Il viaggio al contrario di Giacinto Albini verso la ‘libertà

L’illustre intellettuale lucano si formò a Napoli e tornò a Montemurro per contribuire all’unificazione dell’Italia

EDITORIALE – Questa storia ha il suo innesco in un viaggio di ritorno. Un giovane torna nel suo paese natio: un ritorno nell’entroterra lucano per realizzare un sogno.

Siamo nell’800, a Napoli. Capitale del regno, una delle capitali europee ricche di opportunità, fascino, fermenti intellettuali e politici. Strade brulicanti di vita: tra lazzari, stranieri, venditori, guappi, letterati e pittori, girano cospiratori, carbonari e giovani intellettuali che vengono dalle province del regno. Sono figli di famiglie benestanti, arrivano a Napoli per studiare, come tutti i giovani hanno dei sogni. Napoli nell’800 quei sogni li culla sul mare, li fa correre per vicoli e scontrare nei bassi, li infiamma nelle piazze e nelle taverne, li educa nelle scuole e nei salotti romantici. Li reprime i sogni, duramente, con la polizia borbonica, con il patibolo o con l’esilio.

Siamo nell’800. Un piccolo paese del sud soffre dell’immutabile stigma dell’arretratezza. Per chi ha vissuto a Napoli il borgo natio è selvaggio, chiuso. Luogo di confino, di esilio. È gonfio di ignoranza, ricco di povertà. I sogni si perdono tra bucoliche vedute, smarriscono i suoni su antichi tratturi e visi ingialliti dalle febbri. I sogni si gonfiano di speranza autentica, ritrovano identità. Nel 1848, dopo aver vissuto in una capitale europea, un giovane lucano ritorna in un piccolo paese della Basilicata per realizzare un sogno, per dar vita a un ambizioso progetto politico. E lo realizzerà. Il sogno si chiamava libertà, il progetto politico era l’Unità d’Italia, il giovane si chiamava Giacinto Albini e con una valigia di idee, da Napoli tornava a Montemurro, Provincia di Basilicata.

In controtendenza rispetto ai tanti che sceglievano l’esilio, nonostante la repressione della polizia borbonica, Albini ritorna a Montemurro. Nasce con un percorso al contrario la straordinaria vicenda di uno dei più grandi protagonisti lucani del processo di unificazione italiana. La bellezza di questa storia si condensa e si enfatizza in questo ritorno, perché, obiettivamente, rappresenta un atto di amore e di fiducia. La miccia sta nella convinzione che la lotta “contro la tirannide” potesse nascere, strutturarsi e vedere la vittoria partendo dalla Lucania interna. “Italia e Vittorio Emanuele” sarà il motto finale di questo viaggio al contrario, che porta Giacinto Albini in Val d’Agri. A Montemurro, insieme al fratello Nicola, dà vita a un centro cospirativo con la chiara idea di muovere dalla periferia verso il centro le idee anti-borboniche. Nella Lucania interna, con i suoi tratti di sacralità e materialità, cresceva una classe di intellettuali e giovani rivoluzionari che avrebbe vinto l’enorme battaglia.

Giacinto Albini era nato a Napoli il 24 marzo 1821 dall’ostetrico e chirurgo Gaetano e da Elisabetta Morgigno, proveniente da Montemurro. Conseguì nel 1843 la laurea in giurisprudenza e letteratura. Iniziò l’attività politica, affiliandosi giovanissimo alla carboneria. Nel 1848 partecipa ai moti rivoluzionari a Napoli. Torna in Basilicata per organizzare un nuovo movimento politico. Quando, intorno al 1850 l’attività del comitato cospirativo lucano animato dai fratelli Albini è seguita da vicino dalla polizia del re borbone, Albini vive un periodo di latitanza. L’attività politica è febbrile, attorno ad Albini si raggruppano soprattutto proprietari terrieri, giovani intellettuali, professionisti, liberali, sacerdoti. La meglio gioventùlucana, si schiera con le idee unitarie. Non si forma un partito politico, né tanto meno si tratta di un’azione del solo notabilato lucano, Albini riesce a coordinare un movimento che mette in circolo “l’intelligenza lucana”. Tra il 1850 e il 1859 attorno al sentimento antiborbonico si struttura un gruppo sempre più coeso, se pur privo di un coerente e completo programma politico, unirà posizioni diverse trovando un suo asse di sostegno molto forte nel moderatismo democratico di Racioppi e D’Errico.

Nel 1857 un terremoto tragico sconvolge la Basilicata e Montemurro è rasa al suolo. Ciò non ferma l’azione del comitato. Da Montemurro la sede del comitato si sposta a Corleto Perticara.

È da Corleto che il 16 agosto 1860 muoveranno gli insorti verso Potenza: la prima delle azioni armate della rete dei comitati per dichiarare decaduta la monarchia borbonica e proclamare l’Unità. Il fuoco alle polveri. Gli insorti lucani sono a Potenza il 18 agosto, prima ancora dell’arrivo di Garibaldi.

Il 21 settembre 1860, Friederich Engels, scriveva per il New York Daily Tribune: “Un altro moto scoppiò nella Basilicata. Qui gli insorti si radunarono a Corleto Perticara. Da questa remota regione montagnosa essi marciarono su Potenza (…) dove giunsero in numero di seimila il 17. L’unica resistenza che incontrarono fu opposta da circa quattrocento gendarmi, che dopo un breve scontro furono dispersi e in seguito ritornarono per arrendersi uno dopo l’altro”. A dirigere, come delegato del Comitato d’ordine, la rivolta delle province lucane dell’agosto del 1860 fu Giacinto Albini. Il 19 agosto viene nominato prodittatore della Basilicata. Gli insorti lucani passarono sotto la guida militare del colonnello cavouriano Boldoni. Il 6 settembre Garibaldi nomina con decreto il governatore della Basilicata con poteri illimitati, è Giacinto Albini. Il sogno si realizza. Il progetto politico ha raggiunto il suo obiettivo: l’Italia è unita. Restano i problemi irrisolti, i sogni infranti, ma quel viaggio al contrario è arrivato alla vera meta.

Intanto, Giacinto Albini è eletto deputato, ma non approda a Palazzo Carignano, si ferma in provincia perché ha ricevuto un impiego pubblico ed è incompatibile con la carica di parlamentare. Sarà attivo a Napoli dove assume diversi incarichi divenendo anche vicesindaco. Dal 1876 al 1878 è sindaco di Montemurro. Il suo viaggio al contrario continua.

Probabilmente, in questa seconda parte della sua vita più che una scelta consapevole è il frutto di una difficoltà di governare e di barcamenarsi all’interno di un fortissimo conflitto sociale. La questione demaniale, la mancata intesa sia con Cavour che con Garibaldi (forse non piacque al generale che la Basilicata insorse prima del suo arrivo), ma anche uno scontro fra ceti in un contesto politico e sociale che vede la Basilicata post unitaria profondamente instabile. Tutto ciò mise Albini ai margini. Muore a Potenza l’11 marzo 1884.

Forse il suo viaggio al contrario (impossibile da attualizzare) può essere uno spunto per aprire un dibattito che inauguri un nuovo lavoro storiografico su Giacinto Albini.