Il Digital Infrastructure Index: uno studio che fa riflettere

EDITORIALE – Nel mese di dicembre del 2020 EY ha pubblicato il Digital Infrastructure Index, uno strumento che analizza il livello di efficienza e maturità delle infrastrutture digitali delle 107 province italiane. Lo studio ha preso in considerazione trenta indicatori, classificati in tre differenti categorie: Connettività fissa, Connettività mobile e wi-fi, Tecnologie IoT (Internet of Things). Gli indicatori prendono in considerazione sia le tecnologie più mature come ADSL e LTE, sia quelle più avanzate, come FTTH e 5G, pesando però in maniera significativamente superiore queste ultime, in quanto elementi indispensabili per la crescita del Paese e delle sue filiere produttive.

A monte, per meglio affrontare la questione, occorre rifarsi anche agli indicatori DESI (Digital Economy and Society Index) che, anche per il 2020, vedono l’Italia nelle ultime posizioni della classifica Europea, con una distanza notevole rispetto agli altri principali paesi europei.

L’indicatore del DESI misura, nello specifico, la digitalizzazione delle imprese e dell’e-commerce. Le imprese italiane, come immaginabile anche dalle sterili polemiche con Amazon, arrancano nel commercio online. Nel Belpaese, solo il 10% delle piccole e medie imprese vende online a fronte di una media del 18% nell’UE); il 6% effettua vendite in altri paesi dell’UE (8% nell’UE) e rispetto al loro fatturato complessivo, solo un mediocre 8% è realizzato online  contro una media UE dell’11%.

A scanso di equivoci e per completezza di informazione, si segnala che anche altri ranking internazionali posizionano l’Italia nella parte bassa delle loro classifiche. Ad esempio, nello Skills Outlook 2019 dell’OCSE che rileva 3 dimensioni (competenze per la digitalizzazione, esposizione digitale e politiche relative alle competenze), l’Italia è in coda in relazione a parecchi indicatori, tra cui la «Intensità delle TIC sul lavoro» (indice 0,2 contro la media OCSE di 0,5).

Tornando al Digital Infrastructure Index, in esso possiamo leggere: “Il ritardo digitale del nostro Paese e la necessità di rilancio dell’economia italiana attraverso il digitale, indicano la necessità di accelerare gli investimenti nelle infrastrutture digitali, sulla base non solo delle prospettive del mercato consumer, ma anche e soprattutto sui business needs delle imprese:

1) elevata diffusione delle reti Internet-of-Things (IoT) e della sensoristica;

2) elevata capacità di elaborazione, accessibile in modo flessibile e sicuro;

3) elevata capacità di storage (caratterizzato da alti livelli di sicurezza);

4) elevata velocità di connessione alla rete.

E’ su questi quattro fields of play che si gioca la partita dell’innovazione nelle infrastrutture digitali per le imprese. Occorre quindi ridefinire le priorità di investimento sulla base delle effettive esigenze delle imprese: da dove cominciare? Da quali filiere e da quali territori?”.

Il primo dato su cui riflettere riguarda l’assenza di una spaccatura Nord-Sud: la «sofferenza digitale» è presente ovunque, non solo al Sud (in particolare Sardegna, Sicilia, Calabria), ma anche al Nord (Piemonte soprattutto, con zone penalizzate che si ritrovano anche in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia), e soprattutto al Centro (bassa Toscana, Lazio al di fuori di Roma, Marche e Abruzzo). 

Si evidenzia, peraltro, il diffuso ritardo della dorsale adriatica, che risente di una tradizionale minore priorità da parte degli operatori TLC, ed un sistema di utilities locali meno sviluppato rispetto al resto del Paese: Marche, Abruzzo, Molise, fino alla Puglia del Nord, sono tutti territori con indice di infrastrutturazione digitale di molto inferiore alla sufficienza. 

Il secondo dato su cui ragionare è relativo alla disomogeneità di territori anche molto vicini tra di loro. Praticamente tutte le regioni hanno al proprio interno almeno un’area in forte ritardo, con l’eccezione di Emilia-Romagna, Umbria, Liguria e le piccole regioni alpine.

Queste le conclusioni dello studio: “L’accelerazione degli investimenti nelle infrastrutture digitali, necessarie per il rilancio del Paese, non si limita solo alla Banda Ultralarga e al 5G, ma deve comprendere anche cloud computing, reti IoT e sensoristica.

L’accelerazione deve avvenire sulla base non solo delle prospettive del mercato consumer, ma anche e soprattutto dei business needs delle imprese. La definizione delle priorità passa attraverso una logica di analisi che mette in relazione la localizzazione del sistema produttivo italiano con la diffusione delle infrastrutture digitali sul territorio. Priorità delle filiere significa infatti priorità territoriali. Vanno supportati i territori che trainano le filiere produttive e che si trovano in una condizione di gap infrastrutturale.

Gli investimenti non devono essere rivolti solamente all’offerta di tecnologie abilitanti, ma devono essere indirizzati anche alla domanda, che va supportata nella digitalizzazione dei processi produttivi.

Una parte del supporto economico agli investimenti digitali necessari può venire dal Recovery Fund e dal Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza (o Recovery Plan), che sono strumenti individuati a livello nazionale ed europeo per finanziare la ripresa economica e per incentivare i percorsi di digitalizzazione, con le opportune differenze: nel caso delle PMI per la modernizzazione dell’impresa, nel caso delle aziende più grandi per costruire o rafforzare l’ecosistema di filiera.

Il Recovery Plan introduce quindi la possibilità di colmare alcuni gap ma va indirizzato verso il potenziale di trasformazione dei modelli di business delle filiere, affinché non costituisca solamente un sostegno all’economia digitale, e cioè alla sola offerta ICT.

Ad esempio, per quanto riguarda il 5G, non è sufficiente finanziare la copertura della rete, ma occorre progettare reti e applicazioni a vocazione industriale che indirizzino fabbisogni specifici di filiere produttive verticali. Il 5G può concorrere a ridurre il digital divide con iniziative selettive che generano risultati immediati o in ottica di copertura mirata di porti, stazioni, aeroporti, zone industriali, distretti industriali per abilitare l’innovazione tecnologica (IoT/VR/AI) sia nelle imprese più grandi che nelle PMI.”.