Il Cardinale  Pierbattista Pizzaballa a Tursi: dalla Terra Santa un forte messaggio di pace

In occasione dei festeggiamenti in onore di Maria Santissima Regina di Anglona, celebrati ieri, 8 settembre, il Santuario mariano di Tursi ha avuto l’onore di accogliere Sua Eminenza il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme.
La presenza del Patriarca ha conferito ulteriore solennità a una giornata dal profondo significato per la comunità ecclesiale lucana. La Diocesi di Tursi-Lagonegro ha infatti celebrato il cinquantesimo anniversario della sua istituzione nell’attuale configurazione territoriale.
Una ricorrenza importante, dunque, che ha unito la devozione per la Regina di Anglona a un momento particolarmente significativo nella storia della Diocesi, attraverso la presenza di una delle figure più autorevoli della Chiesa cattolica in Terra Santa.
La celebrazione eucaristica è stata presieduta dal Cardinale Pizzaballa, insieme ai vescovi della Conferenza Episcopale di Basilicata. Alla celebrazione hanno preso parte il vescovo della Diocesi di Tursi-Lagonegro, monsignor Vincenzo Orofino che ha rivolto i suoi personali saluti al Cardinale Pizzaballa; l’arcivescovo metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, monsignor Davide Carbonaro; l’arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, monsignor Benoni Ambarus; l’arcivescovo di Acerenza, monaignor Francesco Sirufo; e il vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, monsignor Ciro Fanelli.

Alla celebrazione hanno inoltre preso parte numerosi sacerdoti provenienti dalle diverse parrocchie della Basilicata, insieme ai fedeli accorsi al Santuario per rendere omaggio alla Regina di Anglona. 
Si è trattato di un evento di portata storica, che ha visto la presenza di numerose autorità ed esponenti del mondo ecclesiastico, civile, istituzionale e militare, a testimonianza della particolare rilevanza della celebrazione.
Alla funzione erano presenti il Presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi; il Presidente del Consiglio regionale, Marcello Pittella; il senatore Carlo Chiurazzi e il sindaco di Tursi, Maria Anglona Adduci. Hanno preso parte alla celebrazione anche gli assessori regionali Cosimo Latronico e Carmine Cicala, insieme ai consiglieri regionali Mario Polese, Nicola Massimo Morea, Angelo Chiorazzo, Roberto Cifarelli, Giovanni Vizziello e Piero Marrese.
Per le istituzioni provinciali era presente il consigliere provinciale di Potenza Salvatore Falabella, e il presidente provinciale di Matera Francesco Mancini.
Particolarmente significativa anche la presenza delle autorità delle Forze dell’ordine: il comandante dei Carabinieri di Policoro, maggiore Roberto Rampino; il comandante dei Carabinieri di Matera, luogotenente Giuseppe Fedele; il comandante della Guardia di Finanza di Matera, tenente colonnello Francesco Milano; il questore di Potenza, Raffaele Gargiulo, e il questore di Matera, Davide Della Cioppa.
A completare il quadro delle presenze istituzionali, numerosi sindaci, assessori e consiglieri comunali provenienti da diversi comuni lucani hanno partecipato alla celebrazione, condividendo una giornata di grande significato religioso, civile e istituzionale per Tursi e per l’intera Basilicata.
A impreziosire la celebrazione eucaristica è stato anche l’accompagnamento musicale del Coro Polifonico Regina Anglonensis di Tursi,  diretto dal maestro Francesco Muscolino.
Particolarmente toccante ed emozionante è stata l’omelia del Patriarca di Gerusalemme, che, forte della sua esperienza quotidiana in Terra Santa, ha affidato ai fedeli un intenso messaggio di pace, fraternità e speranza. Un messaggio ancora più significativo nel giorno in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria, figura di fede e di speranza per milioni di cristiani.
“Celebrare la nascita di Maria significa chiederci che cosa deve nascere oggi nelle nostre Chiese. Quali spazi dobbiamo aprire perché Dio possa ancora entrare nella vita delle persone?  Quali paure dobbiamo superare? Quali abitudini dobbiamo lasciare? Quali relazioni dobbiamo ricostruire?

