EDITORIALE – Un tratto del tutto peculiare, affascinante e ricco di elementi interessanti, della storia religiosa della Basilicata, riguarda le esperienze eremitiche. Ancora non indagata con il giusto grado di approfondimento è la vicenda del fraticellismo in Basilicata, fenomeno che sicuramente interessò la Lucania medievale con storie di assoluto rilievo sul panorama europeo.
Indicative di questa storia più ampia, che merita di essere approfondita, sono le vicende biografiche di uomini religiosi dai profili interessanti e che svolsero ruoli importantissimi. A partire dalla figura di Clareno, sono diversi i personaggi che in Basilicata vissero parte della loro vita e che si inseriscono in un contesto più ampio di esperienze religiose eremitiche, francescane, monastiche, che si incrociano con le vicende politiche ed ecclesiastiche che incidono sulla storia dei secoli XIII-XV.
Una di queste storie è quella di Giovanni da Caramola, nato a Tolosa intorno al 1280 e morto il 26 agosto 1339 a Chiaromonte in provincia di Potenza, nel Monastero di Santa Maria del Sagittario, dove risiedeva in qualità di converso dell’Ordine Cistercense, cioè da religioso non sacerdote.
Come mai questo religioso francese si trovava in terra lucana? Probabilmente, nel 1300, anno del primo grande giubileo della storia, il giovane da Tolosa arriva in Italia in pellegrinaggio.
Il Papa Bonifacio VIII aveva indetto il giubileo per l’anno 1300 e tanti pellegrini partivano alla volta di Roma, sia dall’Italia che dall’estero per pregare sulle tombe degli apostoli per poter lucrare l’indulgenza plenaria. Probabilmente, anche Giovanni parte da Tolosa alla volta di Roma in compagnia di altri pellegrini.
Forse, Giovanni fa parte di un gruppo di fraticelli francescani dell’ambito della corrente degli Spirituali, propugnatori dell’osservanza della regola francescana sine glossa, senza intermediazioni e interpretazioni ma così come scritta dal Serafico Padre. Sono anni di durissimi scontri in seno alla chiesa e all’ordine francescano sul tema della povertà. Esponente principale degli Spirituali era Angelo Clareno, che visse l’ultima parte della sua vita a Marsicovetere nell’eremo di Santa Maria dell’Aspro. È probabile che Giovanni fosse un seguace di questa corrente francescana, oppure che una volta giunto in Italia si fosse aggregato a un gruppo di fraticelli attratto dall’ideale di vita dei seguaci di Francesco.
Dopo l’arrivo in Italia e dopo aver visitato Roma, Giovanni si recò a Subiaco dove fece esperienza eremitica in una grotta, staccandosi dal mondo per poter avvicinarsi di più a Dio, probabilmente è proprio a Subiaco ad avvicinarsi agli Spirituali, in quanto a Subiaco fra Angelo Clareno darà vita a un primo gruppi di Fraticelli che si ispirava al carisma francescano ma che voleva riconoscersi come indipendente dall’Ordine dei minori.
Non è chiaro come e perché Giovanni da Subiaco giunga in Lucania, presso Chiaromonte. Una delle ipotesi del suo spostamento, potrebbe essere quella di un viaggio intrapreso insieme ad un gruppo di Spirituali che in quel periodo erano presenti in Basilicata in Val d’Agri presso Santa Maria dell’Aspro nel Comune di Marsicovetere, dove si rifugerà anche Angelo Clareno, e nella zona di Chiaromonte, presso Carbone e in altre zone interne della Regione nelle valli tra l’Agri e il Sinni. Gli Spirituali si allontanano dai grandi centri non solo per vivere una vita eremitica, ma anche perché perseguitati dal potere clericale che li considera in gran parte eretici.
Una volta in Basilicata il beato Giovanni lascerà il gruppo dei fraticelli e si ritirerà ad una vita eremitica, avvicinandosi all’ordine cistercense. Probabile che tale scelta sia dettata dalla volontà di staccarsi da tendenze che la Chiesa di Roma iniziava a considerare eretiche: nell’Ufficio per il beato Giovanni si legge infatti che la sua scelta di entrare tra i cistercensi fu dettata dalla voglia di rientrare nell’ortodossia.
