Il no prevenuto al 5G e il rischio di un errore come per il nucleare

EDITORIALE – Ci risiamo! Non riusciamo a scrollarci di dosso le paure superstiziose e antiscientifiche che ci affliggono da decenni.


Basti pensare al dibattito sul nucleare che in Italia è stato affrontato con la “pancia” sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, ma mai con la testa.
Eppure i dati dicono altro.


Basti pensare allo studio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica che ha calcolato il numero di morti per miliardo di KWh di energia prodotta. Ebbene è risultato che il carbone è di gran lunga il più letale, seguito da petrolio, biomasse, gas naturale, idroelettrico, solare, eolico e, infine, dal nucleare che dimostra di essere la fonte di energia più sicura.


Per fare un confronto: nel 1975 il collasso di una serie di dighe in Cina ha provocato da 171.000 a 320.000 morti; invece le vittime accertate del più grave incidente nucleare della storia a Chernobyl sono 66 e l’ONU ha stimato un totale di circa 4000.


Oggi, l’intera Europa dipende dal nucleare per oltre il 25% della propria energia elettrica e più del 50% dell’elettricità che deriva da fonti a basso impatto ambientale viene proprio dalle 128 centrali atomiche installate in 14 dei 28 Stati europei.


L’Italia, a causa delle improvvide e umorali decisioni prese negli scorsi anni, ha, invece, un importante primato negativo: è il più grande importatore di energia elettrica al mondo. Ai 132 Terawattora (TWh) prodotti nel 2014 ha dovuto aggiungere 22,3 TWh acquistati all’estero per soddisfare la domanda interna di 153 TWh. Di questo 15% importato, la maggior parte arriva proprio dal nucleare francese, svizzero e sloveno.


Insomma, l’Italia è l’unica nazione appartenente al G8 che non possiede impianti nucleari e, nonostante questo, ben il 10% dell’elettricità che consumiamo viene proprio dal nucleare, d’importazione (Cfr. https://www.eni.com/it-IT/ricerca-scientifica/energia-nucleare-europa.html).


Nimby all’ennesima potenza condito da una buona dose di ipocrisia.
Non soddisfatti, oggi rischiamo di fare lo stesso errore con il 5G.
L’irrazionalità, la cattiva informazione, un’errata interpretazione del principio di precauzione, il voler assecondare le paure superstiziose della massa incolta o un ecologismo che sa dire solo no potrebbero portarci a perdere un veicolo di progresso fenomenale per colmare il nostro ritardo digitale.


Del resto, il Digital Economy and Society Index (DESI) del 2020, recentemente reso noto dalla Commissione Europea, ci rammenta, senza tanti giri di parole, che l’Italia si colloca al terzultimo posto fra i 28 Stati membri dell’UE, con un punteggio pari a 43,6 (rispetto al dato medio UE del 52,6).


E il ritardo digitale riguarda la connettività, il capitale umano, l’uso dei servizi di Internet da parte dei cittadini, l’integrazione e sviluppo delle tecnologie e la digitalizzazione dei servizi pubblici. 


Come ha scritto anche il capo della task force per il covid 19, Vittorio Colao, nel suo piano presentato al Presidente del Consiglio nei giorni scorsi: “il 5G è un’importante opportunità di rilancio per l’economia italiana, in particolare per la sua capacità di gestire le operazioni a distanza e di abilitare nuovi servizi e nuove applicazioni avanzate proprie dell’Internet of Things”.


La Commissione Europea, peraltro, ha stimato che grazie alla tecnologia 5G ci sarà una crescita aggiuntiva fino a 113 miliardi di euro l’anno già nel 2025, di cui 62 da automotive, trasporti, sanità, reti energetiche e ulteriori 51 da soluzioni smart cities, aree extraurbane e digitalizzazione intelligente di abitazioni e posti di lavoro. 


Tutto ciò, se non ostacolato da scelte irrazionali e autolesioniste, potrà avere un impatto estremamente positivo non solo sull’economia ma anche sul lavoro, sull’educazione, sulla cultura e l’intrattenimento, rendendo possibile per tutti una migliore qualità dell’accesso a Internet, fondamentale in tempi di Covid-19, lockdown e tutela della salute.