Vengo dalla Terra Santa, la terra nella quale Maria è nata, ha vissuto, ha ascoltato la Parola e ha  dato alla luce Gesù. Maria non è legata soltanto alla memoria di luoghi santi. È parte della vita  quotidiana della nostra Chiesa. La incontriamo nelle preghiere delle nostre comunità, nelle case  delle famiglie, nei santuari e, soprattutto in questo tempo, nel pianto e nella speranza di tanti.
La terra di Maria è oggi profondamente ferita. Vi sono famiglie distrutte, persone private della casa, bambini che crescono conoscendo quasi soltanto la paura e la violenza. Vediamo quanto facilmente l’altro venga ridotto a una categoria, a un nemico, a qualcuno di cui non si riconoscono più il volto e il dolore. E quando si perde il volto dell’altro, diventa possibile dire e fare ciò che prima sembrava impensabile.
In questa situazione non abbiamo parole capaci di spiegare tutto. E dobbiamo guardarci dalle parole facili, anche da quelle religiose. Ma proprio lì comprendiamo meglio il significato della nascita di Maria. Essa ci dice che Dio non abbandona la storia, neppure quando la storia sembra contraddirlo. Dio continua a cercare persone disponibili, capaci di custodire la vita, di riconoscere il volto dell’altro, di non lasciare che l’odio determini ogni pensiero e ogni parola.

Anche oggi, in Terra Santa, vi sono piccoli segni che raramente vengono raccontati: persone che assistono i feriti senza domandare a quale popolo appartengano; comunità che condividono il poco che hanno; famiglie che, pur colpite, rifiutano di educare i figli all’odio; sacerdoti, religiosi e laici che rimangono accanto alla loro gente. Questi gesti non cambiano immediatamente il corso degli eventi, ma custodiscono l’umano. E custodire l’umano, oggi, è già preparare la strada alla pace”. 

Il Cardinale ha anche rivolto alla Diocesi un invito all’unione e alla comunione: “La mia presenza qui vuole essere anche un segno di questa comunione: la Chiesa di Gerusalemme  viene a incontrare la Chiesa di Tursi-Lagonegro, e insieme ci poniamo sotto lo sguardo di Maria. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Noi abbiamo bisogno della vostra preghiera, della vostra vicinanza e della vostra capacità di non dimenticarci quando l’attenzione del mondo si sposterà altrove. E voi potete ricevere dalla Terra Santa il richiamo all’essenziale: alla Parola fatta carne, alla fede vissuta dentro la storia, alla speranza che non fugge dalla croce. La speranza cristiana, infatti, non consiste nel negare il male o nel minimizzare il dolore. Maria ai piedi della croce non ha chiuso gli occhi davanti alla morte del Figlio. È rimasta. La sua speranza  ha preso la forma della presenza. Forse è ciò che viene chiesto anche a noi: rimanere accanto a chi soffre, non lasciare solo nessuno, non stancarci di costruire legami, non permettere che la violenza abbia spazio anche nel nostro linguaggio e nel nostro modo di giudicare.

In questa festa chiediamo dunque a Maria di accompagnare il cammino della vostra diocesi dopo questi cinquant’anni. La aiuti a essere una Chiesa capace di generare, non soltanto di conservare; una Chiesa radicata nel proprio territorio e, proprio per questo, aperta alla comunione universale; una Chiesa che sa stare accanto alle persone, soprattutto quando la vita diventa più difficile.
E affidiamo a lei la Terra Santa. Non le chiediamo di dispensarci dalle nostre responsabilità, ma di renderci capaci, come lei, di dire il nostro “sì” a Dio dentro la storia concreta che ci è stata affidata. La nascita di Maria ci ricorda che Dio può iniziare qualcosa di nuovo anche quando noi ancora non lo vediamo. Questa certezza non ci consente di restare passivi. Ci chiede, al contrario, di diventare anche noi disponibili, perché attraverso la nostra vita la sua Parola possa ancora trovare  casa e diventare carne”.
Un messaggio di pace ribadito anche nell’intervista rilasciata ai giornalisti: “La pace inizia da un cambiamento culturale. Bisogna rivedere la propria lettura della storia e della storia e della memoria altrui, e riconoscere la dignità di ogni persona, a prescindere dalle appartenenze religiose ed etniche. Finché l’altro non è un volto, non è un nome, non è una storia, allora tutto diventa lecito. Ed è ciò che sta avvenendo. Da qui bisogna ripartire. […] Sono stato a Gaza lo scorso Giugno e ho incontrato lì tanto dolore, tanto sconforto, centinaia di giovani che sono stanchi delle violenze e vogliono riprendere in mano la vita e  studiare come tutti gli altri. Tutto questo mi fa dire che anche dentro il mare più doloroso di sofferenza, morte e distruzione, possiamo custodire, con le nostre scelte, umanità”.
Non è mancato, infine , un pensiero rivolto alla Diocesi di Tursi – Lagonegro: “Cinquant’anni per la storia della Chiesa  sono ancora pochi. Siamo ancora bambini, ma è fin da bambini che si capisce il temperamento della persona e del suo futuro. Mi auguro che dopo questi cinquant’anni questa Chiesa continui a generare desiderio di vita, relazioni, bene comune, e che sappia aiutare a fare quella rete necessaria affinché il territorio continui a crescere”. 

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