Il suo primo rifugio lucano fu, come a Subiaco, in una grotta, denominata ancora oggi Cella dell’eremita. Si tratta dell’eremo di San Saba attualmente in territorio di Fardella. In un secondo momento, abbandonato tale eremo si avvicinò alla zona del Sagittario presso il torrente Frida, in un piccolo romitorio composto da due piccole stanze. Si narra che proprio in questo luogo, avendo già raggiunto una notorietà nel circondario, dove veniva riconosciuta la sua santità, che ricevette la visita di Margherita moglie di Giacomo Sanseverino. La nobildonna temendo di non poter avere figli si recò nell’eremo per chiedere la preghiera di intercessione di Giovanni che, rassicurandola, profetizzò che sarebbe stata madre di molti figli.
Intanto, con il propagarsi della fama di operatore di prodigi la gente accorreva numerosa a chiedere la sua intercessione, ma distruggendo la sua ricerca di solitudine e di contatto con Dio. Perciò, Giovanni decise di abbandonare anche questo luogo per rifugiarsi sul monte Caramola dove costruì con le proprie mani un piccolo rifugio, presso una grotta dove visse per lungo tempo, tanto da diventare noto come Giovanni da Caramola.
Gli ultimi anni li visse da converso presso l’Abbazia di Santa Maria del Sagittario, luogo dove prima del suo arrivo lo aveva preceduto la sua fama. La sua vita austera prima da eremita e poi da converso, fu al centro di racconti straordinari. Da eremita prendeva cibo una volta la settimana e consumava quello che i contadini della zona gli portavano andandolo a trovare. Da converso in abbazia le sue abitudini non cambiarono, mangiava solo pane ed acqua, dormiva pochissimo su un pagliericcio talmente piccolo da non riuscire a sdraiarsi, sapeva tenere a bada la sua lingua parlando raramente, la sua preghiera era assidua e talmente profonda da farlo estraniare dal mondo. Prediceva il futuro e la sua intercessione otteneva guarigioni, la sua vita quasi angelica gli fece meritare l’appellativo di monaco santo.
Dopo la sua morte le cose prodigiose aumentarono e si moltiplicarono. Anche per il beato Giovanni, come per tanti uomini e donne morti in concetto di santità, si tramanda il racconto del rinvenimento del suo corpo incorrotto nella tomba. Si narra che nove giorni dopo la sua morte, si presentarono all’Abbazia i suoi parenti di Tolosa che dicevano di essere stati avvertiti in sogno dallo stesso Giovanni della sua morte e che reclamavano la salma da portare in Francia. L’Abate si oppose allo spostamento del corpo ma consentì che venisse riaperta la sepoltura, per poter dare soddisfazione ai familiari di rivedere il loro congiunto di cui da tempo non avevano notizie: grande fu la meraviglia quando all’apertura della tomba, mentre si aspettavano di vedere un corpo in decomposizione con l’odore sgradevole, trovarono il corpo nelle stesse condizioni di come era stato sepolto e tutta l’abbazia si riempì di un profumo meraviglioso che nessuno aveva mai sentito.
La conoscenza di questi fatti spingevano sempre più persone a recarsi all’abbazia del Sagittario per chiedere grazie e guarigioni. Le guarigioni avvenivano a contatto con le cose adoperate in vita dal Beato, nei luoghi dove la sua presenza era stata più assidua.
Una prima ricognizione del suo corpo fu fatta nel 1500 e fu ritrovato ancora intatto. La sua sepoltura nel 1808 fu spostata nella Chiesa Madre di Chiaromonte, nel 2002 dopo una nuova ricognizione il corpo risultò ancora incorrotto.
Dopo un periodo di un ingiustificato oblio, la memoria del Beato Giovanni da Caramola è di nuovo viva, la sua storia andrebbe oggi di nuovo approfondita e inserita negli studi del contesto religioso lucano del XIV secolo, quando la Basilicata accoglie diverse correnti fraticellesche e vede il moltiplicarsi di vicende come quella del giovane francese Giovanni, che finì la sua vita nelle verdi valli del Frida.
La fonte principale per la biografia di Giovanni è una vita scritta da un monaco del Sagittario, Gregorio De Lauro, nel 1339. Gli studi che oggi si effettuano su questo testo, si aggiungono a una tradizione orale di questa storia, che per secoli ha mantenuto viva la memoria di Giovanni, facendo si che la storia di contemplazione e straordinarietà di quest’uomo continuasse a perpetuarsi nelle terre lucane che egli aveva scelto per sentirsi più vicino al soprannaturale.









































