanni Paolo II dichiarò Beato il venerabile Domenico Lentini, ed ora in tanti aspettano con ansia la canonizzazione che lo proclamerà Santo per tutta la Chiesa. Un lucano che attraversò momenti cruciali della storia del suo tempo, dai rivolgimenti politici agli eccidi come quello del 1806, con la pazienza del suo popolo, capace di scovare la straordinarietà nella quotidianità.