Il Rapporto Censis nell’anno della paura nera. Prima Parte

EDITORIALE – Scorrendo il 54mo rapporto Censis, di recente pubblicato, c’è da farsi tremare le vene ai polsi.


L’Italia, nell’anno del Covid-19, appare smarrita, confusa, priva di speranza e, allo stesso tempo, carica di odio e risentimento.
“Il 73,4% degli italiani indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente in famiglia. In questi mesi, il 77% ha visto modificarsi in modo permanente almeno una dimensione fondamentale della propria vita: lo stato di salute o il lavoro, le relazioni o il tempo libero.”


Tra le “scorie” che ci porteremo dietro per molti anni a partire da questo 2020, definito “Anno della paura nera”, ci sarà sicuramente la spiccata tendenza alla rinuncia alle libertà individuali e, in un certo senso, la volontà di ritornare ad uno status di sudditi; e piuttosto che rivendicare con ancora maggiore forza e determinazione il diritto ad essere cittadini, il motto dei nuovi italiani potrebbe essere: “meglio sudditi che morti”.


Dai dati raccolti ed elaborati in questi mesi dal Censis, infatti, emerge che “il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni della mobilità personale; il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, introducendo limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione, di organizzarsi, di iscriversi a sindacati e associazioni.”


Nella falsa dicotomia “o salute o forca”, germoglia la cattiveria e attecchisce l’astio.
“- il 77,1% degli italiani chiede pene severissime per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento; – il 76,9% è fermamente convinto che chi ha sbagliato nell’emergenza, che siano politici, dirigenti della sanità o altri soggetti, deve pagare per gli errori commessi, che hanno provocato la diffusione del contagio negli ospedali e nelle case di riposo per gli anziani; – il 56,6% vuole addirittura il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena e dell’isolamento, e così minacciano la salute degli altri; – il 31,2% non vuole che vengano curati (o vuole che vengano curati solo dopo, in coda agli altri) coloro che, a causa dei loro comportamenti irresponsabili o irregolari, hanno provocato la propria malattia; – e il 49,3% dei giovani vuole che gli anziani siano curati dopo di loro.”


In questa rincorsa all’odio di tutti contro tutti, nel Paese che fu di Beccaria, fa capolino, addirittura, la richiesta dell’introduzione della pena di morte: quasi la metà degli italiani (il 43,7%) è favorevole alla sua introduzione nel nostro ordinamento (e il dato sale al 44,7% tra i giovani).


Insomma, un vero e proprio ritorno al passato pre-illuminista, se solo si pensa che il Granducato di Toscana abolì per legge la pena di morte per qualunque reato sin dal 1786 e che in Italia la pena di morte è stata abolita definitivamente con la Costituzione del ’48 e dal codice penale militare di guerra sin dal 1994.


Ed è anche inutile ribadire che è da decenni che gli esperti non riconoscono l’efficacia della pena di morte né come deterrente né per l’elevato numero di errori giudiziali irreparabili.
Una ulteriore scoria che tratterremo per molti decenni è quella relativa al mondo della scuola e dell’istruzione, con implicazioni che ancora non possono essere compiutamente valutate e stimate.


“Durante il lockdown, con la didattica a distanza non si è riusciti a coinvolgere tutti gli studenti, nonostante tutte le scuole, con le risorse e le capacità a disposizione, si siano adoperate almeno per colmare il più possibile le carenze di tecnologie e connettività. E già con il nuovo anno scolastico i docenti fanno i conti con livelli di apprendimento inferiori a quelli di un normale anno scolastico. Ad aprile 2020, solo l’11,2% degli oltre 2.800 dirigenti scolastici intervistati dal Censis segnalava di essere riuscito a coinvolgere tutti gli studenti; viceversa, mancava all’appello più del 10% di studenti nel 18% degli istituti. Il 53,6% dei dirigenti, inoltre, sottolineava come con la Dad non si riesca a coinvolgere pienamente gli studenti con bisogni educativi speciali.

L’indagine del Censis sui dirigenti scolastici evidenzia che, anche nell’ipotesi di un sostanziale controllo della pandemia, la preoccupazione più diffusa, espressa dal 51,5% degli intervistati, è di non riuscire a supportare adeguatamente gli studenti con disabilità o bisogni educativi speciali. Un ulteriore 37,4% di presidi teme di non poter realizzare progetti per il contrasto alla povertà educativa e la prevenzione della dispersione scolastica.”


E tutto ciò tacendo dei problemi e delle difficoltà di quelle tipologie di studenti, come gli alunni con disabilità (268.671 persone nelle sole scuole statali) o gli scolari con disturbi specifici dell’apprendimento (circa 276.000 studenti con DSA), che richiedono una specifica attenzione, e per i quali la socialità che si istituisce nelle aule scolastiche è preziosissima se non indispensabile.