Il cortocircuito dei Cinque Stelle sul mandato imperativo

EDITORIALE – L’attualità politica di questi giorni che ha visto la fiducia al Governo Draghi e l’espulsione/epurazione dei cosiddetti dissidenti dei Cinque Stelle, rei di non aver votato in conformità alle direttive del Movimento e alla deliberazione degli elettori espressa sulla piattaforma Rousseau, stimola ancora una volta il dibattito pubblico sul tema del vincolo di mandato per i Parlamentari italiani. 

Non merita menzione, in questa sede, la validità o meno della votazione degli iscritti sulla piattaforma Rousseau, un vero e proprio colabrodo della privacy, più volte sanzionata dal Garante e ripetutamente vulnerata dagli hacker.

La premessa necessaria è, invece, che i sostenitori e i leader del Movimento Cinque Stelle, tra i quali anche quelli oggi espulsi, i più puri tra i puri, hanno da sempre fatto del mandato imperativo una battaglia caratterizzante la loro azione politica con lo scopo dichiarato di colpire il fenomeno del trasformismo, ossia la condotta di quei Deputati e Senatori che passano da uno schieramento all’altro o non rispettano la volontà dei loro elettori o degli organi del partito. E ciò anche a costo o con la finalità, direbbero i maliziosi, di smantellare tale presidio di libertà e modernità presente nella Costituzione italiana.

Memorabile anche l’istituzione di una multa da centomila euro che il Movimento avrebbe potuto o dovuto comminare ai cosiddetti Portavoce che fossero transitati in altri gruppi parlamentari…

Il populista medio e anche il compulsivo commentatore social potrebbe dire: “Ma allora tu sostieni i cambi di casacca! E le poltrone! E le auto blu! E l’aereo di Stato! E i vitalizi!”… tanto per non farci mancare niente del frasario dell’antipolitica tanto in voga ultimamente…

Le questioni, come sempre, non sono così semplici e forse è opportuno fare un lungo viaggio indietro nel tempo per capire bene di cosa si parla.

Storicamente, il modello che vedeva nel Parlamentare il rappresentante dell’interesse particolare dei propri mandatari era caratteristico degli ordinamenti medievali nei quali i membri del Parlamento, convocati per autorizzare la Corona a riscuotere tributi, rappresentavano dinanzi al Monarca esclusivamente le istanze dei corpi sociali di appartenenza e dei territori di provenienza.

Quando però il Parlamento, non più solo Consiglio del Sovrano con mere funzioni consultive e di trattativa con la Corona, diventò una vera e propria Assemblea Legislativa e acquisì la funzione di decidere, legiferare e deliberare anche il libero mandato cominciò a prendere forma e sostanza.

In un celebre discorso del 3 novembre 1744, dopo la sua vittoria elettorale in quella contea, Edmund Burke, politico, filosofo e scrittore britannico, così si rivolse agli elettori di Bristol: «il Parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi… che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero».

Questa, in buona sostanza, è la formulazione teorica del principio del libero mandato ovvero del divieto di mandato imperativo.

Il politologo Giovanni Sartori ha individuato con precisione il momento del distacco della rappresentanza politica moderna da quella medievale: la Rivoluzione Francese. Tale distacco “non è segnato soltanto dal ripudio del mandato imperativo, ma anche dal disposto della costituzione del 1791 nel quale si dichiara che i rappresentanti nominati nelle circoscrizioni non rappresentano una particolare circoscrizione ma l’intera nazione”.

La Costituzione francese del 1791, infatti, formalizzò tale principio codificandolo all’art. 7, sez. III, capo I, titolo III con queste parole: «I rappresentanti eletti nei dipartimenti non saranno rappresentanti di un dipartimento particolare, ma della nazione intera, e non potrà essere conferito loro alcun mandato».

Successivamente un ritorno sperimentale al mandato imperativo si ebbe con la Comune di Parigi nel 1871 e, successivamente, fu attuato nelle repubbliche socialiste, certamente non esempi cristallini di democrazie rappresentative e liberali.

In Italia, lo Statuto Albertino, sin dal 1848, all’art. 41 recitava: “I Deputati rappresentano la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti. Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori”.

Nella Costituzione italiana repubblicana il principio è disciplinato dall’art. 67 che testualmente recita: «Ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Il divieto di mandato imperativo, insomma, è diventato una delle pietre angolari su cui è stata costruita l’idea stessa di moderna democrazia rappresentativa. 

Crimi e sodali, ma anche Morra e Lezzi, i puri epurati, se ne facciano una ragione: il cortocircuito che hanno scatenato con le loro impossibili regole non appartiene alla democrazia e alla Costituzione italiana.